La fabbrica e il dragone
Casaralta. Inchiesta sociale su una fabbrica e il suo territorio
Piano B[1]
Indice:
Introduzione
1. Un quartiere
2. Officina dell’inchiesta
3. Storia di un quartiere
4. Storia di una fabbrica
Parte prima – La fabbrica
1. Le Officine della Resistenza,
1.1. Nel corpo del quartiere
2. Le spaventose e buie officine
2.1. Sulla soglia
2.2. Fare bene il lavoro
2.2. Sopravvivere al lavoro
2.4. Morire di lavoro
3. La fabbrica è il dragone
Parte seconda – Il Dragone
1. Al passo con i tempi
2. Il dragone che avanza
3. Il successo come paradigma esistenziale
4.
Parte terza – La fabbrica e il centro commerciale
1. Le Minganti si presentano
2. Da Officine…
3. …a “fabbrica d’incanti”
4. Quale idea di riqualificazione?
5. Il quartiere visto dalle Minganti
Parte quarta – Le mani sul quartiere
1. Si apre la partita: i privati
2. Le istituzioni
3. Laboratorio di urbanistica partecipata
4. Fare i conti con l’oste
Introduzione
1. Un quartiere
Un quartiere può essere molte cose: una sezione particolare all’interno di un tessuto urbanistico cittadino più ampio, un’unità amministrativa che permette un governo del territorio più capillare da parte del Comune, il contenitore di un frammento trasversale della multiforme popolazione di una città. E in parte il quartiere Navile di Bologna è tutto questo.
Ma approfondendo lo sguardo esiste anche un’altra dimensione, non facilmente visibile perché oggi in dissolvenza, che si definisce nella trama di storie, esperienze e traiettorie di vita dei singoli e delle collettività che hanno attraversato o segnato in modo rilevante questo spazio.
Il mondo in dissolvenza è il quartiere operaio, le fabbriche che dalla Seconda Guerra Mondiale ne hanno caratterizzato la fisionomia sociale, architettonica ed urbanistica.
La socialità diffusa che ha legato i mondi operai e la vita quotidiana dei suoi abitanti, declinata dentro gli avvenimenti storici e politici locali, nazionali e globali, permette di intravedere come materialmente si è costituita l’identità di questo territorio urbano almeno fino alla fine degli anni Settanta.
È senso comune che questo sia uno dei quartieri operai per eccellenza di Bologna, perché l’industrializzazione fu un processo determinante per l’espansione dei confini urbani oltre le Mura storiche, in quella prima periferia che partiva alle spalle delle linee ferroviarie e della stazione e si estendeva verso le campagne e la pianura. Via Ferrarese, via di Saliceto, via di Corticella sono tre arterie che da Piazza dell’Unità risalgono appunto verso nord, verso la pianura; esse definiscono un perimetro industriale che ha dato negli anni specificità a questa parte della città, conosciuta con il nome di Casaralta, e che oggi fa parte del piu’ ampio quartiere Navile.
In questa zona, a partire dai primi anni del ‘900, sorsero diverse industrie meccaniche: ACMA, Minganti, Cevolani, Sasib. Alcune di esse producevano e riparavano materiale rotabile, in un momento in cui lo sviluppo economico e commerciale del Paese era una scommessa che si giocava sul potenziamento delle linee di scambio e trasporto ferroviario e gli investimenti statali sostenevano questa tendenza: nascono così le Officine Nobili, dove nel 1895 inizia tutta la produzione di rotabili a Bologna, la Fervet, le Officine Grandi Riparazioni e le Officine Sigma (poi Officine di Casaralta).
Durante la Guerra, la presenza di industrie ed attività cruciali nel sostegno allo sforzo bellico del Regime determinò sia il controllo quotidiano degli apparati fascisti sul quartiere, sia l’insofferenza dei lavoratori costretti a ritmi e turni di lavoro estenuanti, penalizzati dalla politica di bassi salari e dal sistema del cottimo.
Poi arrivarono gli anni della ricostruzione e del boom economico, dell’ondata migratoria dopo le alluvioni che sommersero ripetutamente i paesi della pianura (la più rovinosa quella del Polesine del 1951). I decenni successivi alla Guerra sono il momento di piu’ marcata crescita industriale nella zona della Casaralta; attorno alle fabbriche crescevano le residenze per i lavoratori e il quartiere assunse una spiccata identità operaia, segnata da diversi periodi di forte conflittualità sociale.
Poi il lento declino degli anni Ottanta, quando questo mondo produttivo e sociale, all’apparenza compatto, iniziò a disgregarsi in mille frammenti. La rottura dell’equilibrio che si era creato fra i due spazi, fabbrica e quartiere, ha determinato una profonda alterazione del ritmo della vita quotidiana di operai e residenti, non più scandita dagli orari del lavoro industriale e del suo indotto commerciale. Le tradizionali strutture comunitarie della socialità operaia si indeboliscono (circoli ricreativi e culturali, associazioni sportive amatoriali, piccole sezioni del Partito comunista) e, quando resistono, assomigliano più a presidi residuali del passato che luoghi in trasformazione. Non a caso, ad animarli sono soprattutto i cittadini anziani del quartiere, che tuttavia sembrano oggi gli abitatori di un territorio che essi percepiscono come irriconoscibile.
Non è minore il disorientamento di chi lavora con contratti precari e a tempo determinato nei negozi delle “gloriose” Officine Minganti, oggi divenute un centro commerciale, e nelle attività terziarie della zona: dispersione urbanistica, incapacità di tessere i fili interrotti del territorio e della sua storia, opacità sociale di un lavoro che non offre più una struttura di senso in cui inserire la propria esperienza individuale e collettiva lasciano un’impressione di “vuoto” in molte delle persone che abbiamo incontrato nel corso della nostra inchiesta.
Mentre questi processi erano in atto, nello stesso nodo di strade della Bolognina (territorio storico anch’esso facente parte del quartiere Navile) si è iniziata a stratificare una nuova presenza, enigmatica e silente, visibilmente in espansione: la china town della città. L’interazione fra i cinesi e gli “indigeni” del quartiere da molti residenti di entrambe le nazionalità è percepita come debole, se non inesistente, a causa di difficoltà oggettive come quelle linguistiche, da diffidenza culturale e dal particolare stile migratorio dei cinesi, che tendono ad innestarsi nei circuiti economici locali con attività commerciali autonome, servendosi esclusivamente di manodopera connazionale
Nella Bolognina, su una stessa strada, via Ferrarese, si confrontano tre diverse culture del lavoro e tre mondi sociali ad esse correlati.
Quella declinante e “malinconica” dell’operaio di mestiere, sindacalizzato, con una forte identità politica e con un chiaro riconoscimento sociale in termini di diritti e welfare: un mondo non esente da contraddizioni politiche a volte drammatiche per i suoi “costi” umani (le nocività legate alle attività industriali), ma per molti anni capace di coniugare insieme le lotte per il salario, per una maggiore giustizia sociale e per la democrazia.
Quella mutante e fragile del lavoratore terziario, di consistenza flessibile, “gommosa”, impermeabile al territorio e alla sua trama sociale, serializzata e replicante nei suoi attraversamenti quotidiani del quartiere, in cui spesso non risiede, che guadagna come un proletario del sud del mondo e consuma come un abitante di uno qualsiasi dei privilegiati “paesi a capitalismo maturo”.
Infine, c’è quella tacita ed operosa del lavoratore cinese: instancabile cucitore di borse, scarpe e pellami dietro le vetrine appannate dei laboratori che punteggiano la zona; sempre alle prese con carico e scarico di merci e per strada a fare segnali per agevolare le manovre dei tir in arrivo ed in partenza; proprietario di botteghe alimentari di alghe, pesci e funghi disidratati, liofilizzati, inscatolati e in salamoia. Che sia ristoratore o manovale alla catena di montaggio continua dell’import-export delle produzioni a basso costo ed alto sfruttamento, il suo sogno di successo, cioè di uno spettacolare e rapido arricchimento economico, è individuale, ma l’allucinatorio mito capitalistico che lo nutre è collettivo e sta alla base di ogni “lunga marcia” dalla Cina verso l’Italia.
Con questa inchiesta abbiamo voluto provare a fare due cose: descrivere le trasformazioni in atto attraverso le storie, i racconti e le parole di chi ha vissuto e vive il quartiere e suggerire una passeggiata per le sue strade con uno sguardo più intenso. Uno scrutare quasi, per analizzare il presente e riuscire a intravedere quale sarà il futuro possibile.
2. Officina dell’inchiesta
Questa ricerca è stata progettata, condotta e discussa da un gruppo di apprendisti del mestiere dell’osservazione del quotidiano e dei suoi luoghi.
Al centro dei nostri interessi c’è la città, il senso delle sue trasformazioni, la raccolta delle storie di chi la abita, la attraversa o vi approda come tappa di un viaggio piu’ lungo.
Il luogo di partenza dell’inchiesta sono le Officine di Casaralta, situate tra via Ferrarese e via Stalingrado, e il territorio circostante.
Nonostante l’apparente distanza delle realtà e delle traiettorie di vita che abbiamo cercato di raccontare e seguire nelle loro trasformazioni (la dismissione industriale, l’esperienza degli operai, la comunità cinese, la metamorfosi di uno spazio urbano di frontiera), il filo della trama è chiaramente costituito dallo svolgersi di tutte queste vicende dentro un reticolo di strade che incrociano, costeggiano o camminano lungo l’area in cui sorgono le Officine di Casaralta.
Inizialmente (a partire dal luglio 2006), abbiamo condotto alcune interviste a “testimoni privilegiati”, al fine di approfondire a grandi linee le tematiche che stavamo individuando: abbiamo incontrato un funzionario sindacale della Fiom bolognese, l’avvocato e il medico che hanno seguito, dal punto di vista rispettivamente sindacale, legale e sanitario, le vicende degli operai morti per malattie causate dall’amianto nella Casaralta. In questa fase sono stati individuati, e in parte visionati, alcuni materiali d’archivio e statistici: i faldoni del processo relativo all’amianto in Casaralta; materiali d’archivio della Fiom; letteratura medica sull’amianto.
Successivamente abbiamo iniziato il nostro “sbarco” nella Bolognina, cercando testimoni diretti della vita e della storia, delle strade e dei luoghi che abbiamo scelto come campo dell’inchiesta: abbiamo così conosciuto e familiarizzato con un gruppo di anziani abitanti del quartiere incontrati frequentando il Centro Sociale Montanari, i circoli del dopolavoro, i bar e le sedi di partito. Ci siamo lentamente ritrovati dentro una fitta rete di relazioni sociali, di presentazioni e conoscenze che ci hanno consentito, grazie alla grande disponibilità e apertura nei nostri confronti da parte delle persone incontrate, di raccogliere le storie di vita e discutere con decine di operai e delegati sindacali delle fabbriche del quartiere (oltre Casaralta anche Minganti, Sasib, Manifattura Tabacchi) di diverse generazioni.
Grazie a loro abbiamo approfondito in particolare i temi della vita di fabbrica: gli aspetti produttivi, la socialità e la “comunità operaia”, le lotte dei diversi periodi, la figura del “padrone”, i rapporti tra fabbrica e quartiere, il tema della sicurezza e della qualità della vita in fabbrica; i rapporti con le altre aziende dell’area, la vicenda della chiusura.
Abbiamo poi intervistato e interrogato a varie riprese gli amministratori pubblici (presidente di quartiere, assessore regionale alle attività produttive, assessore comunale all’urbanistica, pianificazione territoriale, casa), con i quali sono stati affrontati temi relativi alla storia (politica, sociale, urbanistica, economico-produttiva) di Bologna e del quartiere Navile; abbiamo ascoltato il parere delle istituzioni rispetto all’area in questione, interrogato urbanisti e architetti a vario titolo coinvolti in alcuni progetti di riqualificazione o progettazione urbana.
Abbiamo inoltre partecipato a gran parte delle iniziative pubbliche di presentazione e discussione dei piani urbanistici dei rappresentanti di Comune e Quartiere insieme agli abitanti del Navile e dell’intera città. Abbiamo assistito a congressi per “addetti ai lavori” che prevedevano discussioni pubbliche fra attori economici (imprese costruttrici, cooperative edilizie e consorzi), esperti (urbanisti, architetti, animatori dei laboratori di urbanistica partecipata) e rappresentanti politici su questioni legate ad appalti e opere pubbliche.
Per quanto riguarda l’incontro con gli immigrati di nazionalità cinese presenti sul territorio del quartiere, abbiamo discusso sia con ristoratori, medici, commercianti, giovani studenti cinesi sia con testimoni privilegiati quali il responsabile Cna del quartiere e due sinologhe.
Le interviste sono state registrate su audiocassetta o minidisk. In diversi casi sono state anche videoregistrate, al fine di realizzare un documentario sul quartiere, che vuole raccontare visivamente alcuni degli aspetti affrontati nell’inchiesta. Alcune delle interviste sono state effettuate da singoli componenti del gruppo, altre sono state condotte collettivamente; in alcuni casi, le persone contattate sono venute a trovarci nel corso delle nostre riunioni settimanali, altre volte siamo andati a casa degli intervistati o li abbiamo incontrati nei luoghi (bar, circoli ricreativi, sedi di partito) da loro frequentati.
Le interviste con gli amministratori e, in parte, quelle con i testimoni privilegiati erano volte soprattutto al reperimento di informazioni e dati sui temi dell’inchiesta; altre, quelle agli anziani, agli operai, ai delegati sindacali, agli immigrati, volevano ottenere, più che informazioni, dei veri e propri racconti, delle narrazioni di esperienze vissute e, a volte, intere storie di vita. Si è trattato, insomma, di interviste libere, narrative, nelle quali si è cercato di rendere il più possibile informale il rapporto tra intervistatori e intervistati. In alcuni casi vi sono stati due o più incontri con la medesima persona. Durante alcune interviste abbiamo chiesto esplicitamente opinioni, giudizi, consigli rispetto ai temi e alle questioni dell’inchiesta, ritenendo importante non solo raccogliere e successivamente analizzare i racconti, ma anche discutere i nodi del nostro lavoro di ricerca. L’inchiesta si è poi avvalsa di una serie di materiali fotografici, d’archivio e video, privati e non, così come di scritti e memorie non pubblicati, volantini e documenti d’epoca, mappe urbanistiche e cartine del territorio. Accanto a questo lavoro è stata prodotta anche una galleria fotografica dei luoghi del quartiere.
Non abbiamo la pretesa di esprimere, attraverso questo lavoro, una visione esaustiva del territorio in questione, piuttosto generare una discussione, a volte dolorosa, sull’identità attuale del quartiere era il nostro obiettivo. Essere divenuti parte della vita del quartiere è stato un risultato insperato, di cui dobbiamo ringraziare tutti coloro che per un anno intero ci hanno lasciato entrare nelle loro vite e che hanno accettato di farsi coinvolgere nei nostri vagabondaggi e nelle nostre curiose esplorazioni per la Bolognina.
In particolare ringraziamo Guido Canova, Stefano Scaramazza, Cesare Poggioni, Carlo Bondioli, Gino Corazza, Elio Vigarani, Pino Barillari, Leopoldo del Circolo Arci-Fontana, Lia Amato, Valentino, Alex e Pao, Dottor Ping, Claudio Mazzanti, Livia Vezzani, Giuseppe “Sergio” Tosi, Giacomino Simoni, Alessandro Gamberini, Simone Sabatini, Carlo Santacroce, Giovanni Ginocchini, Liviana Tosi, Lele Marsili.
3. Storia di un quartiere
Nel 1919 l’imprenditore bergamasco Carlo Regazzoni, che aveva svolto mansioni dirigenziali in fabbriche come la Breda,
Il capoluogo emiliano, fino all’Unificazione d’Italia, soprattutto nei suoi territori più periferici, era connotato per lo più come grande mercato locale. Solo dopo il
Le prime grandi trasformazioni del tessuto urbano bolognese non a caso avvengono negli anni successivi all’Unificazione, soprattutto all’interno dell’area del centro storico: seguendo le indicazioni del Piano regolatore del 1889, per due decenni questo territorio sarà teatro di lavori di ridisegno e riqualificazione urbana.[2] Queste trasformazioni, per tutto l’Ottocento, si limitano unicamente alle aree centrali: nelle zone limitrofe, infatti, si formano solo modesti aggregati urbani, specialmente in vicinanza delle Porte, che vengono progressivamente demolite a cominciare dal 1902.[3]
Solo quando la città satura le aree libere all’interno della cerchia murata inizia un’intensa attività edilizia nel territorio periurbano. Due saranno le forme urbanistiche più usate: la prima, la città giardino, ovvero agglomerati di villette a due o tre piani, di elegante architettura e con giardino privato, per lo più edificate lungo i viali di circonvallazione, nella zona alta della città; la seconda, la casa popolare: ovvero grandi palazzi costituiti da decine di appartamenti realizzati secondo criteri intensivi, ancora visibili nei terreni fuori dalle mura, e costruiti per opera di enti pubblici e società cooperative quali l’Istituto Autonomo Case Popolari,
Dopo l’Unificazione, iniziano a nascere, dalle ceneri dei numerosi laboratori artigiani concentrati nella città vecchia, fabbriche che in poco tempo assumono importanza nazionale, dopo aver trasferito le loro sedi in periferia al fine di ingrandire gli impianti produttivi: aziende metalmeccaniche come Ducati, Giordani, Minganti, Sasib; ma anche aziende alimentari e grafiche. La maggior parte si sviluppa intorno a via Emilia Ponente, la via di comunicazione più significativa, ed a nord della Stazione Centrale, in virtù del potere attrattivo della ferrovia nei riguardi degli insediamenti industriali.
Le Officine di Casaralta sorgono tra via Ferrarese e l’odierna via Stalingrado, ai margini di un’area, quella della Bolognina appunto, che conta una superficie di
L’attuale quartiere Navile è composto di tre rioni: Lame, Bolognina e Corticella. Bolognina, divisa a sua volta in Bolognina classica, Casaralta, Arcoveggio, Montovolo. Si tratta del primo rione di Bologna.
[Claudio Mazzanti, Presidente del quartiere Navile, intervista
Fino alla metà dell’Ottocento il territorio suburbano di Bologna è principalmente campagna coltivata a perdita d’occhio e punteggiata di sparse case coloniche. Sarà la costruzione della Stazione Centrale a modificare radicalmente il territorio della Bolognina. Dal 1859 al 1866 Bologna si collega alle maggiori città italiane: Milano, Ancona, Firenze, Roma. Nel 1871 viene costruito l’edificio della stazione e sorgono numerose officine per la riparazione del materiale ferroviario nell’odierna via de’ Carracci.
Il piano di ridisegno urbano comincerà solo dopo la demolizione della cerchia muraria nel 1902: il Comune, per realizzare la fitta maglia di strade progettata nel Piano regolatore del 1889, compera parte dei terreni della Bolognina. Il primo palazzo costruito nel neo-quartiere sarà in via Tiarini, ad opera della Cooperativa per la costruzione ed il risanamento di case per gli operai nel 1906. Nel 1907, per iniziativa della Banca Popolare di Bologna e Ferrara, vengono costruite in via Carracci tre case popolari. La prima casa dello I.A.C.P. risale, invece, al 1908.
Bologna in questo periodo continua a crescere demograficamente; nel 1940 supererà i 300.000 abitanti. Tra le due Guerre, inoltre, viene aperta
Durante
[Claudio Mazzanti, intervista cit.]
Negli anni Cinquanta, in effetti, la città conosce un nuovo boom: la popolazione nel 1960 ammonterà a circa 440.000 unità, non solo a causa dei tradizionali arrivi dalla Provincia, ma soprattutto grazie ai consistenti flussi migratori dal ferrarese, dal Polesine e dal Meridione. Nasce, inoltre, il quartiere fieristico, viene costruita la tangenziale, vengono edificati nuovi quartieri residenziali ad iniziativa pubblica e privata. Negli anni Sessanta, saranno soprattutto i comuni del comprensorio e le aree periferiche della città a crescere, a causa dell’arrivo di numerosi immigrati che non riescono a trovare un alloggio economico in centro, e del decentramento di molti stabilimenti industriali nell’hinterland al fine di ingrandire le strutture produttive: queste ultime potranno così attingere a riserve di manodopera d’origine contadina, continuando ad utilizzare manodopera specializzata e qualificata abitante in città.[4]
4. Storia di una fabbrica
“L’orientamento produttivo delle Officine è fin dai primi passi volto alla ‘costruzione e riparazione di carri e vetture per ferrovie e tranvie, a trazione a vapore o elettrica, di materiale fisso e di costruzioni meccaniche e metalliche in genere’, come si legge nell’atto costitutivo. La centralità del capoluogo emiliano nel sistema delle comunicazioni nazionali costituisce l’orizzonte di tale sviluppo”.[5]
Le Officine di Casaralta, sin dai primi anni di vita, saranno connotate da una serie di caratteristiche che ne accompagneranno a lungo la storia: in particolare, la forte dipendenza dalle commesse statali per quanto riguarda la produzione – aspetto caratteristico del settore industriale che produce materiale rotabile – condizionerà la vita delle Officine non solo per gli aspetti più immediatamente produttivi, ma anche per la necessità di politiche imprenditoriali attente sia ai rapporti con il potere politico – locale e nazionale durante il fascismo, soprattutto nazionale nel dopoguerra – sia alla partecipazione a consorzi per l’ottenimento di commesse.
Le Officine attirano da subito forza lavoro dalle aree agricole limitrofe. La fabbrica cresce di importanza con il passare degli anni, anche grazie al legame tra Regazzoni e il ras Arpinati, figura di spicco del regime fascista. Alla vigilia della Guerra, le Officine impiegano 700 persone, e le commesse belliche garantiscono la sopravvivenza, anche a causa di una parziale riconversione della produzione. Nel dopoguerra la necessità della riparazione di carri ferroviari garantisce lavoro, ma dal 1948-49 si regista una brusca inversione di tendenza. La crisi esplode nel 1950:
“Dal febbraio 1950 alla Sigma (Officine Casaralta di Bologna) i lavoratori conducevano un’azione sindacale per ottenere una rivalutazione dei salari, adottando la tattica di attuare brevi scioperi intermittenti (detti a ‘singhiozzo’). Senza dare alcun segno premonitore il 19 maggio la direzione della Sigma, con un avviso all’interno dello stabilimento, annuncia la liquidazione dell’azienda ed il licenziamento in tronco di tutti i dipendenti, ben 700, tra impiegati e operai”[6]
Dopo tre mesi di occupazione dello stabilimento da parte dei lavoratori e l’interessamento delle istituzioni locali, fa seguito la riapertura, ma solo una parte dei licenziati saranno assunti; a restare fuori sono i lavoratori più politicizzati.
La fase successiva sarà caratterizzata da maggiori investimenti per l’innovazione tecnologica e dal tentativo – in parte riuscito, nonostante inizino a manifestarsi scelte governative che penalizzano i trasporti ferroviari a favore dell’automobile – di svolgere attività di costruzione di materiale rotabile più che lavori di riparazione, fino a quel momento preponderanti. A questo fine le commesse pubbliche sono ancora una volta fondamentali.
Negli anni Novanta inizieranno a manifestarsi i segnali di crisi: da un lato la crisi riguarda l’intero settore produttivo del materiale rotabile (legata alle politiche statali rispetto ai trasporti su ferro) e porta alla chiusura di tante imprese importanti (dalle Reggiane nel 1989 alla Stanga di Padova nel 2003) e alla vendita a investitori stranieri di altrettante (la Fiat ferroviaria, la Brown Boveri). Dall’altro lato, la posizione geografica delle Officine di Casaralta rende l’area più redditizia ai fini della speculazione edilizia che non della produzione industriale. La proprietà, dunque, decide di sacrificare quella che forse era la migliore azienda del gruppo dal punto di vista tecnologico e produttivo e di vendere il terreno ad imprenditori immobiliari marchigiani.
Questo c’è stato fino agli anni ’90, poi mancarono gli investimenti, e come azienda ci siamo consorziati con Firema, siamo diventati un gruppo; lì dagli anni ’90 fino ad arrivare al ’98 ci furono continue difficoltà, si lavorava senza prospettive generali. Facevamo commesse per le Ferrovie ma erano insufficienti; iniziarono i periodi di cassa integrazione. Iniziammo a fare commesse per
[Guido Canova, operaio Casaralta dal 1963 al 1998; delegato sindacale Fiom. Intervista 13 settembre 2006]
L’occupazione della fabbrica da parte degli operai nel 1998 non ne impedisce la chiusura; parte dei capannoni vengono utilizzati fino al 2003 dalla Casaralta componenti, nella quale continua a lavorare una piccola parte degli operai. Dal 2003, l’intera area è dismessa, per un certo periodo minacciata di sequestro dalla magistratura nell’ambito del processo sull’amianto, la cui nocività è stata segnalata agli operai solo nel periodo prossimo alla chiusura delle Officine. Mentre imprenditori e politici discutono e progettano la bonifica dall’amianto e la riconversione, gruppi di immigrati cominceranno ad utilizzare i capannoni come rifugio precario.
Parte prima – La fabbrica
1. Le officine della Resistenza
Sono nato alla “casa buia”, una piccola frazione povera di via Arcoveggio a un chilometro dal centro di Bologna […] La mia era una famiglia di fornaciai. Allora i fornaciai erano costretti a lavorare soltanto d’estate perché l’essiccazione del materiale avveniva solo con il sole [...] ho frequentato la quinta elementare con notevole fatica… i miei familiari, come tutti i soci della cooperativa fornaciai, erano, diventarono antifascisti. [...]. La cooperativa era nata molti anni prima, nel 1910/20, e pian piano si era formata in piccola azienda. Poi, acquisendo redditi, si mise in condizione di acquistare le fornaci della Stanzani-Levi. Le rimodernò e iniziò una attività piuttosto importante. Dopo avvertì l’opportunità di creare una nuova azienda più moderna e costruì la fornace “nuova”. I fascisti volevano appropriarsi della cooperativa non solo perché era fonte di reddito ma anche per avere in mano degli strumenti economici. Uno di questi era Poluzzi, che costruì in via Barbieri le cosiddette Case Poluzzi. Voleva conquistare la proprietà della fornace e coinvolse anche
[Elio “Marinaio” Vigarani, partigiano della 7° GAP; dal 1949 al 1960 presidente della Cooperativa Fornaciai, poi dirigente di altre cooperative bolognesi. Intervista
L’antifascismo e
Io sono nato nel
[Elio Vigarani, intervista cit.]
Con le organizzazioni sindacali rese clandestine e nella estrema difficoltà di avanzare rivendicazioni attraverso i sindacati “di regime”, si lavora in condizioni di lavoro estremamente dure, per il pasto quotidiano.
Un inconveniente piuttosto grosso erano i turni di lavoro. A volte mi riuscivano anche bene… i turni si prolungavano spesso come orario da
[Giuseppe “Sergio” Tosi, operaio Minganti 1941-43, Casaralta 1944-50; licenziato politico; poi operaio in fabbriche minori dal ’51 al ’52 e dal ’62 all’81; inserviente all’ospedale Sant’Orsola dal ’52 al ’62. Intervista
Le fabbriche ed i luoghi di lavoro sono anche le “officine” dove l’antifascismo viene discusso, trasmesso, organizzato e dove concretamente diventa pratica di resistenza e di lotta attiva, anche attraverso i sabotaggi delle produzioni per l’esercito, la sottrazione di materiale per la fabbricazione di armi e ordigni per i partigiani.
Per circa due o tre anni feci il fornaciaio [...]. Il reparto artistico della cooperativa fornaciai era sede di incontri antifascisti, si riunivano perché il fascismo voleva conquistare la cooperativa, appropriarsi della cooperativa. Allora io ascoltavo e imparai cos’era il fascismo e l’antifascismo. Cose che mi sono servite dopo.
[Elio Vigarani, intervista cit.]
Nelle fabbriche del quartiere, l’adesione al fascismo di buona parte dei dirigenti e l’antifascismo di molti operai si fronteggiano quotidianamente:
Il primo giorno che andai alla Minganti, c’era il direttore che riceveva tutti i pomeriggi, dalle tre alle cinque, e c’erano i giovani in fabbrica durante la guerra,…tu andavi dentro l’ufficio lì dove c’era la palazzina lì, e ti faceva delle domande stranissime il direttore, Ettore si chiamava. Ti faceva cantèr “Faccetta nera”, lui lì. Ti faceva raccontare, intanto ti chiedeva “cosa vuoi fare”, ovviamente. […] è risaputo che siccome quello lì era un fascista, era un fascista acerrimo, allora lui per decidere se assumere uno o no, uno degli elementi che potevano concorrere era se eri uno della sua parte, insomma. […] Mi ricordo che venne un famoso federale dentro, fece una riunione, arrestarono alcuni che erano degli antifascisti […] ero un bambino, un ragazzino, a quattordici anni, vidi che venne la polizia, ero lì nel reparto torneria, prese su uno o due, adesso non mi ricordo chi erano. […] Si sa di preciso, lo racconta Arbizzani, mi sembra, che i fascisti collocarono in tutte le fabbriche di Bologna, tutti gli antifascisti, due qua, tre là, quattro, per non concentrarli tutti insieme, per poterli controllare meglio. Alla Minganti ce n’erano due o tre, i più in vista. Ogni volta c’era una manifestazione, questo lo posso dire non solo perché è storia, ma è vero, l’ho visto anch’io… quando c’erano delle grandi manifestazioni politiche a Bologna, i fascisti venivano a prelevare queste persone un giorno prima e te li mandavano a casa un giorno dopo.
[Mario Cornetto, operaio Minganti 1943-44 e 1949-54; componente commissione interna, licenziato politico; poi funzionario Pci. Intervista 18 gennaio 2007].
Oltre alla produzione al servizio della guerra e della nazione, nelle fabbriche c’è una produzione “coperta” al servizio dei partigiani.
Dopo l’otto settembre non sapevo cosa fare e allora cominciarono ad arrivare anche altri amici della “casa buia” tutti antifascisti e cominciammo a trovarci nella sede della cooperativa fornaciai che diventò una sede importante della resistenza. Perché nella cooperativa c’era una officina e allora quando c’era bisogno di cambiare colore ad una macchina che avevamo rubato ai fascisti la portavamo giù e nell’officina la riverniciavamo di un altro colore e le cambiavano la targa. E così molte altre cose. Come le bombe. Andavamo a prendere quei pezzi di doccia finali che arrivavano a terra. Oggi non ci sono più perchè sono all’interno. Gli ultimi due metri erano in ghisa, robusti. Prendevamo questi tubi di ghisa, li portavamo alla cooperativa, li tagliavamo secondo la necessità e si facevano delle bombe.
[Elio Vigarani, intervista cit.]
E contro “la grande impresa” della guerra voluta dal regime.
Dentro Casaralta noi costruivamo su ordine tedesco delle chiatte, ovvero dei barconi che dovevano servire per il passaggio dove mancavano i ponti. Tra una riva e l’altra venivano affiancate queste chiatte, questi enormi barconi in legno di un certo spessore…barconi pesantissimi, che dovevano consentire il passaggio oltre il Po dell’esercito in ritirata. Cosa si faceva noi? Mentre che nel cortile si caricavano i barconi sui carri per mandarli via, c’erano anche le sentinelle tedesche a controllarci eh…mentre calavano il barcone buttavamo dei sassi sul carro e noi sentivamo crack! l’asse del barcone che si incrinava. Di due sono sicuro che sono andate a fondo di questi barconi incrinati. In questo modo si sabotava. […] La guerra intanto avanzava ed io passo in torneria… eravamo rimasti in pochi. Avevamo nascosto alcune barre d’acciaio e alcune macchine nel cortile dentro una cisterna del combustibile, ma nafta non ce n’era. Sono stati nascosti alcuni strumenti di precisione perché non cadessero nelle mani di tedeschi o dei fascisti. [Sergio Tosi, intervista cit.]
L’elemento di raccordo fra gli operai antifascisti nelle fabbriche e la guerra partigiana è la complicità ed il sostegno capillare che, a queste lotte, fornisce un “esercito” tacito ed invisibile di popolazione civile, composto da uomini, donne e ragazzini.
I fornaciai, i soci, antifascisti, avevano creato dei masselli di materiale vuoti all’interno. Bastava togliere due tre volterrane entrare e tirarle dentro. Era un nascondiglio per i partigiani. […] Fino ad allora [alla battaglia di Porta Lame] la “Casa Buia” era una zona franca. Potevamo girare di giorno e di notte con il mitra a tracolla nella stradina della casa buia con tutta tranquillità perché eravamo sicuri di essere in una zona antifascista. […] Senza la presenza delle donne non ci sarebbe stato l’esercito di Liberazione. Perché trasportare da una base all’altra armi, alimenti, notizie….a noi non era possibile perché ti prendevano subito, alle ragazze no…. Quindi tutta una attività nascosta la svolgevano le ragazze […..] ci sono decine e decine di ragazze che hanno svolto una funzione che ancora oggi non apprezziamo a sufficienza. [Elio Vigarani, intervista cit.]
Non sono solo gli operai a collaborare con i partigiani, ma anche i lavoratori precari che si “arrangiano” tutti i giorni cercando di sopravvivere e di far fronte alla disoccupazione provocata dall’interruzione di tutte le attività e le produzioni non di guerra.
La birroccia [carretto per trasportare la frutta, nda] di mio padre è servita in un’altra occasione, per trasportare una damigiana di marsala in via De’ Gandolfi vicino a via Ferrarese. In questa strada c’era una stalla, uno che lavorava il legno e mio padre con la sua birroccia. Poi nell’angolo con Casaralta c’era un commerciante, un fascistone, che aveva un magazzino pieno di marsala che commerciava. In quel periodo aveva tagliato la corda per ritorsioni per i suoi trascorsi. I partigiani una di queste damigiane piene di marsala l’hanno portata al Baglioni [Hotel, n.d.a.] dove ci doveva essere una riunione dei tedeschi. Allora si sono presentati con questa damigiana e volevano passare, dicendo che era una offerta per uno dei generali tedeschi. Quelli alla porta gli dissero che non potevano passare e loro “non la volete? La portiamo indietro”. Questo che non era un tedesco, ma era un bolognese e di fronte alla prospettiva di vedersela con uno dei tedeschi che avevano occupato il Baglioni per la mancata consegna del regalo disse “mettiamola qua”. Alla fine la damigiana è scoppiata perché sotto c’era una bomba. È scoppiata ma non ha provocato alcun danno, tranne quello morale rivolto ai tedeschi.
[Sergio Tosi, intervista cit.]
Una solidarietà che prende forma nella sollecitudine verso i bisogni materiali dei combattenti e che è espressione di una rete di protezione in cui la popolazione civile del quartiere si “prende cura” dei partigiani.
E così anche si può dire per i contadini. Noi siamo stati dei mesi a Porta Lame, ma c’erano tante altre basi nella Bolognina ad esempio. E chi ci ha alimentato? I contadini. Che venivano in bicicletta, col somaro, con la mucca, col cavallo e ci portavano degli alimenti. La farina, la pasta, la carne. La carne, dato che uccidevano i maiali trasformavano tutta la carne in salsicce perché la salsiccia salata si poteva conservare la carne fresca no, dopo una settimana puzzava. E difatti per settimane intere io ho mangiato crescentine fatte con la farina e salsiccia. Si dirà: buono! Sì, buono ma un giorno, due ma un mese diventa lungo.
[Elio Vigarani, intervista cit.]
Per combattere una delle armi più insidiose del nemico, la penuria di alimenti e beni primari, anche quei particolari che sembrano essere inessenziali, diventano importanti.
A noi non ci mancavano mai le sigarette. Le donne della Manifattura Tabacchi…come facessero non lo so, ma a noi non mancavano mai le sigarette…anche questo è una dimostrazione di antifascismo, di partecipazione. […] Ma poi il silenzio di migliaia e migliaia di persone che, pur sapendo, tacevano era un modo di partecipare anche questo alla resistenza.
[Elio Vigarani, intervista cit.]
1.1. Nel corpo del quartiere
Dopo il conflitto, l’esperienza accumulata durante la guerra di liberazione e le reti di solidarietà fra fabbrica e quartiere non si disperdono, ma si traducono in un repertorio di azioni di socialità diffusa che, in maniera più o meno esplicita o cosciente, si richiameranno a quel momento storico. In questo senso
I delegati tenevano sotto controllo la situazione anche nella vita della fabbrica. C'è stato un vecchio delegato, che era anche un ex partigiano, che individuava tra quelli nuovi quelli che più si interessavano, più aperti. Lo prendevano sotto al braccio, metaforicamente ma neanche troppo metaforicamente, e gli insegnavano a conoscere la fabbrica non solo nel modo di lavorare ma anche nella sua natura, nella sua cultura…Di come era la fabbrica e di come era diventata anche attraverso le lotte”.
[Lia Amato, immigrata dalla Sicilia e operaia Manifattura Tabacchi negli anni ’70; poi consigliere regionale Rifondazione Comunista. Intervista 25 settembre 2006]
Per molti operai entrare in fabbrica negli anni successivi significava anche “andare in trincea”, nell’unico luogo da dove poter portare a buon fine quella rivoluzione cominciata con la resistenza e considerata ancora incompiuta.
Mi ricordo non so che
[Mario Cornetto, intervista cit.]
Allora andare a lavorare nelle grandi fabbriche era una aspirazione, dava una certa sicurezza di lavoro continuativo e poi c’era anche quella cosa che dicevo io, anche un po’ ideologica… nel senso che… anche se ero politicamente immaturo ed a 17 anni me ne sbattevo il giusto, però da tradizione di famiglia pensavo di entrare in fabbrica per combattere il padrone… era una forma ideologica.
[Guido Canova, intervista cit.]
Sarà nei tre grandi momenti di crisi e di lotta degli anni Cinquanta, Sessanta-Settanta e fine anni Novanta che, soprattutto nella vicenda della Casaralta, il legame fabbrica/operai e quartiere/abitanti diventerà visibile nelle forme di solidarietà concreta che si attiveranno.
Le epiche vertenze contro il cottimo, le lotte contro i licenziamenti politici e le rappresaglie padronali, per il miglioramento delle condizioni salariali e di sicurezza sul lavoro, per l’adozione e l’effettiva applicazione dello Statuto dei lavoratori, hanno come caratteristica comune il parlare al quartiere e si inseriscono in un discorso più ampio sulla democrazia, i diritti e la partecipazione.
L’esperienza della Casaralta è stata tragica, è stata enorme, ai tempi di allora.
[Alla Minganti] Nel ’54 licenziarono 170 operai e impiegati, fra i quali c’erano tutti i dirigenti sindacali e politici e della commissione interna. Tutti. […] Allora il sindacato,
[Mario Cornetto, intervista cit.]
Anche nel ricordo di Claudio Mazzanti, nato e vissuto in uno dei caseggiati destinati ai “pionieri” del neonato territorio industriale, le figure operaie sono alla base di un ambiente sociale fortemente coeso e saldo.
In ogni caseggiato solitamente c’erano due personaggi carismatici, uno di formazione marxista che poteva essere il capo operaio o il segretario della circolo locale del Pci, l’altro cattolico, il parroco o qualcosa del genere. […] Nel mio caseggiato vivevano 112 famiglie, due di queste erano ladri di professione. La situazione era simile in tutti gli stabili, dentro c’era di tutto: operai, artigiani, ferrovieri, ma anche ladri e prostitute. I conflitti non mancavano, eppure nessuno aveva mai bisogno di chiamare i carabinieri perché i conflitti venivano risolti all’interno.
[Claudio Mazzanti, intervista cit.]
Fabbrica e quartiere non sono entità separate perché sul terreno dei diritti del lavoro si conquistano trasformazioni reali nell’organizzazione della vita quotidiana per sé e per gli altri:
Me ne viene in mente uno [vecchio operaio] che mi ha insegnato ad amare la fabbrica nella sua comunità, una entità che trasforma te stesso e ti insegna a vivere con gli altri, che non è facile perché devi stare al fianco con una serie di persone con cui hai diversità di idee e con cui devi convivere. Ti insegna che con l’impegno e con l’unità la vita è dura ma può anche migliorare.
[Lia Amato, intervista cit.]
Soprattutto a partire dal 1968 fra gli operai è forte la consapevolezza che le vertenze aperte dentro la fabbrica non possono che chiudersi con successo fuori dai suoi cancelli e dentro il movimento di trasformazione più ampio che il paese sta attraversando.
Dal punto di vista politico c’era anche un grande sommovimento libertario. Mi ricordo che firmammo il contratto nel 1974 e proprio il giorno dopo c’era il referendum sul divorzio… anche lì feste. La mia esperienza in quegli anni dal punto di vista sindacale e politico si legava alle lotte per una maggiore libertà sociale. Poi vennero i gruppi della sinistra extraparlamentare, anche lì quella esperienza attraversò le fabbriche…c’erano oltre al Pci e al Psi, gruppi come Lotta Continua, Servire il Popolo, il Manifesto. Io ero nel Pci e ne uscii proprio nel 1969 sull’onda della protesta del gruppo del Manifesto… poi vi rientrai nel 1982 se non mi ricordo male
[Guido Canova, intervista cit.]
La porosità fra i due ambiti, fabbrica e quartiere, è anche espressione del rifiuto di una identità sociale spettrale che riduce l’operaio al movimento muscolare nelle sue ore di lavoro senza considerarne la sua esistenza ricca di legami familiari, affettivi, bisogni culturali, passioni.
Se io ripenso al lavoro che facevo non è che fosse un lavoro granché esaltante però era uno strumento per il mio miglioramento. Certo con fatica con impegno, facendo delle lotte. Però tante volte le vincevamo le lotte. Quindi la nostra vita migliorava, migliorava nelle fabbriche ma anche fuori. Migliorava la vita dei nostri figli. Tanti figli sono andati all’università, per esempio. Allora andare all’università significava migliorare le prospettive della propria vita. Lottavi per il miglioramento del contratto, lottavi per il salario accessorio per avere servizi sociali, anche
Vedevi anche la vita interna alla fabbrica migliorare: la mensa, il nido. Per esempio una delle discussioni più grandi che abbiamo avuto noi donne è stata l’avere il nido di quartiere. Nel senso che la proposta di non avere più il nido in fabbrica ma averlo di quartiere non era accettata da tutti… partecipazione significava anche arrivare a delle decisioni dopo parecchio tempo. Perché significava conquistare anche questo cambiamento di mentalità… si parte sempre dalle cose concrete perché per gli operai non ci sono mai lotte di tipo ideologico. L’ideologia è una cosa che c’è, ma c’è insieme a cose concrete. Si parte sempre da cose piccole che stanno dentro un orizzonte, però non esiste fare battaglie che sono solo di tipo ideologico.
[Lia Amato, intervista cit.]
Questa capacità di versare la conflittualità delle fabbriche negli ambiti più allargati della vita sociale, con un effetto moltiplicatore rispetto alle vertenze specifiche nate sui luoghi di lavoro (ma pur sempre a partire da esse), è riscontrabile anche nella Casaralta, che non è né la più importante fabbrica del quartiere, né la più grande, ma particolarmente densa di microstorie personali significative: i vecchi partigiani, le maestranze capaci di imporre un decisivo controllo sulla produzione grazie alla loro esperienza, i gruppi di operai pendolari del ferrarese, gli operai che hanno partecipato all’esperienza dell’occupazione delle fabbriche negli anni ’50 e subito l’ondata di licenziamenti politici. Tutti questi vissuti consolidano una comunità di lavoratori fortemente integrata negli scambi sociali, commerciali, quotidiani che costituiscono la vita del quartiere.
Era forte per me l’esperienza del rapporto con gli altri lavoratori… c’erano gli operai anziani, quelli che mi hanno insegnato a lavorare, che mi hanno raccontato le lotte, le loro storie e le loro esperienze politiche nella resistenza. Insomma c’erano operai che mi hanno fatto crescere dal punto di vista politico e sindacale in una fabbrica dove c’erano vecchi militanti operai e che partecipava molto alle situazioni politiche generali.
[Guido Canova, intervista cit.]
E… niente, con i miei compagni di lavoro, l’ho detto già anche prima, il rapporto fu ottimo da subito. Sia con… con quelli della mia età, non eravamo tantissimi, l’età media era abbastanza alta, sia soprattutto con… con le persone un po’ più adulte di me. Guido Canova è uno di questi, lui non lo sa ma per me è stato molto importante, soprattutto per quanto riguarda l’approccio alle questioni un po’… sindacali che per me… un argomento assolutamente tabù fino allora, nel senso che non ci capivo assolutamente niente. Un paio di persone del mio reparto, una di queste purtroppo non c’è più, che è morto di amianto… per me sono stati dei… non dico dei fratelli maggiori, neanche dei padri, diciamo degli zii, uno proprio lo chiamavo direttamente zio.
[Cesare Poggioni, operaio Casaralta 1991-97. Intervista 9 ottobre 2006]
I momenti liberi e di riposo sono anche quelli dove lo scambio e le discussioni trovano spazio: la lettura dei giornali clandestini in fabbrica prima e durante la guerra, i commenti sulle lotte che si stanno aprendo alla Fiat negli anni ’60, il maggio francese, i gruppi della sinistra extraparlamentare ed il volantinaggio degli studenti fuori ai cancelli.
La dimensione politica nazionale ed internazionale viene declinata dentro i luoghi di lavoro, mescolata alle contrapposizioni ideologiche di almeno tre generazioni di operai.
Nelle differenze di lettura storica del momento politico l’elemento ricompositivo è sempre il bisogno materiale condiviso ed un orizzonte comune in cui le lotte vengono iscritte: l’egualitarismo, la democrazia come partecipazione reale ed incremento di potere tangibile nei propri spazi e tempi di produzione e riproduzione.
Io ero in marina e mi sono fatto 24 mesi di leva militare… mi sono congedato a giugno del 1968 ed ho seguito tutta la partita del maggio francese attraverso i giornali. Quando sono tornato a casa ho visto che già anche in Italia era partito il movimento giovanile, i movimenti studenteschi a Bologna. Allora su questo la mia esperienza e maturazione fu quella di stare più dentro le questioni politiche. In fabbrica era appena finita la partita di 120 ore di scioperi contro il cottimo. Non si lottava per la sua abolizione ma per renderlo un po’ più giusto. […] Noi chiedevamo che una parte che era esclusa dal cottimo, che guadagnava meno ma che lavorava molto potesse essere garantita da un minimo. Erano questioni che avevano portato ad un grosso scontro da parte dei lavoratori.
[Guido Canova, intervista cit.]
Da una parte c’è la spinta degli operai verso un miglioramento sostanziale della vita di fabbrica, dall’altra la consapevolezza che alzando il tiro delle richieste bisogna elevare anche la capacità di difendere le conquiste.
Quando tornai a lavorare mi colpì che c’era una certa difficoltà nell’applicazione delle cose ottenute. Perché dovete sapere che quando fai delle vertenze non è tanto importante il risultato ottenuto ma a farlo applicare e mantenere… far mantenere il rispetto delle norme che riesci a conquistare. Poi ci fu il 1969 quando secondo me ci fu la riscossa operaia. Come metalmeccanici ci fu il rinnovo del contratto dove per la prima volta vennero richiesti incrementi salariali forti. Per la prima volta mettevi in discussione una politica di bassi salari, l’egualitarismo… l’aumento uguale per tutti… prima era proporzionale alle categorie. Lì fu sconfitta una logica dei sindacati, dove ci fu una rivolta della base su questo argomento. La richiesta dell’aumento uguale per tutti era una lotta giusta per l’egualitarismo perché c’era troppa differenza di salario all’interno di una stessa fabbrica fra operai addetti alle diverse mansioni. […] Magari successivamente questo si è tradotto in un appiattimento delle richieste, ma in quel momento era un lotta giusta. Quello fu il momento in cui io decisi di entrare fortemente in politica.
[Guido Canova, intervista cit.]
La durezza del conflitto ed anche la diversità fra le visioni politiche, in Casaralta come in altre fabbriche del quartiere, trovano il loro limite di ancoraggio comune su due questioni: l’unità e l’identità collettiva degli operai. Una unità non indifferenziata ma marcata dalla coscienza di condividere una stessa condizione e di poter dare vita ad una diversa cultura sociale.
C’era la voglia di partecipare soprattutto perché c’era la speranza che la vita, in fabbrica ma anche fuori, potesse migliorare [...] facevi quel lavoro, ma ti sentivi parte di un grande movimento che tendeva a modificare la società e a migliorarla. […] Ci sono stati momenti duri di discussione di confronto tra di noi. Momenti duri nei quali però sapevamo sempre che c’era come una barricata, che noi eravamo di qua e il padrone era di là. Anche le discussioni più dure non mettevano in discussione questa barricata.
[Lia Amato, intervista cit.]
E la vita da quella parte della barricata è fatta di piccole cose che sembrano impercettibili quando inserite nel flusso quotidiano, legami e connessioni che non sono leggibili se non nella distanza e negli eventi traumatici e di crisi.
Poi dopo mi ha messo nella squadra di lavoro in cui ero affidato, in una cerchia più ristretta dove iniziai a socializzare in modo più stretto sia per motivi professionali ma la cosa positiva è che anche le questioni personali, familiari, erano molto raccontate, confidate. Era una situazione diversa dal posto di lavoro in cui uno fa le 8 ore e poi si chiude in sé stesso. […] Penso che questa forma era propria di Casaralta, era un modo di vivere che si era affinato con il tempo. Non a caso, anche dal racconto dei colleghi più anziani, tante lotte sindacali furono fatte, anche difficili e traumatiche, sempre perché tutti erano stati coinvolti e si era parlato in comunità. […] Così pure certe difficoltà individuali, che potevano essere familiari o economiche molte volte furono affrontate con il sostegno materiale e morale dei colleghi, quindi c’era forte l’aspetto della comunità. […] Una comunità che io vedevo riflettersi all’esterno. In questo quartiere tante attività, dalle varie botteghe ai meccanici, agli artigiani, tutti ci conoscevano e c’era un reciproco scambio. Noi eravamo clienti loro, ci facevano sconti. Anche se molti abitavano fuori dal quartiere, eravamo coinvolti nel tessuto sociale produttivo del quartiere. Il fornaio preparava i panini per i lavoratori Casaralta, lo stesso il lattaio ed il fruttivendolo. Molti ordinavano la spesa la mattina e la passavano a ritirare all’uscita della fabbrica. I meccanici gli lasciavi la macchina la mattina con le chiavi nella cassetta della posta e la andavi a riprendere la sera. Se c’erano dei problemi ti chiamava in fabbrica… c’era un coinvolgimento totale. La stessa cosa succedeva quando facevamo gli scioperi. Noi uscivamo dai cancelli e molti cittadini si accodavano, gli anziani, i pensionati che avevano ore libere, aspettavano che uscissimo noi per accodarsi al nostro corteo. Alcuni di loro erano stati a loro volta dipendenti Casaralta o c’erano le mogli dei dipendenti. C’era questo modo di fare gruppo, comunità nel quartiere.
[Stefano Scaramazza, operaio Casaralta 1980-2003; delegato sindacale Fiom dal 1984. Interviste 9 e 16 ottobre 2006]
Con sorpresa molti operai della Casaralta che vivono l’ultima stagione di lotte, quelle contro la chiusura dell’officina a partire dal
Durante l’occupazione io insieme ad altri preparavamo i panini per tutti, eravamo 24 su 24 sempre dentro, ci davamo il cambio per la notte. Dobbiamo ringraziare molta gente della zona che ci ha aiutati, ci portava il pane,
[Pino Barillari, operaio Casaralta 1978-1998. Intervista 18 settembre 2006]
Ti rimane impresso per tutta la vita vedere tanta gente del quartiere che solidarizzava con noi, ci portava da mangiare, perché eravamo in occupazione ed avevamo la mensa chiusa, chi ti portava la torta appena fatta, quello che veniva solo per far numero, per occupare, perché uno dei nostri obiettivi era di non lasciare mai vuota la fabbrica perché se chiudevano i cancelli non saremmo mai rientrati. Si era attivata una vera e propria catena umana. Alcuni al posto di andare a fare la partita a carte al bar la venivano a fare dentro in modo sostenere i gruppi che occupavano giorno e notte. […] Una volta ci fu una signora prossima alla pensione che lavorava in un’altra ditta ma che abitava qua che una sera verso venne dopo il suo turno di lavoro e disse: “mi hanno dato un premio di lavoro di 600 mila lire” (allora era quasi un mese di stipendio per una donna) e li ha lasciati come solidarietà alla nostra lotta dicendo che era nata nel quartiere e cresciuta con la presenza della fabbrica e che ci voleva dare una mano per resistere perché non poteva pensare che Casaralta chiudesse. Queste sono cose che ti toccano. […]
Durante l’occupazione bloccavamo il macchinino, come noi lo chiamavamo, che veniva a tentare di prendere le carrozze finite. Non potevamo bloccarlo in due, tre, perché altrimenti pendevi una denuncia, allora facevamo uscire un reparto alla volta a bloccare i cancelli. Una volta mi ricordo c’erano già i cellulari…non l’avevano ancora in tanti però qualcuno l’aveva…una volta ci presero alla sprovvista e degli abitanti del quartiere ci avvertirono per telefono dicendo “guardate sta arrivando il mezzo a prelevare le carrozze e non vedo nessuno di voi fuori dal cancello”. Tutto perché c’era stato un problema ed i delegati erano a discutere con un capopersonale… forse questa cosa l’avevano fatta apposta, mentre tentavano così di fare il blitz. Allora c’è stata questa telefonata e siamo corsi verso il cancello e siamo riusciti a bloccare tutto, perché loro dalle abitazioni di fronte a Casaralta vedevano tutto. Questa è stata una cosa molto bella, tanto che poi in una assemblea pubblica questo abitante ci tirò le orecchie dicendo “se non c’ero io che vi avvertivo…” e noi abbiamo stappato una bottiglia e fatto una bevuta insieme per essere riusciti a bloccare tutto. Così come c’erano persone che parcheggiavano la macchina di fronte al cancello apposta, perché nel tempo che lo andavano a chiamare per spostarla noi eravamo già pronti a bloccare i cancelli.
[Stefano Scaramazza, intervista cit.]
2. Le spaventose e buie officine
2.1. Sulla soglia
Per avere una immagine efficace di cosa sono le condizioni di lavoro in fabbrica bisogna ricorrere alle immagini stampate nella mente degli operai al momento della loro entrata negli stabilimenti: le impressioni del primo giorno, l’impatto con la materialità dello spazio di lavoro, gli odori, i rumori, la visione degli altri operai.
Il primo giorno fu traumatico, entrare nella vecchia portineria buia, messo in disparte perché mi dovevano prima consegnare i documenti, il cartellino ecc…ho visto entrare i futuri colleghi ed è stato un impatto devastante: persone già alle 7 del mattino tutte nere, unte, qualcuno con le scarpe senza stringhe, un gran baccano, tutti che urlavano… fu forte.
Anche se la cosa che colpiva era che queste persone, anche se non ti conoscevano tutti ti salutavano: “Ah sei uno nuovo, poi ci vediamo fuori…!”. Io da una parte mi spaventai pensando che sarei diventato anch’io così però dall’altra vedere già dell’umanità, la voglia di conoscersi…
[Stefano Scaramazza, intervista cit.]
Io quando sono arrivata in Manifattura inizialmente ero un po’ spaventata da questo ambiente…il secondo giorno ero stata messa davanti a una macchina a 92 decibel, pensate al martellamento e poi noi nuovi arrivati eravamo chiamate “le bimbe nuove”… c’erano le operaie che trasmettevano la conoscenza delle cose da fare… erano severissime… per cui i primi tempi sono stati tremendi.
[Lia Amato, intervista cit.]
Ragazzi molto giovani, di 16-17 anni, che entrano come apprendisti, con scarse esperienze di lavoro strutturato alle spalle e che in qualche modo vivono la realtà dura di un lavoro pesante, come quello di tipo metalmeccanico, con la leggerezza e la curiosità di giovani ansiosi di entrare in un mondo “adulto” che dà riconoscibilità sociale ed apre le porte all’indipendenza economica dalla famiglia.
Io sono entrato in fabbrica nel 1963. Dopo le medie avevo iniziato le superiori, cioè quelle che allora erano le professionali. Il secondo anno smisi perché c’era la possibilità di trovare lavoro. Ho piantato la scuola a febbraio e girovagando di qua e di là ho trovato questa fabbrica. […] Conoscevo attraverso la scuola
[Guido Canova, intervista cit.]
L’orrore e lo sgomento per le condizioni di lavoro, per la costrizione fisica che questo comporta è più duro da sopportare da adolescenti.
Quando sono entrato avevo 16 anni. Non avevo nessuna esperienza lavorativa. […] Per me che uno si mangiasse un panino o fumasse o cose di questo genere apparteneva alle libertà che uno aveva fuori dalla fabbrica ma dentro scoprii che non era così. La gente si spegneva le cicche in tasca, mangiava il panino di nascosto in tutte le forme possibili ed immaginabili, magari senza lavarsi le mani, in condizioni igieniche che a quei tempi là era molto diverso dalla ripresa dell’iniziativa sindacale negli anni ’70-’80. Allora l’uomo, l’operaio era considerato più o meno un animale.
[Giacomino Simoni, operaio Casaralta dal 1963 al 1998; delegato sindacale Fiom; ora sindaco di Minerbio (Bo). Intervista 13 settembre 2006]
La “catena di montaggio” inizia dalle scuole professionali, che hanno la missione di allenare le braccia al ritmo del lavoro e dove la divisione di classe si sperimenta attraverso la selezione di quale cultura e quale sapere toccano per nascita ad ognuno.
Allora una delle caratteristiche di noi che purtroppo venivamo da famiglie di operai, ed era anche nella logica stessa della scuola di allora, dove ti insegnavano che tu figlio di operaio mica potevi essere ingegnere, guai al mondo! La cosa vera era che entrare a lavorare in una fabbrica, specialmente in una grossa fabbrica, non come fare l’artigiano ad esempio, era uno degli obiettivi nelle nostre famiglie. Per dire, una volta, soccia! lavorare alla Sasib, alla Minganti, anche alla Casaralta… lavorare alle Minganti! era come uno che andava all’università. Sasib e Minganti, ma le Minganti soprattutto, se uno andava a lavorare lì era un mago, un dio, chissà cosa aveva. C’era questa logica del lavoro nella grande industria che era importante.
[Guido Canova, intervista cit.]
Lo stupore di molti giovanissimi operai entrati nelle fabbriche negli anni ’60, a contatto con una disciplina di fabbrica dove la gerarchia del potere, dal marcatempo al caporeparto al padrone, è continuamente evidenziata, nasce da un mondo “fuori” dalle officine dove il boom economico, la diffusione della televisione, la cultura di massa, la mobilità migratoria interna, i movimenti politici ed i primi segnali di ciò che sarebbe avvenuto a partire dal 1968, suggeriscono una democratizzazione ed una messa in questione del conservatorismo sociale dominante, la cui traduzione sui luoghi del lavoro non è fluida né scontata.
Sul piano dei rapporti di produzione, nell’ossatura economica e politica della società italiana di quegli anni, il cambiamento sarebbe stato più conflittuale e portare dentro la fabbrica i discorsi sulla democrazia, i diritti e l’egualitarismo avrebbe comportato dover rompere qualche osso di quello scheletro.
Già a partire dagli anni Settanta la fabbrica non è più una aspirazione per tutti. Il lavoro operaio inizia a spogliarsi delle sue rappresentazioni mitiche. Da valore a fatica.
Io la prima immagine che ho è quando sono andata via da quel posto nel senso che per me è stata una liberazione andare via, ed è capitato che fu quando me ne andai via da Bologna perché mi stavano cercando. Mi licenziarono di fatto. Era l’aprile del 1978. Era una grande sensazione di libertà, mi ricordo andai al mare, mi feci un bagno e mi dissi: “Finalmente ho chiuso!”. Pensa a che livello ero arrivata, invece che essere terrorizzata dalla situazione in cui ero, ero felice di non dover andare più alla Minganti. La mia situazione era che nel 1970, quando morì mio padre non dico che fui costretta, ma c’era la necessità familiare che io dovessi andare a lavorare. Decisi di andare, non è che fosse una tragedia perché il lavoro era molto dignitoso, anche come orari, solo che le mie aspirazioni e la mia mente erano da un’altra parte. Non ho potuto fare una serie di cose che avevo in mente, tipo andare all’università, fare teatro. Per me rappresentò una chiusura. […] Alla Minganti ero una impiegata, lavoravo in ufficio. Ero la segretaria del capoproduzione.
[Liviana Tosi, impiegata Minganti 1970-1978. Intervista
2.2. Fare bene il lavoro
Dopo l’impatto traumatico, il legame con la fabbrica si fa strettissimo perché questa diventa il luogo di sviluppo della personalità, della formazione politica, ma anche il luogo dove, di fatto, si esperisce e si perfeziona un sapere tecnico.
Nonostante l’esistenza di scuole professionali (prima tra tutte le Aldini Valeriani) pensate e strutturate per offrire operai specializzati alle fabbriche bolognesi, è dentro la fabbrica che avviene la trasmissione delle competenze tecniche. I capi operai non solo “iniziano” i giovani alla comunità-fabbrica, alle attività sindacali, alle lotte ma insegnano loro anche il “lavorar bene”.
Tecnologicamente eravamo tutti dei gran artigiani.
[Stefano Scaramazza, intervista cit.]
[Il padrone della Sasib era] nato dalla gavetta, rubando senza peli, fascista fino al collo e è arrivato a avere un’azienda di quel genere lì, che era fatta di una manodopera di un altissimo livello, di specializzazione altissima, la grande massa dei dipendenti, non erano operai qualunque, era gente, a Bologna si dice, “che sapevano fare i piedi ai moscerini”. Capisci il concetto? Erano talmente bravi che sapevano fare i piedi ai moscerini. Che poi in dialetto è più bella, “fa i pe’ ai muscèin”.
[Franco Barbani, operaio Sasib 1945-53, licenziato politico. Intervista 30 gennaio 2007]
Che la fabbrica sia “degli operai”, che cioè questo sia un sentire diffuso, lo si evince più che dai proclami di tipo ideologico-sindacale, dalla miriade di racconti in cui si mettono alla berlina gli ingegneri, i direttori, quelli cioè che in fabbrica non ci sono. Ogni operaio conserva tra i ricordi il giorno in cui ha dimostrato che a far funzionare la macchina con la quale passava più tempo che con la moglie era molto più bravo dell’ingegnere e, ovviamente, del padrone.
I figli di Regazzoni, ne aveva due, due maschi, Giorgio e il più piccolo… l’ho rivisto dopo, ho avuto occasione di rivederlo dopo quando io ero all’interno dell’ospedale Sant’Orsola, che facevo le pulizie, inserviente all’ospedale Sant’Orsola, nel reparto di dermatologia, all’angolo, del Sant’Orsola. Vedo l’ingegnere Piero, il più giovane. “Come mai, Tosi…” Eh, dico, “Meno male che ho trovato lavoro qui”. E dico: “E lei, che cosa…?” “Ah, sta buono sta buono, ho fatto la fesseria…”. Era via in macchina, ad un certo momento il radiatore della macchina bolle, capito? si è fermato, è andato a svitare il tappo del radiatore, è rimasto ustionato, poca cosa, ma uno sbuffo vicino a un occhio. Ecco. Cose che malignamente, mi hanno fatto pensare, malignamente mi hanno fatto pensare: “Sei una brava persona, però come ingegnere…”.
[Sergio Tosi, intervista cit.]
Il rapporto con le macchine ha un’importanza quasi pari al rapporto con i compagni di lavoro. Fare bene il lavoro è una cosa che ha poco a che vedere con i ritmi di produzione, con i profitti, con la produttività. Riguarda l'orgoglio di un ruolo e di una capacità.
Io lavoravo nel reparto confezionamento. […]Le macchine erano ancora di una generazione un po’ vecchia per cui era richiesto anche un lavoro più diretto, manuale.
Il meccanico che interveniva alla partenza alla chiusura e tutte le volte che c’era un inceppamento, un problema… ma il meccanico era anche quello che ti insegnava a prendersi cura della macchina perché se tu ti prendevi cura della macchina da una lato il prodotto era migliore e dall’altro si stava meglio nel senso che se la macchina funzionava bene tutto il giorno si lavorava meglio, c’era meno fatica. Però insieme a quello c’era anche l’orgoglio di un lavoro fatto bene nel senso che, sì, quella non era roba nostra ma era anche roba nostra nel senso che ci passavamo la nostra vita, la nostra giornata…
[Lia Amato, intervista cit.]
Un “innamoramento” del luogo di lavoro che, in qualche maniera, prescinde dalla comunità operaia e si lega alla fabbrica come struttura e insieme di macchine che funzionano solo grazie alla mano operaia.
2.3. Sopravvivere al lavoro
La fabbrica è anche luogo di morte e di malattia. E anche di questo, gradualmente, gli operai assumono coscienza.
Se chiedevi i guanti ti dicevano: “ma perché hai paura di sporcarti le mani?” […] Insomma c’era questa mentalità: il lavoratore doveva essere uno che non guardava a niente altrimenti era un fighetto.
[Stefano Scaramazza, intervista cit.]
I racconti degli operai parlano di un luogo dove il minimo rispetto del corpo è un obiettivo sindacale da raggiungere piuttosto che un diritto riconosciuto.
Non c’era il riscaldamento. Per riscaldare i reparti c’erano i furgoni, erano dei bidoni in cui si prendeva il carbone, si incendiava [….] andavi vicino a riscaldarti le mani.
[Guido Canova, intervista cit.]
Bisogna fare ore di sciopero perché i saldatori possano avere il latte o camici di cuoio. Nonostante le lotte degli anni Settanta le condizioni di sicurezza non migliorano.
Le scarpe antinfortunistica, ad esempio… .negli anni Ottanta era a discrezione dei capireparto averle o meno. Ad alcuni venivano date, ad altri, che facevano lo stesso lavoro, no. […] C’è chi si faceva male e chi no a secondo se aveva le scarpe antinfortunistica.
[Stefano Scaramazza, intervista cit.]
La fabbrica rappresenta un punto d’arrivo, il sogno tangibile dello sviluppo, ma di uno sviluppo che si nutre tragicamente dei corpi degli operai.
Per molti l’ingresso in fabbrica è un progresso nelle condizioni di vita. Su questo pesa la provenienza contadina. Molti sono i pendolari che vengono dal Ferrarese, un’area tipicamente agricola dove non si sviluppa alcuna industria. Si tratta di operai che non si trasferiscono a vivere in città ma per i quali il passaggio dall’agricoltura all’industria è comunque un miglioramento.
Gli operai venivano da tutte le parti: da Ferrara da Portomaggiore da Castel Bolognese, era una fabbrica che pendolari ce n’erano un bel po’. C’era almeno il 40% di pendolari.
[Pino Barillari, intervista cit.]
Io venivo da Minerbio in macchina e c’erano le file lungo la ferrarese, c’erano le colonne di motorini, perché a quella epoca c’erano solo quelli, di gente che dalla campagna andava a lavorare in fabbrica. […] La maggior parte era gente che veniva dalla campagna, ex-braccianti, quindi abituati a lavorare quando c’era il lavoro, molto precari. In campagna c’era quello che oggi si chiama il lavoro a chiamata. Si lavorava 120, 130 giornate in un anno e quindi anche con problemi familiari enormi.
[Giacomino Simoni, intervista cit.]
Il passaggio dalla campagna alla città, ma anche il passaggio da un tempo duro, quello della guerra e del dopoguerra, ad un tempo tutto da costruire. Il ruolo della fabbrica si alimenta dell’immaginario tecnologico e del mito del progresso su cui il boom economico è costruito.
Noi sapevamo che si veniva, ce lo dicevano i nostri vecchi ma anche la nostra vita, da tempi duri e difficili. Però la nostra esperienza ci diceva che si poteva cambiare in meglio. Anche con l’impegno.
[Lia Amato, intervista cit.]
La fabbrica è l'unico luogo in cui è possibile costruire un miglioramento della propria vita, attraverso la lotta e la cooperazione con i compagni di lavoro.
Dal 1969 fino alla metà degli anni ’70 ci furono grandi conquiste di cui avemmo dei riscontri reali e ci accorgemmo concretamente. Una fu la questione della riduzione dell’orario di lavoro, da 48 ore settimanali più tre il sabato mattina… raggiungemmo nell’arco di 3-4 anni le 40 ore, l’inquadramento unico. […] E poi conquiste sull’organizzazione… conquistammo i famosi consigli di fabbrica. Nella nostra fabbrica c’erano 17 reparti ognuno con il suo delegato e questo permise una maggiore democrazia sindacale e aderenza del sindacato alle istanze della base. […] Poi ottenemmo lo Statuto dei Lavoratori, e questo permise di avere un discorso di garanzia sui licenziamenti senza giusta causa… anche se con la forza che avevamo già non era possibile un ricatto di questo genere da parte dei padroni… anche l’unità sindacale fu un fattore chiave nell’accrescere il nostro potere nei luoghi di lavoro. […] Noi uscivamo in quel periodo da un boom economico, che anche se eri operaio e non avevi da sprecare, però ci fu un maggiore accesso al consumo e questo miglioramento economico permetteva di reggere anche a forme di lotta più forti… insomma tenevi botta durante gli scioperi anche per il minor peso che il ricatto economico aveva sulle famiglie operaie.
[Guido Canova, intervista cit.]
In questa cornice – rapporto con le macchine, attacco al corpo, prospettiva di miglioramento – si sviluppa l’idea della sicurezza in fabbrica.
Le lotte per migliorare le condizioni di sicurezza si affiancano e si mescolano con quelle relative al salario, al miglioramento degli strumenti di produzione, alle richieste di attrezzi migliori. Non sono, però, il frutto di una sensibilità di tipo ambientale.
Per molte rivendicazioni, infatti, si dovranno attendere leggi nazionali
Uscì la legge 626, c’era un po’ più di responsabilità agli inizi. I primi tempi le aziende provavano a stare più in regola. Gli esami erano molto di più le visite più accurate. C’era più attenzione e cominciammo a prendere conoscenza di certi problemi e anche a rispondere. Quando siamo riusciti a fare avere le scarpe antinfortunistica a tutti è stata una battaglia sindacale. Poi c’è stata la battaglia sulle scorte perché con l’uso si rompevano, le scarpe e i guanti, e tu andavi in magazzino e non ce n’erano più. Per far rispettare una legge che nel frattempo era uscita.
[Stefano Scaramazza, intervista cit.]
La stessa vicenda dell’amianto in qualche modo “cade dall’alto” quando questo materiale viene posto fuori legge.
2.4. Morire di lavoro
Sulla parete grigia della Casaralta, all’ingresso principale, c’è una scritta fatta con una vernice blu: “Fabbrica chiusa per strage”. La strage alla quale si riferisce è quella che ha portato alla morte di tanti operai a causa dell’amianto che, per molti anni, è stato usato in maniera massiccia nelle lavorazioni. È un falso storico, ovviamente.
La questione amianto scoppia alle Officine di Casaralta alla fine degli anni Ottanta.
La cosa che mi ha impressionato quando è venuto fuori l’amianto e ho rivisto Canova è che lui ha una foto nella quale sono ritratti molti operai e alcuni di noi. Questi operai sono morti tutti; è rimasto Canova che si sente un sopravvissuto. E in questi casi, visti i micidiali tempi di latenza di questo tipo di malattia, ovviamente ti senti un sopravvissuto e non sai per quanto.
[Alessandro Gamberini, avvocato, difensore degli operai della Casaralta nella causa sull’amianto. Intervista luglio 2006]
L’amianto lo vedevamo dappertutto, o era in pannelli o lo spruzzavi o era in corde o era dentro a dei sacchi. Lo vedevi di uso talmente comune che nessuno ti diceva che faceva male. C'era anche chi se lo portava a casa per metterlo sotto il ferro da stiro.
[Stefano Scaramazza, intervista cit.]
Il giudice al processo mi ha detto: “ma lì dentro come era la protezione?” Glielo dico subito: “non c’era niente…” “E quando c’era da spazzare?” mi chiede. “Si spazzava con una scopa e allora respiravamo polvere su polvere”.
[Pino Barillari, intervista cit.]
L’amianto in Casaralta veniva usato in molte fasi di produzione, così come in altre fabbriche produttrici di materiale rotabile come le Officine Grandi Riparazioni e
La presenza di amianto nei capannoni e nella lavorazione stessa, ha causato la morte di decine e decine di operai che hanno contratto malattie dovute all’inspirazione di fibre d’amianto presenti nell’aria (mesotelioma della pleura, asbestosi).
Quando io sono entrato nel reparto verniciatura c’era la lana di vetro […] con l’amianto si lavorava eccome. Prima che entrassi io l’amianto veniva spruzzato in un capannone dove contemporaneamente lavoravano anche altri operai non addetti alla verniciatura. Durante la causa i responsabili della produzione interrogati rispondevano che in Casaralta non si lavorava con l’amianto e che se questo avveniva, lo si faceva in un capannone sigillato, ma questo non era vero.
Questa maledetta cosa, dal 1978 ad oggi ha prodotto già 35 morti, di quelli che so io. Ma ne saranno morti anche prima, ché quelli che lo spruzzavano chissà dove saranno poveretti.
[Pino Barillari, intervista cit.]
Il fatto che le polveri di amianto causino malattie professionali gravi è qualcosa più che un sospetto già dagli anni Cinquanta-Sessanta, e diventa un dato scientifico (sui mesoteliomi) negli anni Settanta. Rispetto agli operai della Casaralta morti per malattie legate all’amianto, tuttavia, il processo parte dopo il 1998, quando la fabbrica ha già chiuso. Il via è dato da segnalazioni della USL e da indagini della procura.
È avvenuto che le aziende Usl abbiano segnalato, per gruppi, per individui, decessi la cui diagnosi rimandava alla patogenesi da amianto. E, rimandando alla patogenesi da amianto, ovviamente imponeva che lo si segnalasse alla procura della Repubblica, cosa che è avvenuta e da lì sono partite delle inchieste […] È iniziata così: la procura ha fatto fare le indagini e sulla base delle indagini sono emersi i nomi di alcuni responsabili. Il processo è partito con un imputato, l’ing. Farina, che era uno dei responsabili del consiglio di amministrazione che era uno dei responsabili del settore salute e anche lo stesso amministratore delegato perché non c’era una vera e propria divisione del lavoro che generasse una forma di esonero dalla responsabilità come nelle fabbriche moderne grosse. […] Il processo nasce così e ha avuto un sviluppo di questo genere: una volta che si è andati all’udienza preliminare e il giudice ha deciso il rinvio a giudizio è scattato un meccanismo di proposta risarcitoria
[Alessandro Gamberini, intervista cit.]
Dall’interrogatorio informativo di Guido Canova:
“Ho lavorato alla Casaralta dal 1963 al 1998.
[…]) Il 7 ottobre del 1974 fu data attuazione nelle Officine allo Statuto dei Lavoratori. A partire da quel momento iniziò ad essere posto con forza il tema della salute insieme ad un piano di ristrutturazione dei capannoni dell’officina.
L’accordo, sollecitato anche dal Comune di Bologna, prevedeva il coinvolgimento degli operai negli interventi di messa in sicurezza dello stabile, anche se la priorità era data alla ristrutturazione degli spazi e solo in secondo tempo, e compatibilmente con le risorse disponibili, anche agli interventi sull’ambiente di lavoro.
Nel testo dell’accordo che si stipulò nel 1976 l’azienda insistette per specificare per iscritto che ogni intervento per risolvere i problemi che portavano pregiudizio alla salute ed alla sicurezza dei lavoratori era condizionato ai costi ed alle possibilità finanziarie dell’impresa.
L’azienda si era impegnata a fare interventi sul tema nell’arco di 5 anni, ma non rispettò questi accordi e comunque ogni volta subordinava queste misure all’assunzione di nuove commesse.
Solo nel 1979 l’ingegnere Farina strinse accordi con il consiglio di fabbrica affinché ci fossero date le tute per lavorare.
[…] Regazzoni aveva un buon potere contrattuale con le ferrovie, era infatti membro dell’ associazione Costruttori e Riparatori delle FFSS, dove c’erano anche aziende molto più grandi come
[…] Solo nel 1989 si iniziarono a fare corsi ai capireparto sul rispetto delle norme di sicurezza. Nella Casaralta c’era un medico di fabbrica di fiducia dell’azienda.
Il suo compito era in realtà quello di fare le visite fiscali, non ricordo nessuna effettiva visita di controllo. Solo nel 1974 riuscimmo ad ottenere che la medicina del lavoro intervenisse direttamente in fabbrica e durante il 1977 facemmo accordi con l’ENPI (oggi Inail) per avere visite specialistiche.
[…] Nel 1974 ci fu anche una visita dell’Ispettorato del lavoro, che inviò all’azienda una relazione nella quale era indicata l’esistenza di molti fattori di nocività all’interno delle officine.
[…] Le relazioni con il padronato erano difficili. Le trattative sindacali iniziavano quasi sempre con Farina, ma il suo compito sembrava quello di resistere sempre ad oltranza ad ogni nostra richiesta, salvo poi l’intervento dei Regazzoni dopo lunghi ed estenuanti conflitti sindacali e dopo molte ore di sciopero”.
Su impulso di alcuni operai della Casaralta e della Fiom, nasce l’Associazione lavoratori bolognesi esposti all’amianto, che si costituisce parte civile al processo.
L’ing. Farina, a lungo dirigente delle Officine, viene condannato ad un anno per omicidio colposo plurimo; Regazzoni muore prima che si concluda il processo. Ad oggi, tuttavia, il processo non è concluso e continuano ad essere segnalati casi di malattie e morti dovuti all’amianto, anche di ex-operai della Casaralta. I capannoni delle Officine, attualmente in stato d’abbandono, non sono ancora stati bonificati e rappresentano un rischio gravissimo per la salute degli abitanti del quartiere.
Come è tollerabile, sia dal punto di vista fisico-ambientale, sia dal punto di vista simbolico, che lo stabilimento Casaralta non sia stato ancora bonificato? È una cosa ignobile. È come se uno va ad Auschwitz e lì ci sono ancora brandelli di uomini ustionati e li lasciamo lì così. È una cosa assurda.
Questo succede anche grazie a questi criteri di valutazione e censimento amianto che ha proposto l’Arpa e che sono assolutamente fuorvianti. […] Casaralta con il significato che ha avuto sarebbe importante dal punto di vista simbolico iniziarvi un intervento di bonifica. […] Questo intervento spetterebbe alla proprietà. Basterebbe una ordinanza del sindaco che dice alla proprietà che entro 60 giorni deve presentare un piano di bonifica degli stabili.
[Vito Totire, medico, Presidente Associazione Esposti all’Amianto. Intervista
Ci sono modi diversi di guardare alla fabbrica a seconda delle prospettive. Diverse modalità, che prescindono dalle informazioni di cui si è in possesso.
Agli occhi di un osservatore esterno è facile isolare le diverse questioni attinenti alle relazioni industriali: la questione salariale, la sicurezza sui luoghi di lavoro, i ritmi.
Per un lavoratore inserito in queste relazioni si tratta di elementi che si mescolano e che difficilmente sono visti isolatamente. Essi sono i tasselli di una condizione sulla quale si riflette globalmente.
Ripercorrendo la storia della fabbrica, e delle vite operaie che l’hanno attraversata, sembra di poter intravedere, tra le altre, una traiettoria: fino a quando le condizioni, tutto sommato, sono migliori rispetto al passato e, in più, si lavora in una prospettiva di miglioramento, gli aspetti legati alla fatica e al rischio sono accettati più di buon grado. In questo impasto di fatica, stipendio fisso a fine mese, malattie professionali, figli all’università, che, unitariamente, è “condizione operaia”, pesa più la prospettiva che l’attacco ai corpi in termini di logoramento e rischio. Anche se i rischi e la fatica ci sono e come.
Da quando abbiamo iniziato a lavorare le nostre condizioni sono solo migliorate. Quando abbiamo iniziato lavoravamo 9 ore al giorno e tre al sabato, 48 ore settimanali… eravamo giovani, c’erano i bar aperti tutta la notte, il centro si chiamava “piazza notte”… lavoravi 9 ore tutti i giorni ed il sabato. Quando abbiamo raggiunto negli anni ’70 certi risultati, le 40 ore ci sono sembrate cose straordinarie.
[Guido Canova, intervista cit.]
Lavorare 40 ore a settimana è “cosa straordinaria” perché prima se ne lavoravano 48. E più si ottenevano vittorie più c’erano le condizioni per nuove rivendicazioni.
Noi uscivamo in quel periodo da un boom economico, che anche se eri operaio e non avevi da sprecare, però ci fu un maggiore accesso al consumo e questo miglioramento economico permetteva di reggere anche a forme di lotta più forti… insomma tenevi botta durante gli scioperi anche per il minor peso che il ricatto economico aveva sulle famiglie operaie.
[Guido Canova, intervista cit.]
Quando la tendenza si inverte, quando cioè l’andamento è quello di un peggioramento delle condizioni (anni Ottanta e anni Novanta), allora c’è anche un atteggiamento che cambia: si è meno disposti a “consumarsi" per un lavoro che dà in cambio solo sopravvivenza.
È in questa parabola che muta l’idea stessa di sicurezza.
Negli anni Cinquanta, Sessanta, Settanta: sicurezza del reddito, del posto di lavoro, di lavorare 300 giorni all’anno, la mensa, l’asilo nel quartiere, le cooperative di consumo, il diritto allo studio.
Negli anni Ottanta e Novanta, poi, la fatica, i solventi chimici, la lana di vetro, l’amianto, le polveri, che esistevano anche prima, non sono “ripagati” da alcuna “contropartita sociale”, anzi si comincia a parlare di dismissione industriale che, tradotto in lingua operaia, significa cassa integrazione, licenziamenti, lotte di difesa e arroccamento. Il brutale scambio tra la fabbrica e i corpi degli operai, scambio su cui è fondato il miracolo economico, non funziona più. Non è solo un caso che le grandi questioni della sicurezza sui luoghi di lavoro, un po’ in tutta Italia, fanno il paio con grandi crisi industriali.
Rispetto al caso Casaralta sembra che la presenza dell’amianto in fabbrica finisca per essere usata dai proprietari per agevolare in qualche modo il processo di chiusura. L’amianto è stato un pretesto che, sia a livello simbolico sia a livello economico, ha permesso di “gestire la crisi”: il risarcimento alle famiglie permetteva di chiudere la partita della fabbrica e lasciava mani libere per la vendita di un’area, poco meno di
Noi abbiamo sollevato il problema con la magistratura di questioni grosse e abbiamo chiesto se è lecito ai sensi della legge 257 fare una compravendita di un immobile con copertura in cemento-amianto visto che la legge dice che è vietato estrarre, produrre e commercializzare amianto e materiali che lo contengono? Non abbiamo avuto risposta. […]
Secondo noi come associazione (AEA) un immobile è venduto in maniera giuridicamente accettabile se bonificato dall’amianto. Poi siccome questa è una idea fondata giuridicamente ma è terrificante per il mercato immobiliare… abbiamo chiesto un consulto a un notaio che ci ha confermato che il problema che solleviamo è tale da poter inficiare qualunque atto di compravendita.
[Vito Totire, , intervista cit.]
Formalmente, quindi, le amministrazioni locali hanno vantato interventi a favore della tutela ambientale che, nella sostanza, spesso non sono stati realizzati: tutte le volte in cui bonificare poteva significare andare contro gli interessi delle industrie che garantivano lavoro alla città o bloccare la vendita di aree industriali dismesse ad imprese private che promettevano la “riqualificazione” solo da un punto di vista commerciale.
Per il sindacato, d’altro canto, i parziali risarcimenti ottenuti durante il processo possono forse essere considerati come una vittoria simbolica che ha nascosto parzialmente altre “sconfitte”, quali il non aver impedito la chiusura della fabbrica e, cosa più grave, la mancata attenzione alla questione amianto negli anni precedenti.
Il tema dell’amianto, così come tutta una serie di temi legati alle questioni ambientali, alla salute, alla qualità della vita, all’ecologia, fino a tempi piuttosto recenti non sono stati centrali nelle rivendicazioni del movimento operaio, il che risulta forse stridente con la grande attenzione data, e nella storia della Casaralta ve ne sono diversi esempi importanti, alla questione della sicurezza sul lavoro. D’altra parte, come detto, almeno fino agli anni Sessanta il lavoro in fabbrica era considerato da molti come un avanzamento economico e simbolico e un miglioramento delle condizioni di vita, tale da mettere in secondo piano fattori di rischio di questo tipo.
E l’amianto era probabilmente solo un rischio tra i tanti. L’attenzione all’amianto si è rafforzata grazie soprattutto alla legge del 1992, è stata in qualche modo calata dall’alto.
Nelle interviste agli operai e ai delegati sindacali della Casaralta, spesso, quando si parla di questo tema, vi sono reticenze e silenzi, dovuti forse a imbarazzo e alla stessa paura, da parte soprattutto di operai più anziani, di poter ancora contrarre la malattia.
Tra la visione di molti operai, della fabbrica come luogo di formazione, socialità, lotta e, in sostanza, di “vita”, e la constatazione che quella stessa fabbrica è stata un luogo di morte per tanti compagni di lavoro, emerge la grande contraddizione inespressa della vicenda, da parte di chi l’ha vissuta.
La questione dell’amianto ha avuto un ruolo contraddittorio… per due aspetti. Uno diciamo tutto interno, nel senso che… quelli un po’ più giovani come me, che sono entrati in fabbrica quando l’amianto non si usava più, non dico che non ci dessero peso, ma la vivevano forse come una cosa un po’, così, sbagliando, come una cosa che forse riguardava altri. E… forse è stata vissuta anche come… non vorrei esprimermi male perché c’è sempre il fatto che c’è della gente che c’è morta per queste cavolate qui e allora sai… sempre meglio pesare un po’ le parole … che fosse usata un po’ come un grimaldello per […] gestire la crisi… c’è questo argomento qui che è un argomento grosso, un argomento importante e possiamo usarlo per agevolare l’andata in pensione di questo, per far avere qualche anno di prepensionamento a quest’altro, eccetera eccetera. E sono quasi certo che c’è qualcuno che c’ha marciato, su ‘sta cosa. E questo un po’ mi fa rodere perché penso sempre a quelli che, ahimè, hanno fatto la fine che hanno fatto. E c’è l’altro aspetto, esterno, devastante, della completa disinformazione. All’epoca, come sempre succede in Italia quando si starnazza, non si parla, si starnazza intorno a un argomento, e… la disinformazione fu completa, fu disastrosa. E il messaggio che è passato, che fu fatto passare, era che l’amianto veniva usato in ferrovia e eccetera eccetera eccetera, veniva usato in favore di quel discorso di prima, della dismissione del settore ferroviario. Si partiva da notizie assolutamente vere: l’amianto fa male, l’amianto è cancerogeno, di amianto si muore. Ma poi vai a vedere e sì, è stato usato in aziende come Casaralta, alla grande. Nelle aziende che facevano lo stesso lavoro della Casaralta, è stato usato, alla grande. Ma mica solo lì. È sintomatico il fatto, e tutto torna a questo punto, che il solo settore edilizio utilizzava più amianto lui da solo di tutti gli altri settori industriali messi insieme. […] E a me questa vicenda ha dato molto da pensare, mi fa pensare tutt’oggi. Innanzitutto, questo non mi stancherò mai di ripeterlo, per C., per tutte le altre persone che di amianto son morte. E, bada bene, senza responsabili, perché i processi sembra che vadano più o meno tutti quanti assolti, gli imputati di ‘sti processi. Ma poi il fatto stesso che tu porti a processo gente di ottanta, di novant’anni… non lo so, mi sembra una brutta situazione, gestita ancora peggio, ma… oh, se siamo il paese che siamo un motivo c’è. [Cesare Poggioni, intervista cit.]
3. La fabbrica è il dragone
Il quartiere operaio è diventato un quartiere di vecchi ex operai disorientati in un territorio che cambia rapidamente in una direzione ancora ignota. I nuovi abitanti sono, per la maggior parte, migranti extracomunitari. Le relazioni sociali, un tempo plasmate fortemente dai rapporti con le fabbriche, sono implose. Si sono creati tanti mondi chiusi in sé: gli ex operai, la comunità cinese, gli altri migranti, gli studenti fuorisede, gli italiani che usano il quartiere unicamente come dormitorio. Mondi che nella migliore delle ipotesi, sono indifferenti gli uni agli altri, non comunicano.
Di operaio è rimasta la desolazione della fabbrica abbandonata. Questa un tempo cuore pulsante e metallico del territorio, oggi dà da mangiare alle fobie sociali degli abitanti.
Un ex-operaio della Casaralta, abitante del quartiere:
Quella officina lì è diventato il degrado del quartiere. Adesso la dentro c’è di tutto ci saranno delle tope, delle bisce, a parte che è diventata un covo di spacciatori che vanno dentro da via Casoni che hanno tirato via la grata. La polizia non può andare dentro perché è proprietà privata e loro quando va via la polizia se ne vengono fuori… la gente reclama, mi chiama spesso e volentieri però non c’è niente da fare… non è che io ce l’abbia con gli extracomunitari perché lì dentro [nella Casaralta in attività] degli extracomunitari ne ho avuti ed erano bravissima gente però quelli che ci dormono adesso sono solo delinquenti… la persona che ha voglia di lavorare lavora… […] Io di quelli che lavoravano con me ne incontro ancora, mi fermo a parlare, mi salutano perché è gente che ha rispettato me e tutti gli altri e noi rispettavamo loro. Dicevano: “noi vogliamo essere come voi, pagare le tasse e essere in regola”. Quelli che ci sono adesso no.
Si chiude, tristemente, una parabola. L’epilogo è quello profetizzato dagli stessi operai durante le ultime lotte poco prima della chiusura.
Ce lo dicevamo sei anni fa quando eravamo in occupazione: questi arriveranno a far si che siano i cittadini a chiedere di buttarla giù. E infatti gli stessi abitanti del quartiere che, quando c’eravamo noi, guai a toccare
[Stefano Scaramazza, intervista cit.]
Il quartiere è descritto in termini desolanti da chi ha vissuto il “periodo operaio”:
Nel 1978 abitavo già nel quartiere. Il quartiere in quegli anni era molto vivibile. Era pieno di negozi. Quando uscivi dalla porta trovavi quello che volevi, adesso non c’è più niente. È rimasto un negozietto o due, uno di frutta e verdura e uno di pane e salumi per il resto questa è la zona più depressa di Bologna, ha avuto un degrado indescrivibile e i prezzi degli appartamenti salgono alle stelle. Un appartamento con una stanza e la cucina 195.000 euro. Io sono in affitto e ci rimango perché la banca non mi ha dato i soldi perché non si fidava a darmi i soldi.
[Pino Barillari, intervista cit.]
A me piacerebbe andare quando c’è il Consiglio Comunale e denunciare questo schifo qui. Non si può tollerare una cosa di quel genere lì. È una indecenza. Io mi meraviglio che molti cittadini non si siano ancora ribellati. Io l’ho detto tante volte facciamo una petizione andiamo quando c’è il Consiglio Comunale… se non vogliono intervenire facciamo del casino, solo così possiamo ottenere qualche cosa. […] Devono demolire la fabbrica per sloggiare tutta quella ciurmaglia che sta lì dentro, perché chi ha figli piccoli ha paura anche a mandarli fuori. Finché il Comune non dà il via a demolire quei capannoni, che sono pieni di animali e topi che portano pure le malattie. Ci sono italiani e stranieri che spacciano.
L’identità del quartiere si sfalda con le mura della fabbrica.
Vedi che è totalmente cambiato il tessuto sociale. Queste fabbriche non ci sono più, i negozi non ci sono più. Sono tutti cinesi, supermercati di cinesi, pizzeria pakistana e di industria non c’è più niente… Fa venire i brividi. […] Un quartiere che storicamente aveva avuto, dai tempi della resistenza, il suo nocciolo nelle cellule dentro le fabbriche….non ci sono più fabbriche. […] Sono stato alla Minganti e mi è venuto il magone. Vedere le macchine che faceva
[Stefano Scaramazza, intervista cit.]
Un operaio:
Mi viene in mente anche un po’, non voglio parlare di controllo sociale, ma comunque… questa vecchia e dura e ruvida classe operaia di una volta, una certa forma di… usiamo un termine orribile, di controllo del territorio, evidentemente lo esercitava, il fatto di… di avere della gente… perché i primi turnisti alla Casaralta entravano alle cinque del mattino, alle quattro e mezza del mattino, perché dovevano accendere un po’ tutti gli impianti eccetera, così come la sera fino a verso le otto, le nove, le dieci c’era gente, insomma c’era quasi sempre gente lì d’attorno, e non solo a Casaralta, alla Manifattura, al deposito dell’Atc, insomma… c’era sempre un po’ di traffico, magari in maniera involontaria, questo sarebbe forse un tema da approfondire con chi abita lì o con chi ha un po’ più di anni di me, ma evidentemente una sorta di polizia in tuta blu, sai… o anche solo come effetto deterrente, quando sai che c’è della gente… in giro, no?, i traffici loschi è già più difficile che si creino. Ma in questo caso, qui voglio essere io malizioso, questo fa gioco ai nostri “amici” costruttori, perché così possono dire “ah! Il degrado! Ah, una situazione intollerabile!”, perché… a loro gli fa gioco, no?, perché serve ad accelerare tutta la faccenda, no?
[Cesare Poggioni, intervista cit.]
Parte seconda – Il dragone
1. Al passo con i tempi
Ogni metropoli occidentale che si rispetti ha la sua china town. La comunità cinese, pur non essendo la più consistente in termini numerici, è certamente una delle più antiche di Bologna; dagli anni Cinquanta ad oggi si possono distinguere tre principali “ondate migratorie”.
I primi cinesi immigrati a Bologna si stabilirono nelle vie del centro città (via Polese, via San Carlo, via Marconi) occupandosi prevalentemente di piccole attività produttive di tessitura, pelletteria e ristorazione.
Il sogno dei migranti di quell’epoca, un po’ come lo era per gli italiani che emigravano in America trent’anni prima, era di trovare nel paese d’accoglienza una stabilità a lungo termine, di arricchirsi, di fare di quel viaggio un investimento per la vita, di costruire una strada di successo economico e riscatto sociale.
La storia dell’immigrazione bolognese annovera il caso divenuto leggendario di Umberto Sun, Cavaliere e commendatore, padre di dieci figli oggi sparsi per il mondo. Nel lontano 1958 Sun, dal nulla, fondò
È comunque una comunità ben inserita perché storicamente le prime famiglie hanno fatto cose importanti tipo
I cinesi hanno fatto cose utili per i cittadini e quindi i bolognesi non hanno percepito ‘l’invasione’ come magari è successo a Modena o Carpi, dove da un giorno all’altro erano tutti cinesi. Forse perché qui a Bologna c’era un’economia meno adatta alla conquista cinese, non so…
[Valeriano Valdisserra, responsabile Cna quartiere Navile. Intervista
Tra i cittadini cinesi immigrati a Bologna nel secondo dopoguerra si contano oggi diverse famiglie di ‘terza generazione: dopo i nonni, negli anni ‘80 si sono trasferiti i figli e le mogli ed oggi i nipoti sono giovani ragazzi e ragazze nati in Italia, cresciuti tra storia e tradizione del paese dei genitori e cultura italiana.
Io sono nato a Brescia e a cinque anni, con la mia famiglia, mi sono trasferito dai nonni a Bologna.
Le scuole le ho fatte qui, dalle elementari, alle famose Casaralta, al liceo Scientifico Copernico. In classe da noi quand’ero piccolo c’erano altri tre cinesi. Eravamo una minoranza. Alle elementari eravamo quasi una simpatica presenza.
[V., 17 anni, cinese di terza generazione. Intervista
La seconda migrazione massiccia avvenne a partire dal 1985, immediatamente dopo la caduta del regime di Mao. Storicamente i cinesi immigrati in Italia e, più in generale in Europa, provengono dalla regione del Zhejiang (dal vecchio nome del fiume Qiantang che passa per il capoluogo di Hengzhou una delle città più prosperose di tutta
Gli abitanti di questa regione, all’epoca di Mao additati dai connazionali come potenziali e “pericolosi capitalisti”, emigrarono per primi grazie alle piccole fortune salvate al Regime, spinti dal sogno del successo fulmineo che in poco tempo li avrebbe fatti tornare in patria ricchi sfondati.
“La nostra è una zona particolare, zona di ‘capitalisti irriducibili’, come siamo stati definiti ai tempi di Mao. Erano i tempi del collettivismo forzato, qualsiasi forma di proprietà o di commercio privati erano vietati, e un giorno, all’improvviso, spunta un movimento di critica rivolto contro gli abitanti di Wenzhou, colpevoli di essere troppo individualisti, di avere una pericolosa propensione al capitalismo. È così, tutti in quella zona sono sempre stati commercianti, da sempre, non dimenticare che i primi germi di capitalismo in epoca Ming e Quing si sono sviluppati proprio nel Zhejiang. Ci sono dunque ragioni storiche alla base della nostra propensione al successo”. [7]
La terza e più recente fase migratoria, è stata favorita dal susseguirsi delle sanatorie a partire dal 1995, ma è dal 2000 che inizia la grande espansione. Infatti, oltre la metà dei residenti (53%) è arrivata in città tra il 2001 e il 2005. Secondo i dati pubblicati sul sito del Comune circa la metà di loro ha meno di 30 anni (cfr. “Cittadini stranieri a Bologna”, www.comune.bologna.it).
Quando nel 2000 ho iniziato le medie incominciava ad arrivare il vero flusso che c’è adesso.
Vedevi questi ragazzi di 12, 13, 14 anni arrivare a scuola sapendo poco o niente di italiano, con una grande difficoltà ad integrarsi. Molti di loro che ancora conosco hanno smesso di studiare perché ritengono, non dico inutile ma non indispensabile studiare. E questo avviene perché i cinesi culturalmente sono incentrati sul lavoro... prima si incomincia a lavorare, prima e di più si potrà guadagnare. Meno tempo si spreca meglio è. Questo per dire la differenza di mentalità.
Notavo la differenza tra me e loro perché io, abitando qui, ho la cultura cinese ereditata dai miei genitori e la cultura italiana. Quindi mi sentivo leggermente a disagio, un ibrido, sentivo questa differenza sia con gli italiani che con i cinesi e interpretavo la diversità come emarginazione, perché non ero conforme agli altri: né ai modelli italiani né a quelli cinesi. Solo in questi anni sto capendo come la mia personalità sia più ‘unica’ che ‘diversa’… e per fortuna apprezzo la mia individualità.
[V., intervista cit.]
Per definire i desideri ed il progetto di questi nuovi migranti si deve tener conto di una serie di fattori molto importanti, primo tra tutti il fatto che la regione del Zhejiang è la più ricca della Cina dopo Pechino, Shangai e Tianjin e che la maggior parte dei suoi abitanti, pur provenendo da un passato difficile di povertà, ha conosciuto un grande sviluppo economico; negli anni molti si sono costruiti una piccola ricchezza. Il loro sogno migratorio parte dall’intenzione di incrementare questa ricchezza più facilmente nel mondo occidentale:
“Noi del Zhejiang proveniamo da una delle zone più ricche della Cina, se ci fossimo accontentati di vivere decentemente avremmo potuto rimanere a casa nostra […] abbiamo la mentalità del huaquiao ricco [i cinesi che risiedono all’estero], non demordiamo, dobbiamo sempre andare fino in fondo, dimostrare al mondo la nostra intraprendenza”.[8]
In generale si può dire che in questa prospettiva l’attaccamento al paese d’accoglienza è minimo e l’interesse ad un’integrazione socio-culturale ancora minore.
In questa situazione l’inserimento totale non è previsto, perché “io non sono in un paese per farne parte ma per cogliere delle opportunità, ammazzandomi di lavoro se necessario”.
[Antonella Ceccagno, sinologa. Intervista 9 gennaio 2007]
2. Il dragone che avanza
A Bologna i cinesi si sono insediati in quella che è detta la ‘Piccola Bologna’, o
Le grandi arterie che delimitano
La crescita esponenziale di migranti cinesi avvenuta qui negli ultimi sette anni ha creato le condizioni perché anche a Bologna si potesse cominciare a parlare di una popolosa china town.
Nel quartiere Bolognina infatti i cinesi rappresentano più del 50% del totale della popolazione straniera residente. In via Ferrarese, molte delle attività commerciali sono tenute da cinesi: negozi di abbigliamento, bar, erboristerie, alimentari, videonoleggi, ristoranti, fotografi ecc.
Ma cerchiamo di risalire la china degli eventi che collegano il piccolo territorio di un quartiere di Bologna alle macroscopiche trasformazioni globali.
L’allargamento della comunità cinese, a partire dagli anni Novanta, ha coinciso con la dismissione e chiusura di diverse fabbriche storiche della città: centri produttivi riconosciuti a livello nazionale come, ad esempio, le Officine Minganti e le Officine di Casaralta. Questa coincidenza temporale ha fatto gioco ai progetti della comunità cinese che, in quegli anni, era alla ricerca di spazi per i laboratori tessili che si ingrandivano o per l’apertura di nuove attività commerciali, favorendo al contempo i vecchi proprietari che vendevano, a prezzi fuori dal mercato, con un saldo immediato di denaro contante.
Il cinese trova dove ci sono negozi vuoti, poi cerca intorno là… sai perché [per aprire] negozi e supermercati cinesi è sempre meglio [che siano] vicini perché c’è gente che viene da fuori così i negozi tutti vicini sono più comodi.
In questa situazione i gestori italiani hanno cominciato a cedere [in via Ferrarese]… poi forse iniziano ad esserci tanti negozi cinesi così gli italiani preferiscono andare in un altro posto.
E poi a cedere a cinesi c’è vantaggio, perché se un negozio italiano cede a un altro italiano forse disponibili 10.000 euro… e basta, invece ai cinesi puoi chiedere 20.000, 30.000, 40.000 euro. Il cinese paga lo stesso, per lui l’importante è un posto buono. Poi i cinesi pagano in contanti, forse in una settimana è tutto pagato, mentre con gli italiani fai le rate e magari ti pagano in due tre anni.
[Andrea Liu, Presidente dell’Associazione cinese di Taiwan di Bologna. Intervista
Per molti commercianti italiani la possibilità di cui parla Andrea Liu significò, in un momento di difficoltà, un’occasione davvero unica. Per i coraggiosi imprenditori cinesi invece era solo il primo passo verso la realizzazione del loro sogno. Il risultato è stato che, in poco meno di dieci anni, la comunità cinese si è insediata massicciamente in un quartiere che andava svuotandosi. Ciò è avvenuto sia per ragioni storiche proprie del territorio (la chiusura delle fabbriche appunto), sia perché la vendita delle prime attività ha creato una reazione a catena che in breve ha prodotto una vera e propria dismissione commerciale del quartiere e una trasformazione culturale profonda:
Culturalmente sono imprenditori, tendono a lavorare in proprio, basta guardare anche tutto il sistema del piccolo commercio. Su 1.200 clienti al Cna Navile abbiamo in tutto 120 imprenditori cinesi che occupano circa 250 dipendenti connazionali. Il 50% di loro si occupa di import-export. Questo perché hanno capito che a un cinese non conviene produrre più qui, è molto meglio far venire le merci dalla Cina. Gli imprenditori cinesi viaggiano molto in Cina e portano prodotti italiani che là sono di moda: il modello italiano “tira” molto. In genere esportano dall’Italia alcuni tipi di merce e ne importano altra. C’è anche chi mi chiedeva notizie sull’area della Casaralta per farne un ipermercato cinese dove vendere prodotti importati. Sono molto autonomi, hanno una loro finanziaria, hanno consulenti cinesi. […] Poi c’è una parte più povera che è quella che si vede vicino alla Casaralta, gente che ancora deve pagare il riscatto del viaggio. Negli ultimi anni hanno rilevato anche gelaterie, gioiellerie, ristoranti. Le bancarelle dei mercati per esempio: il 90% sono ambulanti cinesi, hanno acquistato licenze a prezzi molto alti […] infine c’è chi si dedica al grosso business in grande ma questa è un’altra storia.
[Valeriano Valdisserra, intervista cit.]
I giovani migranti segnano un ulteriore passaggio culturale. Se è vero, infatti, che la realtà del piccolo laboratorio cinese esiste ancora, oggi il modello di riferimento è radicalmente cambiato.
Qualche anno fa, se uscivi la sera nel quartiere, li vedevi lavorare nei garage, sino alle due, tre di notte. Lavoravano sempre, vedevi le luci accese e sentivi il rumore delle macchine. Adesso se ci fai caso non c’è più nessuno. Sono tutti fuori città, hanno capito che gli conviene portare le merci già pronte dalla Cina. Poi ci sono anche altre storie, per esempio conosco il proprietario di un negozio italiano che vende borse di pelle, cinture. Lui compra le materie prime e poi le fa lavorare ai cinesi. Hanno un laboratorio di confezione con cui lui lavora in maniera stabile e funziona perché i prezzi sono contenuti.
[Leo, barista in un circolo Arci nei pressi di via Ferrarese. Intervista il 21 gennaio 2006]
Il futuro dell’imprenditore cinese di successo non è più la produzione, e soprattutto la produzione in Italia, dove i costi e i rischi sono maggiori, dove gli standard e le regole da rispettare rallentano il processo di arricchimento. L’import-export è la nuova frontiera, il nuovo traguardo dell’imprenditore brillante e vincente, uomo di mondo che viaggia mantenendo contatti nei due paesi, sfrutta il lavoro dei propri connazionali che ancora vivono nella terra d’origine e si arricchisce cavalcando le strategie di mercato iperliberista.
Questa fase apre nuovi scenari e, ancora una volta, produce una reale e concreta trasformazione sociale, economica e di conseguenza urbanistica del territorio. Gli spazi del quartiere impegnati dai laboratori diventano capannoni di vendita all’ingrosso e spesso al dettaglio.
3. Il successo come paradigma esistenziale
La generazione di mio padre è incentrata solo sui soldi. Non c’è una necessità di affettività. Basta avere una famiglia e sei già contento. Non ci sono posti di incontro dove si riuniscono, solo per i matrimoni o il capodanno. Non hanno legami di amicizia profonda. Gli amici vengono con i soldi. Cioè la stima dei colleghi, dei conoscenti arriva grazie al potere economico. Loro si sono sacrificati per noi, da dove non c’era niente in Cina, si sono presi questa avventura e per fortuna hanno avuto il loro piccolo successo. Hanno una casa, la macchina, un’attività, si sentono realizzati… è uno status symbol… per me ci sono tante cose nella vita più importanti, per fortuna.
[V., intervista cit.]
Un elemento essenziale che caratterizza la comunità cinese è la competitività determinata da una visione del lavoro come percorso individuale, e favorita da un processo culturale molto radicato. La collettivizzazione delle proprietà e delle risorse imposta durante
Il piccolo imprenditore, nel perseguire il proprio sogno, è pronto a tutto pur di salvare l’investimento fatto (almeno intorno ai 45.000 euro per un piccolo laboratorio famigliare di 6-8 persone) ed è capace di accettare commissioni a volte addirittura svantaggiose alimentando una pericolosa concorrenza al ribasso, una guerra che coinvolge l’intera categoria e quindi principalmente i colleghi cinesi.
Questa realtà fa da contrappunto ad una pratica molto radicata in Cina, quella della ‘solidarietà imprenditoriale’:
La tradizione cinese è molto realistica: chi ha soldi gestisce affari, chi non ha soldi chiede prestiti ad amici; la comunità cinese aiuta. Se uno vuole iniziare una sua attività, un lavoro, i suoi vicini e parenti fanno raccolta, prestano soldi.
I cinesi fanno debito: chiedi un prestito di 30.000 mila euro, fissi un giorno e quel giorno risarcisci.
Questo fa pare della cultura di solidarietà cinese per questo si può dire che i cinesi sono abbastanza uniti.
[Andrea Liu, intervista cit.]
Quello che fa la forza dell’imprenditore cinese è l’approccio, la totale e piena dedizione alla realizzazione del “sogno”. La forbice che separa il cinese che ha una situazione di partenza agiata in grado di gestire capitali e persone e quelli che invece si trovano migranti in condizioni di povertà è molto grande:
I nuovi cinesi che stanno arrivando sono per lo più di passaggio perché sono molto flessibili dal punto di vista del lavoro, come sono arrivati in Italia possono andare all’estero. Lo scopo è appunto quello di lavorare. Non sentono questo bisogno di incontrarsi. È molto difficile per loro; devi pensare che molti cinesi hanno un permesso di soggiorno per 6 o 12 mesi, quindi è meglio stare buoni e continuare a lavorare… anche nell’illegalità. Purtroppo la legge vigente non facilita le cose. Il contesto non è favorevole e la gente adotta questi comportamenti isolandosi.
[V, intervista cit.]
Il rischio nell’intraprendere un viaggio migratorio alla ricerca al successo è altissimo; gli sforzi per arrivare al più presto ad un’attività propria sono estremi e spesso la strada è lunga:
“Chi parte da Wenzhou (Zhejiang) ha pagato venti milioni per andarsene dalla Cina, venti milioni senza permesso di soggiorno, venti milioni con il rischio di restare per anni nella clandestinità. Ti pare che l’avremmo fatto se avessimo saputo che la prospettiva era quella di lavorare duro solo per mantenere la famiglia?”[9]
Il mestiere si impara, dipende dal mercato cosa chiede. In Italia l’artigiano è importante, per un cinese che arriva è impossibile aprire industria. Si comincia come operaio, lavora nella ditta di un altro cinese, va a imparare a lavorare.
Sono passaggi graduali. Si può fare il lavapiatti, il lava verdura, l’aiuto cuoco, dopo un anno che vedi come cucinano i cuochi sai lavorare. Anche un lavoro piccolo è importante. Non c’è disoccupazione, c’è tanti cinesi.
[Andrea Liu, intervista cit.]
A questo proposito, significativa è la testimonianza del padre di V., immigrato negli anni ’80 per seguire le orme del padre che da trent’anni lavorava a Bologna, prima in un laboratorio di confezioni e poi in un ristorante di via Ferrarese, ancora oggi di proprietà della famiglia:
Sto qui, lavoro nella mia attività e basta. Qui in città ci sono pochi cinesi, adesso abitano fuori Bologna. Io vado a casa a
[W., cinese, proprietario ristorante cinese in Via Ferrarese. Intervista
Da questo isolamento nasce un problema tutt’altro che secondario: l’ansia di realizzare un sogno di successo in breve tempo, accompagnata dalla necessità di estinguere il debito con il proprio ‘padrone’, impone dedizione e perseveranza estreme portando, di fatto, al sacrificio della dimensione del ‘privato e personale’ nonché in molti casi alla rinuncia della famiglia:
Molte madri sono costrette dalle circostanze ad abbandonare i loro bambini. Infatti, se sei un’operaia ed hai appena figliato devi mandare il bambino in Cina e affidarlo alla famiglia perché non puoi permetterti di fermare la produzione. [Antonella Ceccagno, intervista cit.]
La pratica corrente prevede, infatti, che i bambini nati in Italia vengano inviati in Cina per gli anni dello svezzamento, e poi ritornino qui per essere inseriti nel sistema scolastico. Sulle conseguenze di questa pratica cresce l’urgenza di una riflessione sia da parte del Paese d’accoglienza, che dovrebbe favorire un migliore inserimento, sia da parte delle stesse comunità cinesi che forse dovrebbero pensare alle difficoltà che può avere un bambino a vivere così lontano dai genitori nei primi anni di vita. Il rischio, infatti, che tra qualche anno nascano grandi fratture e conflittualità all’interno della comunità cinese e che queste si riflettano sulla qualità del rapporto dei giovani migranti con la società italiana è alto.
L’esperienza di chi è cresciuto qui è estremamente interessante per cogliere il desiderio di integrazione incarnato dalle nuove generazioni:
Quello che pochi sanno, per ignoranza o disinformazione, è che esiste una netta distinzione tra i cinesi di prima generazione, cioè quelli in età adulta emigrati in Italia di loro iniziativa in tempi addietro e quelli di seconda generazione, cioè quella varietà di cinesi residente da una vita in Italia o perché nati qui, o perché emigrati qui sin dall'infanzia.
I primi sono entrati nell'immaginario collettivo come il prototipo del cinese che non parla bene l’italiano, dedito solo al lavoro, e che cerca di cavarsela il meglio possibile rifugiandosi nella propria comunità. I secondi sono ragazzi perfettamente integrati che vogliono vivere qui, Paese in cui sono cresciuti.
Questi ultimi possono rappresentare un ponte tra
4.
All’aspirazione di integrazione da parte dei nuovi migranti troppo spesso fa da specchio una chiusura del paese d’accoglienza:
Non c’è un vero proprio incontro tra i due mondi. La comunità cinese è un mondo a sé. Le amicizie i contatti di lavoro sono sempre gli stessi, per gli italiani come per i cinesi. Non è tanto un’integrazione quanto una convivenza forzata… credo. Incontro spesso cinesi che non parlano per niente l’italiano e questo è un segno di non necessità appunto. Non ritengono necessario conoscere la lingua perché vivere in Italia è una tappa temporanea, la vivono più come un passaggio: tutto qua.
D’altra parte anche gli amici a volte lo dicono per scherzare: ‘i cinesi sono il male minore’ perché sono quelli che lavorano, che non fanno storie e che si fanno gli affari loro. Ti fa capire che neanche nella loro mentalità è necessaria questa integrazione. Gli immigrati sono visti come forza lavorativa, non tanto come individui. Gli italiani si sentono oppressi dai cinesi che vivono qua.
[V., intervista cit.]
La percezione generale, rispetto alla migrazione cinese e non solo, è certamente quella che i diciassette anni di V. raccontano con estrema freddezza e candore; la stampa, la televisione e i grandi sistemi mediatici parlano del ‘problema immigrazione’ in termini di pericolo e sicurezza. Chi frequenta il quartiere per motivi di lavoro ha una percezione di abbandono:
Non è una zona meravigliosa questa, tra virgolette, ci sono molti phone center, molti extra comunitari, molti cinesi, non è la zona che dici andiamo a farci una bella passeggiata in via ferrarese a vederci due negozi. [Di stranieri qui alle Minganti non se ne vedono] tantissimi a dir la verità, ma da quel che posso aver capito io, i cinesi non è gente che frequenta molto i locali, cioè quando hanno finito di lavorare, anche perché da quel che posso capire questi lavorano serio, si alzano presto la mattina e finiscono tardi la sera, quindi non hanno una gran voglia di...
[Barista bar Mescla, Centro commerciale Minganti. Intervista
Chi invece ci ha vissuto per anni ed ha conosciuto altri momenti storici della Bolognina rimpiange il passato e si accanisce contro il presente:
Deprimente. Ti intristrisce proprio, perché, mi ricordo, la vita proprio era bella, perché lì dove c’è, davanti c’era il forno, l’alimentari, altri alimentari di qua, dove c’era il barbiere di fianco c’era un negozio dove ci sono i cinesi, c’era Renato si chiamava, e poi era tutta un’amicizia, tutto un buongiorno, tutto, adesso viene la sera è squallido, è brutto, tutte le cose, i topi che camminano per la strada, tu vieni la sera, delle tope così, gente che lascia la roba fuori, qualcuno ormai passa da lì, vede talmente sporco che dalla macchina prende il sacchetto del rusco, lo appoggia lì dove c’è la campana del vetro, mentre il rusco è dall’altra parte della strada. E siamo a dei livelli che adesso io volevo fare un comitato di cittadini per dire oh, ma qui bisogna che ci muoviamo anche perché, quelli che sono qui, che sono extracomunitari, o sono cosa, le regole vanno rispettate per tutti, loro il rusco lo devono buttare nel bidone, non per terra, oppure i cinesi, a parte che si soffiano ancora il naso così fuori dalla finestra, che quando passi delle volte ho paura che mi centrino, ché una volta, una sera io prendo una coltellata va a finire, perché era lì con le figlie, ho detto, beh, ha sputato fuori così, ho detto beh, non ti vergogni porca miseria. Lui ha fatto un po’ così, capito, poi ha fatto finta di niente e è andato via. […] E poi un’altra cosa che odio, perché vedi io non sono razzista ma lo sto diventando, cioè io dico: è vero che io devo scrivere in tutte le lingue questa via qua, ma tu mi devi scrivere in italiano, che c’è un ristorante cinese, mi scrivi tutto in cinese? Se io voglio venire a prendere qualcosina me lo devi scrivere, sei in casa mia. Sei in casa mia, insomma, sei in uno stato che devi rispettare delle leggi, cioè non ho capito, questo lo voglio chiedere una di queste volte a quelli che… perché pagare non mi vendi niente, non mi vuoi neanche dentro, non c’entro neanche dentro, però tu mi devi scrivere“gelato fritto cinese, no c’è il gelato fritto, il riso là di Shanghai, tutte, scrivimelo e se ho voglia una volta di venirlo a prendere perché non ho diritto di prenderlo? Non ho capito. Tu guarda lì se ti prendi la curiosità, vai lì dove c’è… N., che è un gran bravo ragazzo, invece, vedi. La pizzeria. Qui nella piazzetta, dove c’è via Casoni, c’è N. che è un pakistano, che ha tre quattro fratelli, ma tutti bravi, rispettosi, puliti, capito? C’è anche la mia pizza, la pizza Sandri che ho inventato io.
[Rolando Sandri, operaio Casaralta anni 1960-70, poi ferroviere; abitante del quartiere. Intervista 15 gennaio 2007)
Parte terza – La fabbrica e il centro commerciale
1. Le Minganti si presentano
Gli acrobati volanti (quelli delle Olimpiadi di Torino) scendono dal soffitto con indosso le tute blu, mentre la musica rievoca i rumori delle macchine di un tempo [...]. Gli acrobati hanno replicato lo spettacolo quattro volte perché la gente col naso all'insù è stata una folla per l'intero arco della giornata.
Così un quotidiano locale descriveva la giornata del
Oggi le Officine Minganti sono un centro commerciale distribuito sui tre piani che si affacciano su una piazza coperta, creando l'ambiente di una galleria commerciale. I pannelli informativi dicono che al piano terra, “la piazza dello shopping”, si trovano un supermercato Coop, un negozio Unieuro, boutique, gioiellerie e, nel corridoio esterno alla piazza, alcuni negozi di dimensioni ridotte, quasi al dettaglio: calzolaio/duplicazione chiavi, lavasecco, edicola, accessori per animali, la banca. Al primo piano, “cibo per la mente”, si trovano invece la libreria Coop, un Apple Center e la vasta area ristorazione. Il secondo e ultimo piano, “Cura del Corpo”, è invece interamente occupato da una palestra, un Fitness Center della Virgin.
2. Minganti: da Officine...
Le Officine Minganti si trovano nel quartiere Bolognina dal 1919, data in cui trasferirono qui i loro impianti produttivi da via Riva Reno, nel centro di Bologna. La fabbrica, fondata da Giuseppe Minganti, produceva macchine utensili di precisione (come torni, frese o trapani) e divenne nel secondo dopoguerra una delle realtà produttive di punta del panorama cittadino. Quel luogo, assieme ad altri stabilimenti industriali del quartiere, era negli anni del boom, un simbolo del progresso economico e sociale di quell'area e dell'intera città.
Uno che andava alle Minganti era come se andasse all'università [...] uno che lavorava alle Minganti era, chissà, un dio, un mago, era stato baciato dalla sorte...
[Giacomino Simoni, intervista cit.]
È facile intuire come le Minganti siano state una realtà importante, radicata per più di settant'anni nel tessuto economico bolognese e nel contesto sociale del quartiere, sia per il prestigio di cui godevano nel panorama industriale italiano, sia per il gran numero di abitanti che vi avevano trascorso la propria vita lavorativa.
Per Bologna è sempre stata una realtà piuttosto presente, nel senso che trovandosi lì dagli anni Venti ha potuto seguire diverse generazioni di operai che hanno lavorato lì. Tutti quelli che noi abbiamo incrociato lì attorno o avevano un cugino che ci lavorava, o un marito.
[Architetto. Intervista 17 gennaio 2007]
L’edificio, così come lo vediamo ancora oggi, venne ricostruito nel dopoguerra su progetto di Francesco Santini e fu realizzato con particolare attenzione, investendo ingenti risorse economiche, tanto da farne uno dei migliori esempi nazionali di architettura industriale. Come spiegano un architetto di Open Project[10] e un suo giovane collega che ha dedicato il proprio lavoro di tesi a un progetto di recupero delle Officine Minganti:
[Durante la guerra]
[Architetto studio Open Project. Intervista
[Le officine Minganti hanno] una forma e un decoro che sono ben al di sopra di qualsiasi altro edificio che si trova a Bologna e probabilmente in Italia [...] è uno degli edifici più di spicco nel panorama industriale italiano e forse anche europeo. [...] c'è una cura nel dettaglio, nei volumi e nelle proporzioni che non se ne trovano...alcuni edifici dei primi del Novecento che portano avanti gli stilemi del liberty hanno dei decori, però alla fine sono capannoni decorati, questo invece ha un gioco nei volumi, nelle proporzioni, [...] come il mattone faccia a vista e quelle tesserine di ceramica che sono del tutto inusuali per un edificio industriale.
[Architetto. Intervista
L’inusuale qualità dell’edificio, per essere una fabbrica, probabilmente trova le sue ragioni nella volontà di Gilberta Gabrielli Minganti, moglie del fondatore Giuseppe Minganti, di erigere una sorta di monumento al marito defunto qualche anno prima. Pare infatti che quest’ultimo fosse un personaggio particolarmente stimato, anche dagli operai, per le sue conoscenze tecniche e per la sua disponibilità a “sporcarsi le mani” con il lavoro
[All'inizio degli anni Cinquanta] era morto il fondatore Giuseppe Minganti e la moglie ha continuato l’attività e, secondo le sue stesse parole, aveva voluto erigere questo monumento alla memoria del marito, sul quale si narrano storie un po'... un po' da favola sulle riparazioni di macchinari... [...] Aveva l'autista ma aggiustava lui stesso la macchina se si rompeva, pare che fosse un genio della meccanica e la moglie nel '
[Architetto. Intervista
3. ...a “fabbrica d'incanti”
Nella trasformazione delle Officine Minganti in centro commerciale, si è puntato molto sulla vecchia identità della fabbrica fin dal progetto di ristrutturazione e riconversione dell'edificio.
C'è molta insistenza sul passato, in generale, “si stava meglio in altre epoche”... Bologna poi è molto legata al passato anche nell'architettura, la conservazione com’era dov’era. Nel nostro progetto, dov’era possibile, abbiamo recuperato [...] si volevano richiamare gli aspetti industriali, quindi pavimento in cemento e uso del tecnologico, quindi vetro e acciaio nelle vetrine, i nuovi solai in lamiera grecata, in carpenteria metallica, sempre per ricordare il passato industriale.
[Architetto studio Open Project, intervista cit.]
Al progetto e alla sua realizzazione – affidata a due importanti imprese edili bolognesi consorziate, Cogei e Coop Costruzioni – è poi seguita una strategia di lancio pubblicitario per buona parte giocata sulla storia dell'edificio, su quel che era stato e su quello che è diventato. Lasciando inalterato il nome, aggiungendo però una coda sulla nuova destinazione, “Officine Minganti, una fabbrica d’incanti”, la rievocazione di un simbolo della passata identità industriale della città e del quartiere viene ridotta a un semplice richiamo per la desiderabilità delle merci e dei servizi offerti. L’intero centro commerciale è poi disseminato di tracce del passato industriale trasformate in raffinati oggetti d'arredo: come i vecchi torni e le frese esposte in teche o i carri ponte ancora sospesi vicino al tetto e ben visibili dalle scale mobili.
La riproposizione dell’immaginario della fabbrica, ovviamente ripulito da tutto quel che riguarda gli aspetti più socialmente indesiderabili del lavoro in officina e dalla conflittualità sociale e politica che ha attraversato quel luogo per decenni, non si basa sul ruolo profondo dell’industria nella vita sociale ed economica del quartiere, ma assume un aspetto estetico evocativo per esaltare il presente e le sue meraviglie. Nella sezione “chi siamo” del sito delle Officine Minganti si trovano solamente poche, significative righe di presentazione:
Apritevi al futuro con un nuovo modo di intendere lo shopping in una struttura che unisce l'innovazione con il richiamo al passato.
Un Centro Commerciale di nuova concezione dove la persona è al centro dell'interesse.
Tutto questo a due passi dal Centro Storico.
Questa rievocazione un po’ glamour del passato industriale dell'edificio non sembra però avere una particolare presa su chi oggi frequenta il centro commerciale come cliente oppure per lavoro; infatti non è particolarmente diffusa la consapevolezza di cosa è stato quel luogo prima di diventare una “fabbrica d'incanti”. Oggi nel centro commerciale lavorano soprattutto giovani, che, in molti casi, sono venuti a Bologna per studiare.
Io lavoro al centro da quando ha aperto, quindi dal 26 di marzo ad oggi. I miei lavoravano lì vicino [alla Sasib], quindi Minganti era un nome che conoscevo...poi io sono di Bologna...poi passandoci davanti c'era questa insegna con scritto Minganti...Sì, sapevo che era un'azienda di officine meccaniche, però non sapevo bene cosa facesse, [...] era un nome storico di Bologna. Poi mi ci sono ritrovato dentro, fortunatamente non a fare le 8 ore in fabbrica ma a far qualcos'altro.
[...]C'è n'è una bassissima quantità di bolognesi all'interno di Unieuro [...]. Magari ci sono ragazzi che prima studiavano qua per cui sono a Bologna magari da 10 anni. C'è una mia collega che ha abitato lì in zona, vicino alla Minganti, per un periodo [...] poi c'è un'altra mia collega che abita lì vicinissimo alla Minganti, penso in uno dei palazzi nuovi, però anche lei non è di Bologna, è di Milano [...] però non so quanto conoscano la zona, sinceramente non penso molto. A parte un video [a volte trasmesso dai televisori nella vetrina di Unieuro, nda] che parla della storia della Minganti o qualche tornio che c'è nelle teche non parliamo mai [di quel che erano le Officine Minganti nda] e non penso neanche che i miei colleghi sapessero cos’erano.
[Impiegato Unieuro, Centro commerciale Minganti. Intervista
Sono arrivata a Bologna per studiare all'Università e, da studente, la città la giri in bicicletta, non esci mai dal centro storico; [...] quindi non sapevo cosa fosse questo posto prima...l'ho imparato venendoci a lavorare.
[Commessa libreria Coop, Centro commerciale Minganti. Intervista
Prima di iniziare a lavorare qui non conoscevo le Minganti. Prima abitavo in centro, in via Castiglione, e questa era proprio una zona che non frequentavo, perché comunque non avevo motivi per frequentarla, anche perché non c'erano punti interessanti, o centri commerciali, o particolari cose che mi attiravano...arrivi fino alla stazione ma di qua in poi non ci sono mai venuto, non la conoscevo [...] ne ho sentito parlare da qualche cliente che racconta “perché io quando lavoravo, venivo a lavorare qua, ora tutto è cambiato”...appunto qualche personaggio anziano che era qua della zona e lavorava nella fabbrica, qualcuno dei vecchi anziani che stanno qua, c'è una combriccola di 20-30 che frequentano i baretti, e qualcuno lavorava appunto qui alla Minganti.
[Barista al bar Mescla, intervista cit.]
4. Minganti, quale idea di riqualificazione?
Al Mapic 2005 di Cannes, importante fiera dedicata al mondo immobiliare, il progetto per la riconversione delle Officine Minganti ha ottenuto, battendo un analogo progetto per un centro che stava aprendo in Oxford Street a Londra, il premio riservato ai nuovi insediamenti commerciali, con la motivazione di offrire
un importante contributo alla riqualificazione e rivitalizzazione dei centri urbani, dimostrando la sostenibilità dello sviluppo, il rispetto del tessuto circostante e la flessibilità sufficiente a rispondere nel tempo al cambiamento degli schemi della domanda.
Quale sia però l'idea di “riqualificazione e rivitalizzazione” che il progetto delle Officine Minganti veicola in un'area urbana come il quartiere Bolognina – in particolare nella sua propaggine verso la zona fieristica, nell'area denominata appunto Casaralta – connotato da una forte presenza di immigrati di origine cinese e di italiani sempre più anziani, non è poi così chiaro. Certo è che, secondo gli addetti ai lavori, quella è una zona appetibile, in cui intervenire e “riqualificare”.
Secondo noi è una delle zone che potenzialmente vanno maggiormente prese in considerazione per una riqualificazione futura, sia per motivi di centralità rispetto ad aree importanti di Bologna, come la stazione, come la fiera, come la vicinanza con il centro storico, sia perché è ricchissima di zone industriali dismesse [...] e quindi ci sono molte aree vuote su cui intervenire.
[Architetto. Intervista
Interrogandosi poi su quale sia il “tessuto circostante” che il centro commerciale Minganti rispetta, come si legge nella nota del Mapic, il pensiero non va subito alla composizione sociale del quartiere. Di certo non è compresa la comunità cinese, esclusa dalla società che ha curato la commercializzazione dall'assegnazione di attività commerciali all'interno dell'ipermercato[11]. Eccetto il supermercato, le attività commerciali ospitate dentro le Minganti non sembrano pensate poi nemmeno per la fascia anziana, non particolarmente benestante, che rappresenta una parte importante della popolazione dell'area.
È una zona abbastanza nevralgica di Bologna, appunto tra la fiera e la stazione. E comunque, sebbene dovrebbe esserci un passaggio notevole, secondo me i risultati del centro nel primo anno non sono tanto soddisfacenti, perchè se dopo un anno la gente ti chiede ancora dove sei...[...] Io non lo so da cosa dipenda...sono stati sbagliati i negozi che sono stati fatti dentro...io non lo so, comunque noi ci stiamo riprendendo però altri, magari quando hanno aperto il negozio si aspettavano un giro di affari molto superiore.
[Impiegato Unieuro, intervista cit.]
Lavori molto con gli uffici, con la gente del posto poco perché questo mi pare di aver visto che è un quartiere di anziani...è una zona un po' di vecchie abitazioni, è un quartiere tra virgolette popolare quindi si lavora col caffettino, ma non è un posto da aperitivo, qui al pomeriggio è poco frequentato.
[...] Sono uffici dell'Unicredit fondamentalmente, della banca, quindi che rimangono dentro al centro commerciale, poi quando finisce l'orario di lavoro loro se ne vanno, di conseguenza da quell'orario lì - le quattro, le cinque - in poi finisce tutto...al pomeriggio è veramente angosciante 'sto posto...
[Barista al bar Mescla, intervista cit.]
La fabbrica d'incanti stenta quindi a trovare un pubblico di riferimento, nonostante si ponga in uno snodo importante del quartiere, in una zona di cerniera tra l'area della fiera e tutta la parte della Bolognina che si trova più a ridosso del centro storico della città.
Tornando alla valorizzazione, nell'ambito della realizzazione, l'accordo col Comune era che tutto il perimetro Minganti era comunque di proprietà privata, però veniva ceduto l'uso pubblico di questa strada interna, che dovrà collegare il nuovo quartiere residenziale che in parte stanno già realizzando. A differenza degli altri centri commerciali, questo si configura di più come galleria di vicinato, quindi non ha degli accessi entro cui c'è uno spazio climatizzato chiuso, ma è più una galleria urbana.
[Architetto studio Open Project, intervista cit.]
Neanche il classico target di pubblico che trascorre interi week-end dentro i faraonici centri commerciali situati a ridosso del tessuto urbano della città è quello per cui le Minganti sono state pensate.
Da quel che posso aver capito io oramai questo qui si sta impostando come centro commerciale di quartiere, non è l'Euromercato che la gente piglia su figli e macchina e ci passa tutta la giornata...qui quando ci hai fatto due-tre ore hai visto tutto, non ci sono grossi nomi di richiamo. Gli unici richiami grossi possono essere la palestra, il negozio di computer dell'Apple che comunque è abbastanza importante, comunque Fini e Benetton li trovi in centro. Per me dovevano fare qualcosa di più prestigioso, una galleria più prestigiosa. Qui comunque ci sono dei negozietti...fatti male, hai l'impressione che loro quando hanno dovuto vendere gli spazi hanno dovuto vendere al primo offerente senza ragionare...
[Barista al bar Mescla, intervista cit.]
Nonostante quest’ambizione a essere una galleria urbana, un luogo sì di consumo, ma anche di passaggio e di transito tra due importanti aree del quartiere, le Minganti sembrano per ora avere un’unica significativa presenza fissa: gli impiegati dei vasti uffici bancari che hanno sede nel centro commerciale, cioè lavoratori di un terziario altrimenti poco presente in quell'area, e non i residenti del quartiere (fatta eccezione per il supermercato Coop). È lecito avanzare l'ipotesi che quest'operazione non sia rivolta tanto al tessuto sociale esistente, quanto a quello più agiato che arriverà, in seguito all'urbanizzazione in corso delle aree che si trovano tra la fiera e il centro commerciale, e all'insediamento nelle sue vicinanze di importanti strutture logistiche come la nuove sede del Comune.
Probabilmente la destinazione della Minganti è dovuta anche a questo, perchè la fiera richiede residenze perchè ci sia vita, le residenze richiedono destinazioni commerciali, è un ciclo che si innesca automaticamente. Forse il target è dovuto anche a quello, cioè non considerando solamente
[Architetto. Intervista 17 gennaio 2007]
Tornando alle motivazioni del premio assegnato al progetto Minganti, più che una “flessibilità sufficiente a rispondere nel tempo al cambiamento degli schemi della domanda”, sembra che l'operazione abbia cercato di anticipare, e di conseguenza accelerare, “il cambiamento degli schemi della domanda”: da un territorio abitato da fasce di popolazione con una scarsa disponibilità economica e attraversato da varie forme di marginalità sociale, si aspira a intercettare un futuro tessuto urbano più benestante, che si possa permettere l'assidua frequentazione di boutique, palestre, negozi chic d'informatica, gioiellerie e quant'altro.
In quest'ottica appare, forse, più chiaro il battage pubblicitario legato al passato industriale e produttivo: il centro commerciale fornisce, oltre a merci e servizi per chi si trasferirà in quell'area, anche elementi di identità e appartenenza territoriale già “pronti per l'uso”, ripuliti da contraddizioni e aspetti problematici.
5. Il quartiere visto dalle Minganti
La conferma della relativa estraneità delle Minganti con il territorio circostante arriva anche dall'immagine che chi lavora e frequenta il centro commerciale ha del quartiere, del tessuto urbano in cui è collocato. Il rione Casaralta appare come un luogo di cui poco si sa, ma che mette paura, da cui è necessario difendersi creando isole “sicure e belle”, che restituiscano un'immagine di benessere in cui rifugiarsi per sfuggire al degrado circostante. Secondo alcuni cittadini, a questa visione contribuisce lo stato di abbandono in cui gli impianti industriali versano, diventando riparo notturno per una varia umanità che non trova alternative migliori e la presenza di extracomunitari (cinesi nelle immediate vicinanze, maghrebini e africani sub-sahariani in altre zone).
Questa prima [dell'apertura del centro commerciale] era una zona in disuso, dove era brutto passare, che se tornavi a casa la sera rischiavi che ti aprivano la macchina o che ti rubavano le biciclette, ancora è così, però quantomeno dà un po' più luce, più prestigio...più gente gira, più luce c'è, più caos c'è più i non amanti del caos tendono a imbucarsi. Quindi sicuramente [i residenti del quartiere] lo vedono benissimo sono molto contenti.
[Barista al bar Mescla, intervista cit.]
Era già abbandonata da diversi anni e nell'ultimo periodo, prima del cantiere di fatto ci abitavano, come poi succede nella fabbriche qui attorno, degli extracomunitari, infatti all’inizio si incontravano personaggi strani, che proprio stavano lì abitualmente. Infatti gli abitanti del quartiere all’inizio ci dicevano “finalmente succede qualcosa, ci mandano via queste brutte persone”, così era quello che dicevano loro.
[Architetto studio Open Project, intervista cit.]
C’è una mia amica che abita lì dietro la stazione quindi magari qualche volta mi è capitato di andare lì [...] Ci sono altri miei amici che abitano lì, però
[Impiegato Unieuro, intervista cit.]
Non è che la giro più di tanto anche perché non è una zona meravigliosa poi questa: ci sono molti phone center, molti extra comunitari, molti cinesi, non è, per dire, la zona “oh andiamo a farci una bella passeggiata in via Ferrarese a vederci due negozi”. [...] È un vecchio quartiere storico di Bologna, e attività come queste, iniziative come questa sicuramente sono proficue per il quartiere. Se calcoli che questa era una zona in disuso, dove magari di notte era anche pericoloso passarci, adesso il fatto che sia frequentato, illuminato, il fatto che ci sia una palestra aperta fino alle undici è una cosa certamente positiva.
[Barista al bar Mescla, intervista cit.]
Se da un lato il tessuto urbano circostante è fonte di sospetti e paure, e gode di una scarsa desiderabilità sociale e commerciale, dall'altro i rapporti all'interno delle Minganti sono fortemente parcellizzati e frastagliati.
[Con i] lavoratori degli altri negozi non ci sono grandi rapporti, se non da clienti, loro vengono magari a comprare qualcosa da noi, noi andiamo a comprare qualcosa da loro, però direi che, almeno io non ho instaurato rapporti con nessun altro in particolare, non so se i miei colleghi l'hanno fatto ma non penso, direi di no.
[...] Ovviamente avendo un orario continuato e avendo quei dieci minuti di stacco per andare a mangiare fai due chiacchiere magari col barista o con la cameriera del bar, però non è che... se non hai la camicia rossa di Unieuro ti chiedono ancora se vuoi lo sconto perché lavori lì... sebbene è da quasi un anno che sei lì nessuno ti conosce, nessuno si conosce... quelli di Unieuro hanno la camicia rossa, quelli di Virgin han la maglia con scritto Virgin, ci si riconosce così, dalle divise più che dalle facce... per nome men che meno... non so se sia un bene o un male...
[Impiegato Unieuro, intervista cit.]
È indicativo che l'unica azione parzialmente collettiva, che peraltro non ha avuto seguito, in questo panorama estremamente parcellizzato, sia stata innescata dal bisogno di essere protetti dal territorio circostante e da quelle che vengono percepite come le insidie che esso nasconde:
Poi l'episodio avvenuto un paio di settimane fa di tentata violenza su una ragazza, [...]. A me lo hanno detto il giorno dopo dei miei colleghi che c'è stato anche il servizio sul tg5 o roba del genere, con le inquadrature del Minganti. E infatti una mia collega voleva parlare con la direttrice del centro per chiedere se almeno le ragazze potevano mettere le macchine nel parcheggio del centro – penso che il Minganti sia l'unico centro commerciale d'Italia, forse del mondo, in cui i dipendenti non possono accedere al parcheggio, quindi parcheggiamo fuori, cercando di non parcheggiare sulle strisce blu [a pagamento nda] – sì non penso che questa mia collega abbia dato poi seguito a questa sua proposta, però per una ragazza, cioè quando io prima non la parcheggiavo lì, ma in una trasversale di via Ferrarese, uscire alle nove...se io fossi stato una ragazza, c'è della gente in giro che non è molto...bella diciamo!
[Impiegato Unieuro, intervista cit.]
Le Officine Minganti sembrano essere una delle “teste di ponte” dei profondi cambiamenti urbanistici e, di conseguenza, sociali ed economici che interesseranno l'area della Bolognina nei prossimi anni: il centro commerciale non trova ora una significativa collocazione nel territorio.
In attesa della Bolognina che verrà, si ignora quello che è oggi, rielaborando in funzione del consumo il suo passato.
Parte Quarta – Le mani sul quartiere
Il centro commerciale mina il concetto stesso di città. Il centro commerciale per funzionare per essere competitivo c’è bisogno che non sia solo, ma che siano tanti, che siano tutti uguali, che siano dislocati sul territorio e che facciano un’omogeneità totale. L’ex ministro della Sanità Girolamo Sirchia diceva che noi anziani dovevamo andare là per sfuggire al caldo. Ecco il centro commerciale come deposito non come stare insieme, nell’evolversi.
Quale città per Bologna nel terzo millennio, se non l’omologazione. Queste fabbriche diventano centri commerciali, nel migliore dei casi, perché spesso diventano appartamenti e basta, non c’è luogo d’incontro, non c’è nemmeno commercio. Le fabbriche diventano dei mattoni da vendere a prezzo molto alto, forme d’investimento per il ceto medio, perché le banche, i bond, i Tanzi si mangiano i risparmi.
[Pier Luigi Cervellati, Architetto. Intervista
Il Piano Strutturale Comunale (Psc), documento programmatico nel quale sono raccolti i progetti urbanistici dell'attuale giunta, ridisegnerà il volto della città. Il mega-progetto, ideato da un’équipe guidata dall’architetto Patrizia Gabellino, tocca buona parte della città e prevede forti connessioni con la provincia.
“Sette città” questo è il titolo dato al Piano per evocare la volontà di esplicitare l’essenza sempre più metropolitana di Bologna; nei dettagli, infatti, il Psc considera interventi urbanistici in sette aree urbane tutte fortemente connotate da un elemento significativo: la città della ferrovia, la città della tangenziale, la città della collina, la città del Reno, la città del Savena, la città della via Emilia Ponente, la città della via Emilia Levante.
Nella relazione di presentazione al pubblico grande enfasi è data al processo che ha portato all’ideazione del Piano, in particolare allo sforzo di ampliare il più possibile la partecipazione sia a livello istituzionale sia a livello cittadino, attraverso il forum “Bologna. Città che cambia”, alcuni incontri pubblici nei quartieri e laboratori di urbanistica partecipata.
Sono evidenziate inoltre la posizione geografica strategica, l’importanza del nodo autostradale e ferroviario, quest’ultimo soprattutto alla luce della linea ferroviaria ad alta velocità, già in corso d’opera; la crescente rilevanza dell’aeroporto Marconi e il ruolo della Fiera nell’economia locale, nazionale ed europea.
L’evidente sforzo di “internazionalizzare” la città presente nella visione proposta dal Psc (chi percorrerà via Stalingrado dalla fiera verso il centro attraverserà la trionfale “Porta d'Europa”, grande edificio costruito in buona parte in sospensione sopra la strada, ad oggi in realizzazione), la creatività ed esuberanza linguistica degli urbanisti che hanno lavorato al progetto hanno incontrato, nella presentazione del nuovo piano alla cittadinanza, la difficoltà di tradurre e far recepire come nel quotidiano cambierà l’organizzazione dello spazio e la vita sociale che in esso si dispiega.
L’attenzione e la curiosità degli abitanti è alta, anche se lo sguardo interrogativo ed i discorsi nei capannelli di pensionati, ciclisti di passaggio e pedoni che attraversano il ponte della stazione e sostano davanti all’enorme cantiere della Tav in costruzione rivelano una certa perplessità. Di fronte alle “grandi opere” annunciate (linea dell'alta velocità e linee per il servizio ferroviario regionale, nuova stazione, people mover tra stazione e aeroporto, metrotranvia e filobus a via guidata, nuovo insediamento universitario, residenziale e produttivo nell'area del Lazzaretto) c’è chi si chiede se i propri spostamenti giornalieri e la vivibilità della città ne usciranno migliorati oppure se bisognerà rassegnarsi alla condanna di cantieri aperti per i prossimi anni ed ingenti risorse pubbliche investite in ristrutturazioni di cui beneficeranno soprattutto i turisti ed i viaggiatori d’affari in transito attraverso Bologna verso Milano, Torino, Venezia, Firenze o New York, Parigi e Barcellona.
Il settore del Psc nel quale l’ex-Casaralta e
Ma la realizzazione del centro commerciale “Officine Minganti” non ha raccolto consensi unanimi: anche se in molti hanno guardato a questo intervento come ad un primo passo verso il risanamento di aree ad alto rischio di degrado, la forzatura che ha rappresentato la sua ristrutturazione, che non ha tenuto conto delle esigenze del quartiere in termini di servizi e mobilità, e l’episodicità di tale riconversione, hanno dato l’impressione diffusa che l’obbiettivo principale sia stato esclusivamente una speculazione edilizia e commerciale.
La prima idea era quella di farci un parcheggio per le auto della polizia. In seguito, la proprietà, Coop Costruzioni e Cogei, riunite nel consorzio Felsinea, hanno deciso che quella non sarebbe stata la degna valorizzazione dell’area. C’era l’opportunità del sostegno del Comune attraverso il Piano di valorizzazione commerciale, quindi partì la costruzione del centro.
Nella fase di progettazione non c’è stato nessuno scambio di opinioni tra gli abitanti del quartiere e la proprietà. Si è utilizzato il Pvc per cambiare la destinazione d’uso da industriale a commerciale e nient’altro.
È difficile che il Comune o il Quartiere possano avere i soldi per questo tipo di opere, sono solo le grandi imprese di costruzione che hanno i mezzi per realizzare progetti simili, e loro non fanno beneficenza. È difficile che costruiscano edifici pubblici. Del resto se si costruiscono solo case si rischia di avere quartieri dormitorio, senza servizi, anche i negozi servono per vivacizzare il quartiere. Se avessimo costruito un museo al posto del centro commerciale non sarebbe stata la stessa cosa.
[Architetto studio Open Project, intervista cit.]
Sulla superficie della Minganti, quindi, la partita si è chiusa con una realizzazione, un primo passo con cui la progettazione di tutta l’area sarà costretta a fare i conti.
Il piano urbanistico della nuova amministrazione riguardante il comparto ancora dismesso (denominato Bolognina est) che comprende l’ex Casaralta,
“Ambito urbano da riqualificare, di rilievo strategico per localizzazione e potenzialità, Bolognina est comprende un’ampia zona dal carattere disomogeneo, che si estende dalla via Stalingrado fino alla via Arcoveggio. Vi si trovano diverse aree produttive dismesse: quelle tra via Ferrarese e via Stalingrado, fino alla via Creti, tra cui le ex Officine Casaralta; quelle lungo la via Saliceto e nelle adiacenze, dove si trova anche il vasto complesso Sasib.
Al di là queste indicazioni, osservando l'area dall'alto, è possibile tracciare un poligono i cui angoli sono rappresentati dalle quattro aree dismesse di grandi dimensioni ancora in stand by: quattro grandi “smagliature” in un tessuto a debole trama e di grande interesse da un punto di vista economico.
Rispetto al riutilizzo di queste aree gli attori decisivi sono da una parte le amministrazioni pubbliche (Comune e Quartiere), dall’altra i proprietari degli stabili: attori con interessi divergenti, ma con nessuna convenienza a creare un muro contro muro dannoso per tutti. Qualsiasi intervento sulle strutture private dovrà infatti comportare la creazione di infrastrutture pubbliche a supporto delle trasformazioni d’uso (residenziale, commerciale o misto) che i proprietari vorranno effettuare, pena l’insostenibilità viaria ed urbanistica dell’operazione.
Secondo l’assessore all'urbanistica Virginio Merola sarà impossibile costruire in quell’area, se non saranno rispettate le esigenze del Piano strutturale del Comune e degli abitanti del quartiere:
Il nostro obiettivo è definire un accordo che tenga conto del Piano di valorizzazione commerciale, ma anche di un piano urbanistico d’insieme. Bisogna accantonare il progetto commerciale per una valutazione globale dell’area, perché non c’è solo
[Virginio Merola, assessore all’Urbanistica Comune di Bologna. Intervista
1. Si apre la partita: i privati
I capannoni delle ex Cevolani, presenti su via della Liberazione appartengono all’imprenditore Paolo Pazzaglia, noto in città come gestore di discoteche e locali notturni. La storica impresa della Bolognina, azienda di famiglia specializzata nella fabbricazione di macchine per imballaggi, fu venduta, dopo la dichiarazione di fallimento, al gruppo svizzero Soundronic.
Nel 1999 i nuovi proprietari –
La ditta è stata in seguito acquisita dal gruppo Pelliconi, un’azienda di Ozzano Emilia leader nella produzione di tappi a corona. Questa transizione ha permesso, dopo la concertazione con i sindacati e
Prima della cessione dell’attività produttiva al gruppo svizzero, Paolo Pazzaglia era riuscito a “vendere” i capannoni sede dell’impresa, ovvero il proprio patrimonio immobiliare, a una società a lui connessa; per questa ragione essi sono ancora di sua proprietà, nonostante la vendita e il dichiarato fallimento. Ad oggi le intenzioni dell’imprenditore bolognese restano difficili da capire, tuttavia le vicende che lo vedono protagonista non lasciano ben sperare.
Il Quartiere ed il Comune, da parte loro, rispetto a quest’area propendono per una destinazione d’uso di natura mista, dato che l’alta accessibilità, ma anche la collocazione fra due strade di grande percorrenza, ne impediscono una riconversione totale in edilizia residenziale.
L’ex Caserma Sani, situata in via Ferrarese, rientra tra gli immobili di proprietà militare passati al demanio pubblico nell’ultima Legge Finanziaria. È in atto la formulazione di un protocollo fra Comune ed Agenzia del Demanio che avvierà un tavolo per l’acquisizione dell’area militare. Probabilmente, in questa area di notevole estensione (ben
I progetti previsti per gli ex capannoni della Sasib, localizzati in via di Saliceto, sono anch’essi ancora oscuri. Nata nel 1933 su iniziativa di Scipione Innocenti, un fabbro con forti legami con il regime fascista, iniziò producendo cannoni e finì per diventare, dopo la riconversione post-bellica, una delle aziende leader nella produzione di attrezzature per il segnalamento ferroviario e di macchine per il confezionamento di sigarette. Nel 1958 la fabbrica è ceduta all’azienda americana AMF. Poi la crisi negli anni Settanta e la vendita a De Benedetti, che la divide in due specializzazioni produttive: materiale ferroviario e tabacco. Negli ultimi anni, una parte dell’azienda (Sasib Tabacco) viene rilevata dalla multinazionale britannica Mollins, che ristruttura radicalmente l’attività produttiva attraverso cassa integrazione e licenziamenti (da
L’altro spezzone dell’azienda (Sasib Railway) è stata invece rilevata dalla francese Alstom, la stessa azienda che ha rilevato Fiat Ferroviaria. Dopo un’ulteriore cessione ad una società con vocazione immobiliare, è probabile che si spingerà affinché l’area, circa
La situazione di Casaralta è invece diversa da quella delle altre aree dismesse.
Dopo l'esempio apripista dei proprietari della Minganti, anche la società marchigiana Giammattioli, che ha acquistato l’area, coglie l'occasione per rientrare nel Piano di valorizzazione commerciale, acquisendo il diritto di realizzare, a
2. Le Istituzioni
Oggi le istituzioni cittadine, in particolare Comune e Quartiere, non hanno una visione definita di quello che sarà la nuova Bolognina nelle aree limitrofe alla Casaralta, ma sono consapevoli che il modo in cui si attuerà la riqualificazione urbana e territoriale della città andrà contrattato con i privati.
Soprattutto da un punto di vista economico il partenariato pubblico-privato e il confronto con le esigenze del mercato stabiliscono le nuove regole di cooperazione fra questi due attori. Le operazioni di project financing – ovvero le operazioni economico-finanziarie rivolte alla realizzazione di progetti specifici di investimento per la esecuzione di un’opera pubblica o la gestione di un servizio – così come le pratiche di perequazione urbanistica – che consistono nell’attribuzione di valore economico alle aree soggette a trasformazione attraverso l’assegnazione di diritti edificatori – sono i nuovi strumenti che le istituzioni pubbliche utilizzano per finanziare i propri progetti. Con queste pratiche è così possibile favorire gli interessi privati, ma arginando l’urbanistica “selvaggia” generata dall’applicazione della logica pura del mercato.
Sulle aree dimesse della Bolognina le istituzioni non hanno un progetto definito, ma hanno cercato di stabilire delle linee guida d’azione e seguono alcune suggestioni delle quali non è ancora chiara la realizzabilità.
Quello che è certo, a sentire l'assessore Merola, è che non si allargherà lo spazio cementificato, ma si costruirà utilizzando porzioni di territorio già occupate da immobili. Per quanto riguarda invece la possibilità che il grande progetto di riqualificazione comprenda la realizzazione di edilizia sociale (alloggi da destinare all'affitto con canoni calmierati, già previsti per il vicino comparto del ex Mercato Ortofrutticolo) l’Assessore è scettico, anche se possibilista:
Al momento non so se quella è una zona dove chiederemo ai privati di fare edilizia sociale. È un argomento da affrontare. Bisogna vedere se sarà questo l’interesse pubblico in quella zona. Il piano strutturale prevede che, compatibilmente con gli indici di edificabilità, il 20% delle costruzioni sia destinato all’affitto. Ad oggi per me la priorità è la riqualificazione urbana di servizi, di verde, di centri di aggregazione che facciano rivivere il quartiere. Se poi una verifica ulteriore mi dice che è possibile anche prevedere edilizia sociale, sarò il primo ad ammetterlo. I paletti di edificabilità sono fondamentali. Noi arriveremo ai laboratori partecipati con una valutazione urbanistico-ambientale e di piano dei servizi, poi su come e dove realizzarli la discussione è aperta.
[Virginio Merola, intervista cit.]
3. Laboratorio di urbanistica partecipata
Il primo passo per la discussione pubblica sui destini di questo comparto potrebbe essere un laboratorio di urbanistica partecipata: sull’esempio dell’esperienza-guida realizzata nel 2005 sull’area dell’ex mercato ortofrutticolo, si dovrebbero mettere intorno a un tavolo i privati con i loro progetti e i loro interessi economici, le istituzioni con le loro esigenze di gestione delle dinamiche urbane di quella parte del quartiere, e gli abitanti che saranno invitati a formulare le loro esigenze ed a dichiarare i loro bisogni. Naturalmente, il peso dei vari attori intorno al tavolo di contrattazione non sarà il medesimo: è facile immaginare che gli attori più deboli saranno proprio i cittadini che, nelle intenzioni, dovrebbero invece esserne i protagonisti, gli attori privilegiati.
Un laboratorio potrebbe non avere, infatti, poteri decisionali effettivi sui progetti discussi e presentati al suo interno. La stessa ricezione da parte del Comune e del Quartiere delle istanze emerse dopo i lavori di discussione e progettazione nel laboratorio non è un dato scontato, come dimostra l’esperienza dell’ex mercato. Paradossalmente potrebbe avvenire che le istituzioni decidano di ignorare completamente le proposte del laboratorio, data la sua natura esclusivamente consultiva, anche se solitamente questo non accade, almeno non in forme palesi o eclatanti, pena lo scontento dei partecipanti e il conseguente dazio che l’amministrazione dovrebbe pagare in termini di consenso e popolarità. I laboratori sono, infatti, una sperimentazione recente e, per la loro natura informale e temporanea, sono pensati collettori, da un lato, delle voci e degli umori degli abitanti e, dall’altro lato, del consenso politico verso l’amministrazione e le sue scelte.
In una situazione come questa, in cui si deciderà il destino delle aree dismesse, l'aspetto più significativo sembra essere non tanto l'apporto in termini decisionali da parte dei cittadini coinvolti, quanto il rendere pubblica la discussione fra istituzioni e privati, garanzia di un certo grado di trasparenza politica dei rapporti che si andranno a stabilire tra questi due attori.
Inoltre, questo metodo di ristrutturazione urbanistica “soft”, attuata cioè scongiurando passo per passo il rischio di veti e sollevazioni degli abitanti locali contro progetti sentiti come estranei ai propri interessi, permette alle amministrazioni di prevenire possibili conflitti e situazioni di “limbo”, in cui i costi politici di certe scelte considerate “necessarie” (vedi
A Bologna, l’esperienza modello del laboratorio di urbanistica partecipata ha riguardato gli spazi dell’ex mercato ortofrutticolo, ampia area dismessa che si trova al confine ovest della Bolognina. Questo “progetto-pilota”, i cui risultati hanno in effetti avuto delle ricadute significative nella riprogettazione dell'intero comparto, aveva però delle caratteristiche differenti dal processo che si avvierà sulle aree industriali dismesse della zona Casaralta. In primo luogo, il laboratorio del 2005 interveniva a “correggere” un progetto già avanzato dall’amministrazione precedente, sul quale però c’era stata l’opposizione politica e di merito del Quartiere e dei partiti politici che compongono l’attuale maggioranza in Consiglio Comunale. Inoltre, le aree in discussione erano per metà di proprietà comunale[13] e i privati vi intervenivano come realizzatori e gestori dei servizi in concessione pubblica. Al contrario, il laboratorio che sta per partire riguarderà quattro aree dismesse, quattro distinte fette di territorio, tre delle quali, come abbiamo visto, appartengono a privati: l’esigenza è quindi quella di stabilire nel laboratorio un quadro d’insieme all’interno del quale ogni proprietario potrebbe comunque agire in tempi diversi.
La asincronia dei tempi di riconversione delle varie aree è un’altra questione aperta e pone ulteriori elementi di incertezza sulla fisionomia definitiva che acquisirà tale territorio. Con ogni probabilità, la prima area ad essere ristrutturata sarà quella della ex-Casaralta, poiché in questo caso la volontà dei proprietari è più definita e stringente e gli stessi abitanti del quartiere pongono da tempo la questione di una bonifica della superficie dalla presenza dell’amianto e dagli immigrati, “abitatori abusivi” dello stabile.
Quartiere, Comune e proprietari porteranno nel laboratorio un’agenda di tempi e priorità non flessibili, come la precedenza data alla bonifica ambientale della Casaralta, gli indici di edificabilità, i servizi per il territorio (asili, nidi, aree verdi, etc.), i diritti acquisiti sull’utilizzo per fini commerciali delle aree. In particolare, i proprietari delle aree dismesse della Casaralta, della Sasib e della Cevolani dovrebbero presentare al laboratorio un progetto comune di riqualificazione, nel quale saranno indicate con sufficiente precisione le destinazioni e le funzioni che essi ritengono prioritarie.
Il laboratorio potrà quindi esercitarsi soprattutto nella costruzione e nella negoziazione di un ragionamento il più condiviso possibile sulle distribuzioni delle funzioni, senza individuarne di nuove. Se, dunque, sarà interessante il fatto che le negoziazioni e le contrattazioni rispetto alle trasformazioni urbanistiche tra proprietari, istituzioni e cittadini del quartiere avverranno in un’arena pubblica oltre che in contesti privati, lo spazio effettivo di manovra che, prevedibilmente, verrà lasciato al laboratorio è sicuramente minore rispetto a quello che si attivò per l’area dell’ex-Mercato Ortofrutticolo, nel quale la discussione verteva su aree di proprietà pubblica.
Inoltre, proprio alle spalle dell’area di cui si discuterà nel laboratorio, vi è un’altra zona “calda”: quella che comprende
4. Fare i conti con l’oste
Secondo l’ultimo censimento, nel quartiere Navile risiedono 63.813 persone, poco meno di un quinto dei residenti in tutta la città. All’interno del Navile l’area più popolosa è quella della Bolognina, che conta 32.249 residenti. Circa uno su dieci dei residenti al Navile è straniero (6.292) e più della metà di questi ultimi abitano alla Bolognina. Anche senza le sue fabbriche
La strategia della attuale amministrazione non prevede una forte connotazione identitaria, ma un “mix urbano”. Il presidente del Quartiere Navile, residente nella zona dalla nascita, ha assistito alle progressive trasformazioni della composizione sociale e al processo di diluizione dell’identità della Bolognina:
Oggi la città è usata, non c’è più un senso di appartenenza. Ovviamente ho vissuto male questi cambiamenti, perché questo è il quartiere in cui sono nato, ma capisco anche che bisogna governare la trasformazione, altrimenti sei tagliato fuori. Non è possibile ricostruire l’identità della Bolognina, con le caratteristiche di allora, devi pensare a una società multiculturale e trovare dei punti di mediazione. Pensare diversamente, ovvero ad una città senza immigrati, è una stupidaggine.
[Claudio Mazzanti, intervista cit.]
“Mix urbano” e progetto “multiculturale” fanno pensare a un certo protagonismo delle comunità straniere fortemente presenti sul territorio della Bolognina. Ma l’unico esempio di trasformazione urbanistica già compiuta, il centro commerciale Minganti, va in direzione del tutto opposta. Ed è stata una scelta voluta, come rivela l’architetto che ha seguito l’intero progetto:
Alcuni commercianti cinesi hanno chiesto di avere un negozio all’interno delle Minganti, ma la scelta è stata di escluderli. L’idea era quella di mantenere un livello più alto, se si voleva riqualificare il quartiere. E poi con la presenza di negozi cinesi, non tutti gli altri esercenti sarebbero stati così contenti di pagare affitti tanto alti. Lo stesso succederà, secondo me, per i negozi che apriranno nel complesso dell’ex mercato ortofrutticolo, dove sorgerà la nuova sede del Comune. Ci sono anche tanti bolognesi che abitano nel quartiere, bisogna pensare anche a loro, è anche un attimo di respiro avere un centro commerciale senza cinesi.
[Architetto studio Open project, intervista cit.]
Anche nel laboratorio di urbanistica realizzato per l'area dell'ex mercato ortofrutticolo, è significativo il mancato coinvolgimento della numerosa popolazione straniera dell'area.
Questa tendenza si invertirà nei prossimi esperimenti di questo tipo, prevedendo meccanismi di rappresentanza e partecipazione per le comunità straniere?
Tra i gruppi nazionali stranieri presenti alla Bolognina, quello cinese è il più significativo. Oggi l’imprenditoria asiatica è perfettamente inserita nel tessuto economico-produttivo bolognese. Questo, tuttavia, non serve molto a superare una certa diffidenza da parte dei residenti storici.
Tutto il commercio a bassa soglia è in mano ai cinesi. Il mercatino di via Albani, per esempio, esiste dal 1935, adesso sono 50 commercianti italiani e 50 stranieri, presto saranno tutti immigrati: quale italiano lavora 16 ore in negozio anche la domenica? Non ci si può meravigliare che gli abitanti di questo quartiere, ex operai di tradizione comunista, sentano forte il disagio per questa situazione. È uno shock culturale.
[Claudio Mazzanti, intervista cit.]
A quanto pare,
Ma dell’intenzione di valorizzare questa presenza non sembra esserci traccia in quella che sarà, secondo il Psc, la “Città della ferrovia”. Nella relazione di presentazione del Piano non si esita ad affermare che questa grande fetta di Bologna conoscerà i cambiamenti più profondi e significativi, poiché proprio qui si giocherà l’internazionalità, in termini di collegamenti, della città, elemento sul quale questa Amministrazione comunale punta molto. Con la costruzione della nuova stazione ferroviaria, con i collegamenti velocizzati tra questa, l’aeroporto Marconi e
“Bologna è o diventa internazionale se le attività di rango che ospita sono efficacemente inserite in reti sovralocali. Confrontandosi con l’insieme delle scelte operate dalla pianificazione sovraordinata e dalle agenzie pubbliche e private che operano sul territorio, il Psc affronta il tema della loro coerenza rispetto allo scopo e ne propone la “messa a sistema” legando infrastrutture di mobilità, servizi di trasporto pubblico, interventi di trasformazione e riqualificazione urbana. Le linee programmatiche per il mandato amministrativo
Considerando le scelte già fatte, e condivise, sulle infrastrutture stradali (Passante autostradale nord), sulle infrastrutture ferroviarie (linea dell’alta velocità e altre linee per il servizio ferroviario regionale, nuova stazione), sul collegamento stazione fs-aeroporto (people mover), sul sistema di trasporto urbano (metrotranvia e filobus a via guidata), identificando una Città della ferrovia il Piano intende impegnarsi sulla strategia di connessione fisica e funzionale tra gli spazi urbani che ospitano e ospiteranno attività e usi di eccellenza: la stazione centrale, l’aeroporto Marconi, il Fiera district, gli ambiti di sviluppo dell’Università, il Centro agroalimentare”.[15]
Sulla Bolognina si giocherà, quindi, molto del futuro non solo urbanistico, ma anche sociale ed economico della città. Più che una conclamata multiculturalità, il punto di partenza della riqualificazione pare essere il passaggio della linea ferroviaria ad alta velocità. La presenza di questa infrastruttura, per la costruzione della quale non è stato attivato nessun laboratorio di urbanistica partecipata nonostante il grado di impatto ambientale sia altissimo, sta alla base di tutto il processo di costruzione che porterà “Bologna nel mondo”. Per riempire i vuoti lasciati dalla dismissione industriale, gli amministratori locali dovranno e venire a patti con i proprietari immobiliari e con i consorzi di cooperative e di aziende di costruzioni. Ben altri attori che non le comunità cinesi, maghrebine o etiopiche che popolano ampie aree del quartiere.
Se il Piano di valorizzazione commerciale di Guazzaloca, nel suo essere “crepuscolare” badava al marciapiede fuori posto, perdendo di vista le macro mutazioni (salvo poi inserire nel Piano un centro commerciale a tre piani), il progetto di cambiamento radicale della Giunta Cofferati pare molto più attento alle dotazioni infrastrutturali del quartiere che ai nodi critici determinati da una composizione sociale in mutazione.
Il Piano di Guazzaloca nel 2000 denunciava la progressiva chiusura di esercizi commerciali alla Bolognina, con il conseguente degrado sociale, e prospettava una ripresa delle botteghe bolognesi. Per tutta risposta negli ultimi 5-6 anni l’iniziativa cinese ha qualificato via Ferrarese e dintorni: imprenditori cinesi, contanti alla mano, hanno acquistato gli immobili e dato vita ad attività commerciale varie.
La suggestione possibile suscitata dalla presentazione del Psc è quella di una riqualificazione del quartiere che passa soprattutto per grandi opere, grandi insediamenti commerciali e qualche operazione di maquillage urbanistico e architettonico. La riqualificazione si delinea sempre più come un processo di gentrification pensato per nuovi residenti con standard economici e possibilità di consumo di livello medio-alto, per una popolazione in transito attraverso la città e per il terziario che qui troverà numerose sedi.
La dismissione delle grandi fabbriche bolognesi è difficilmente spiegabile se non leggendo determinate scelte imprenditoriali operate da multinazionali straniere e dalle nuove generazioni dei capitani d’industria nostrani.
Le fabbriche dai primi anni del '900 hanno inciso per decenni sull’identità del quartiere, non solo perché portarono nelle sue strade le lotte per i diritti e per la democrazia sul posto di lavoro, ma anche perché visivamente ne cambiarono il panorama, dandogli quel tratto di modernità che l’organizzazione della vita sociale e dell’architettura urbana intorno al lavoro industriale avevano imposto.
Quando i grandi vuoti lasciati dalla dismissione industriale saranno colmati,
[1] Piano b è un gruppo nato nel giugno 2006 al fine di produrre inchiesta sociale a Bologna. Questo articolo è frutto di un’inchiesta di: Fulvia Antonelli, Pietro Bellorini, Gianluca D’Errico, Luca Lambertini, Paolo Lambertini, Mimmo Perrotta, Sara Sartori, Giuseppe Scandurra, Leonardo Tancredi.
[2] Cfr. Bologna: politica e metodologia del restauro, di P. Cervellati e R. Scannavini, Bologna, Il Mulino, 1973.
[3] Cfr. Il Quartiere Bolognina, Tesi di laurea di D. Giovanardi, Università degli Studi di Bologna. Anno Accademico 1973-1974.
[4] Cfr. Aspetti dell’immigrazione nel Comune di Bologna, di A. Panieri, Milano, Edizioni di Comunità, 1962.
[5] “Il treno della vita: un imprenditore bolognese tra fascismo e miracolo economico”, di P. P. D’Attorre, p.
[6] La costituzione negata nelle fabbriche. Industria e repressione antioperaia nel bolognese (1947-57), di L. Arbizzani, Imola, Grafiche Galeati, 1991, p. 66.
[7] Intervista citata in Cinesi d’Italia: storie in bilico tra due culture, di A. Ceccagno (con la collaborazione di Huang Heini), Roma, Manifestolibri, 1998, p. 26.
[8] Intervista citata in Cinesi d’Italia, cit., p. 26.
[9] Intervista citata in Cinesi d’Italia, cit., p. 31.
[10] Open Project è lo studio di architetti che ha realizzato il progetto di recupero e riadattamento a centro commerciale delle Officine Minganti.
[11] Vedi paragrafo “Le mani sul quartiere”.
[12] Dalla Relazione Illustrativa del Psc.
[13] L’area del mercato è pubblica per metà circa; l’altra metà è di proprietà della Carisbo; una quota molto bassa appartiene a piccoli proprietari.
[14] La collocazione esatta del polo multimediale è ancora incerta. Oltre all’ipotesi della Manifattura Tabacchi, si parla recentemente di un utilizzo a tale scopo dello stabile di via Stalingrado abitato già dai primi anni Novanta da numerose famiglie di migranti provenienti dal Maghreb.
[15] Dalla Relazione Illustrativa del PSC.
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