venerdì 18 aprile 2008

Come sta cambiando Bologna

Piano b - Lo straniero, anno XI, numero 90\91, dicembre 2007-gennaio 2008, pp. 43-48

“Gli acrobati volanti (quelli delle Olimpiadi di Torino) scendono dal soffitto con indosso le tute blu, mentre la musica rievoca i rumori delle macchine di un tempo [...]. Gli acrobati hanno replicato lo spettacolo quattro volte perché la gente col naso all'insù è stata una folla per l'intero arco della giornata.” Così un quotidiano locale descriveva la giornata del 26 marzo 2006, giornata della “Riapertura delle Officine Minganti”, il primo, e finora unico, grande insediamento industriale dismesso della Bolognina ad aver subìto un processo di riconversione: da fabbrica a centro commerciale. Queste poche righe restituiscono la portata del cambiamento che ha interessato l'edificio, la sua destinazione, l'immaginario a cui è legato e, inevitabilmente, le ricadute che questo processo ha sul territorio circostante.
Oggi le Officine Minganti sono un centro commerciale distribuito su tre piani balconati che si affacciano su una piazza coperta, creando l'ambiente di una galleria commerciale. I pannelli informativi ci dicono che al piano terra, “la piazza dello shopping”, si trovano un supermercato Coop, un negozio Unieuro, boutiques, gioiellerie, mentre al primo piano, “cibo per la mente”, ci sono la libreria Coop, un Apple Center e la vasta area ristorazione. Il secondo e ultimo piano, “Cura del Corpo”, è invece interamente occupato da una palestra, un Fitness Center della Virgin. Ampi spazi di un edificio secondario del centro commerciale sono adibiti a uffici e ospitano la sede di un importante gruppo bancario.
Siamo alla Bolognina, una delle storiche roccaforti operaie della città, il quartiere legato allo scioglimento del PCI annunciato qui da Occhetto nel 1989. Le Officine Minganti si trovano qui dal 1919, in posizione intermedia tra la stazione e il quartiere fieristico. La fabbrica produceva macchine utensili di precisione (come torni, frese o trapani) e divenne nel secondo dopoguerra una delle realtà produttive di punta del panorama cittadino. Qui si producevano macchinari destinati all'industria aerospaziale sovietica, come ricordano ancora oggi con orgoglio alcuni operai che vi lavoravano negli anni Cinquanta e Sessanta. Quel luogo, assieme ad altri stabilimenti industriali della città, rappresentava quindi negli anni del boom, un simbolo del progresso economico e sociale: “uno che lavorava alle Minganti era come se andasse all'università” ricorda un ex-operaio.
L’edificio, così come lo vediamo ancora oggi, venne ricostruito nel dopoguerra con particolare attenzione, investendo ingenti risorse economiche, tanto da farne uno dei migliori esempi nazionali di architettura industriale. Dopo la chiusura dell'impianto è rimasto vuoto, abbandonato per alcuni anni, fino a che non è stato acquistato da un consorzio formato da due note aziende costruttrici bolognesi (Cogei e Coop Costruzioni). Al progetto di conversione e alla sua realizzazione – ad opera delle stesse imprese consorziate, Cogei e Coop Costruzioni – è poi seguita una strategia di lancio pubblicitario per buona parte giocata sulla storia dell'edificio, su quel che era stato e su quello che è diventato. Lasciando inalterato il nome, aggiungendo però una coda sulla nuova destinazione, “Officine Minganti, una fabbrica d’incanti”, la rievocazione di un simbolo della passata identità industriale della città e del quartiere viene ridotta a uno slogan per la desiderabilità delle merci e dei servizi offerti. L’intero centro commerciale è disseminato di tracce del passato industriale trasformate in raffinati oggetti d'arredo: come i vecchi torni e le frese esposte in teche o i carri ponte ancora sospesi vicino al tetto e ben visibili dalle scale mobili.
La riproposizione dell’immaginario della fabbrica - ovviamente ripulito da tutto quel che riguarda gli aspetti più socialmente indesiderabili del lavoro in officina e dalla conflittualità sociale e politica che ha attraversato questo luogo per decenni - assume un aspetto estetico evocativo per esaltare il presente e le sue meraviglie. Nella sezione “chi siamo” del sito delle Officine Minganti si trovano solamente poche, significative righe di presentazione: “Apritevi al futuro con un nuovo modo di intendere lo shopping in una struttura che unisce l'innovazione con il richiamo al passato. Un Centro Commerciale di nuova concezione dove la persona è al centro dell'interesse. Tutto questo a due passi dal Centro Storico”.

Il quartiere Bolognina è cresciuto intorno ai numerosi stabilimenti industriali che qui trovarono sede a partire dagli anni Venti del secolo scorso. Oggi quasi tutte le aree industriali sono dismesse, il quartiere è disseminato di capannoni abbandonati e vaste aree vuote sono divenute riparo provvisorio per stranieri senza fissa dimora, piccola criminalità, tossicodipendenti in cerca di un posto dove “bucarsi”. La chiusura delle fabbriche ha determinato un abbandono della zona ed un suo lento degrado, con conseguente abbassamento dei costi delle case. Oggi alla Bolognina risiede il maggior numero di stranieri di tutta la città: vi sono concentrati praticamente tutti i cinesi residenti a Bologna (che hanno rilevato buona parte delle attività commerciali anch'esse abbandonate dopo la chiusura degli impianti industriali), una nutrita comunità maghrebina ed una eritrea. Numerosi sono anche gli anziani, buona parte dei quali ex operai che ancora vivono nel quartiere e lo hanno visto mutare radicalmente, faticando oggi a riconoscerlo e comprenderlo. Queste caratteristiche fanno della Bolognina un quartiere popolare, ma i grandi spazi vuoti disponibili a pochi passi dal centro storico e in posizione strategica tra la stazione e il quartiere fieristico fanno della zona un appetibile boccone per operazioni immobiliari. Qui infatti avranno sede nuovi importanti edifici dirigenziali, sulla vicina via Stalingrado sorgerà l'imponente “Porta d'Europa”, prestigiosa sede di uffici che lascia intravedere la proiezione internazionale che la città ambisce ad avere; la stazione ferroviaria, con l'arrivo dell'alta velocità, sarà ampliata e completamente ridisegnata e sarà collegata all'aeroporto da un treno sospeso (il people mover) e al resto della città dalla rete metropolitana; l'intera area che si estende tra la Bolognina e l'aeroporto sarà edificata, ospitando un business center e una nuova sede universitaria. Tra tutte queste opere vaste saranno le realizzazioni di edilizia residenziale, realizzazioni di pregio, dai costi elevati e destinate ad acquirenti con buone disponibilità economiche o in grado di accollarsi esuberanti mutui decennali.

Il centro commerciale “Officine Minganti” è aperto da più di un anno, ma fino ad ora non sembra aver avuto un grande successo: poche sono le persone che decidono di trascorrevi il sabato o la domenica pomeriggio, l'ambiente è spesso un po' desolante e deserto, tranne all'ora di pranzo e a quella dell'aperitivo, quando centinaia di impiegati si riversano dagli uffici del gruppo bancario nei locali di ristorazione. L'unico negozio che gode di una buona affluenza è il supermercato Coop. Non è difficile intuire il perchè: le boutiques e i negozi di griffes trovano poco riscontro tra la popolazione del quartiere, che gode di una disponibilità economica piuttosto limitata. Inoltre i grandi commercianti della zona, i cinesi, sono stati deliberatamente esclusi dall'assegnazione delle attività commerciali, nonostante in molti fossero interessati all'affitto dei negozi interni. Un centro commerciale come questo ambisce ad intercettare un target, che goda di una buona capacità di spesa, che nella pausa pranzo voglia avere a disposizione un bar alla moda, che acquisti computer Macintosh, che spenda tutti i mesi cifre consistenti per frequentare palestre e saune. E un target simile ora alla Bolognina non esiste.
Al Mapic 2005 di Cannes, importante fiera dedicata al mondo immobiliare, il progetto per la riconversione delle Officine Minganti ha vinto il premio riservato ai nuovi insediamenti commerciali, con la motivazione di offrire “un importante contributo alla riqualificazione e rivitalizzazione dei centri urbani, dimostrando la sostenibilità dello sviluppo, il rispetto del tessuto circostante e la flessibilità sufficiente a rispondere nel tempo al cambiamento degli schemi della domanda”. A questo punto è possibile capire quale idea di “riqualificazione” si intravede dietro l'operazione Minganti: il centro commerciale sembra essere una delle “teste di ponte” del processo di “gentrification” che interesserà un'area importante e ampia della città nei prossimi anni.
Il centro commerciale non trova ora una significativa collocazione nel territorio, sembra in attesa della Bolognina che verrà, facendo però tabula rasa di quello che è e rielaborando in funzione del consumo (di merci e di territorio) quello che è stata.

Solo cercando di allargare lo sguardo a processi più ampi si può uscire dalla trappola di un dibattito pubblico da tempo appiattito sul “pro o contro” Cofferati, una dicotomia che impedisce di capire in che direzione la città sta cambiando e quali sono gli attori in gioco.
Le trasformazioni urbanistiche in atto permettono di intravedere alcuni processi. Innanzitutto le trasformazioni del tessuto urbano (di cui la Bolognina è solo l'esempio più significativo, ma non certo l'unico) lasciano intravedere una schiera di attori sociali ed economici assenti dal dibattito pubblico ma che avranno una forte voce in capitolo sul futuro della città: gruppi immobiliari vecchi e nuovi (alcuni dei quali apparsi sulla scena cittadina per la prima volta), importanti gruppi bancari e le rispettive fondazioni (alcune delle quali proprietari di vaste aree che saranno interessate da importanti realizzazioni), imprenditori interessati a disfarsi di attività produttive in cambio di succulenti investimenti immobiliari. Non a caso Bologna è risultata terza, dietro a Milano e Roma, nella ricerca condotta quest'anno da Nomisma sulla competitività dei mercati immobiliari, mostrando un trend positivo rispetto agli scorsi anni e superando città come Firenze, Padova o Verona.
In questo nuovo scenario qual'è il ruolo della giunta Cofferati? Dall’introduzione alla ricerca di Nomisma leggiamo: “In un contesto sempre più competitivo le città entrano in concorrenza fra loro nell’attrarre persone, attività e risorse finanziarie. Ogni città si caratterizza per “capacità di attrazione” che deriva dal sapiente sfruttamento dei punti di forza di ciascuna realtà al fine di poter offrire un ambiente favorevole per investitori o utilizzatori. Le città che meglio di altre riescono a interpretare i bisogni e le esigenze dei diversi mercati risultano di conseguenza più attraenti per chi è alla ricerca di luoghi dove ubicare i propri investimenti immobiliari o dove insediarsi”. Bologna ha quindi dimostrato determinazione nel perseguire questi obiettivi, tanto da eccellere rispetto alle altre città italiane. Un ruolo importante ha certamente avuto l'amministrazione comunale (compresa quella guidata Guazzaloca): la determinazione dimostrata nel potenziare la dotazione infrastrutturale della città (metropolitana, people mover, alta velocità) e l'importanza di alcune operazioni immobiliari fortemente incentivate dal Comune (lo studio di Nomisma cita l'edificazione del comparto Lazzaretto-Bertalia, il potenziamento della Fiera e la riqualificazione dell'ex mercato ortofrutticolo) hanno rappresentato importanti fattori di potenziamento del mercato immobiliare e di crescita e sviluppo della città.
Se da un lato l'amministrazione Cofferati si è posta fin da subito in continuità con questa linea di potenziamento e rivalutazione immobiliare e commerciale della città, rivendicando il progetto di ridisegnare Bologna e il suo ruolo economico e sociale su scala nazionale ed internazionale, dall'altro - e qui sta la novità, la presunta linea di rottura con le precedenti amministrazioni – ha messo in campo iniziative per cercare di rendere più aperti e partecipati questi macroprocessi: questo tentativo è affidato a laboratori di urbanistica partecipata creati ad hoc con l'obiettivo di coinvolgere, almeno in parte, la popolazione residente nelle decisioni da prendere sulle aree in cui si interverrà. Il primo esperimento (il laboratorio dell'area dell'ex mercato ortofrutticolo) è riuscito, almeno in parte, in questo intento, grazie soprattutto ad una rete di associazioni e di realtà sociali presenti sul territorio che ha partecipato attivamente ed ha ottenuto importanti risultati. Ma in buona parte della città non esiste un tessuto sociale così attivo e i primi segnali che si intravedono lasciano chiaramente capire che gli abitanti della Bolognina (ma anche di altri quartieri) chiedono un intervento pur che sia, l'importante è che i fenomeni da cui si sentono “assediati” (i cittadini stranieri, il degrado urbano, il disagio giovanile) vengano allontanati il più possibile.. Non importa se da un nuovo complesso residenziale o da un centro commerciale: l'importante è riempire il vuoto urbano e sociale delle fabbriche. Non a caso da tutti i progetti di urbanistica partecipata sono stati finora esclusi gli stranieri, che pure rappresentano una fetta importante della popolazione residente nelle aree interessate.
L'impressione è che la riqualificazione urbana, intesa come processo di riqualificazione economica e commerciale e come fenomeno di “gentrification”, di difesa, sia un orizzonte culturale più o meno condiviso da tutti gli attori in gioco: dai pubblici poteri (interessati a difendere il bene primario della sicurezza e ad accrescere il ruolo economico della città durante la loro amministrazione), dagli immobiliaristi (che ricavano lauti profitti da realizzazioni commerciali di prestigio e da comparti residenziali di alta qualità) e dai cittadini bolognesi, determinati a difendere il loro buon tenore di vita e spaesati da contesti urbani nei quali non si riconoscono più e dei quali hanno paura.

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