<?xml version='1.0' encoding='UTF-8'?><?xml-stylesheet href="http://www.blogger.com/styles/atom.css" type="text/css"?><feed xmlns='http://www.w3.org/2005/Atom' xmlns:openSearch='http://a9.com/-/spec/opensearchrss/1.0/' xmlns:georss='http://www.georss.org/georss' xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'><id>tag:blogger.com,1999:blog-749849138119668421</id><updated>2011-07-31T01:36:42.771+02:00</updated><category term='presentazione'/><title type='text'>Piano B</title><subtitle type='html'></subtitle><link rel='http://schemas.google.com/g/2005#feed' type='application/atom+xml' href='http://collettivopianob.blogspot.com/feeds/posts/default'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/749849138119668421/posts/default?max-results=100'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://collettivopianob.blogspot.com/'/><link rel='hub' href='http://pubsubhubbub.appspot.com/'/><author><name>mubs</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00591997227580831513</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><generator version='7.00' uri='http://www.blogger.com'>Blogger</generator><openSearch:totalResults>21</openSearch:totalResults><openSearch:startIndex>1</openSearch:startIndex><openSearch:itemsPerPage>100</openSearch:itemsPerPage><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-749849138119668421.post-4125115107086708636</id><published>2009-12-19T09:29:00.001+01:00</published><updated>2009-12-19T09:35:01.518+01:00</updated><title type='text'>Quali interlocutori per l’inchiesta sociale?</title><content type='html'>di Piano b&lt;br /&gt;ne &lt;a href="http://www.losquaderno.net/"&gt;Lo squaderno&lt;/a&gt;, N. 12 - giugno 2009&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La chiusura delle fabbriche, la scomparsa della classe operaia, la riconversione dei capannoni industriali dismessi. La città post-industriale, dei servizi, dei centri commerciali. L’immigrazione, la città multietnica, la questione della sicurezza, l’insicurezza percepita dai cittadini italiani nei propri quartieri. Il lavoro precario, il consumismo, la speculazione edilizia, l’inquinamento, la fine delle “comunità”, la parcellizzazione dei rapporti sociali.&lt;br /&gt;Parole che da anni leggiamo e ascoltiamo e che ci sembra descrivano in modo appropriato i fenomeni e le trasformazioni in atto nelle città italiane. Ma anche parole di “senso comune”, che diamo per scontate. Descrizioni dei mondi in cui viviamo che è difficile mettere in discussione, che solitamente vengono evocate piuttosto che argomentate. Parole che basta nominare, perché tutti bene o male capiscano di cosa si sta parlando. Che ci mostrano in maniera inequivocabile la direzione nella quale sta andando la società in cui viviamo. E, aspetto non secondario, inibiscono l’azione politica collettiva e la nascita di progetti di segno diverso. Tanto, “si sa che va così”.&lt;br /&gt;In questi processi si è imbattuta l’esperienza di Piano b, un gruppo nato a Bologna nel 2006 al fine di “fare inchiesta” in città. In questo articolo proviamo a tracciare un bilancio di questa (breve) esperienza, descrivendo le potenzialità e i limiti dell’“inchiesta sociale”, per come l’abbiamo praticata.&lt;br /&gt;Anzitutto, le motivazioni per cui abbiamo iniziato un lavoro di inchiesta su questi temi. Le persone che si sono incontrate in Piano b venivano da esperienze molto diverse tra loro. Tutti in qualche modo notavamo (e notiamo) con una certa insoddisfazione che né l’esperienza lavorativa né quella politica consentono una conoscenza approfondita della città in cui viviamo. Chi lavora all’università si rende conto che la ricerca accademica non è interessata tanto a studiare la “realtà” quanto a seguire dibattiti e linguaggi chiusi all’interno di “discipline” (sociologia, antropologia…) e per questo “disciplinati” e autoreferenziali. Chi fa il giornalista nota i limiti di un lavoro che deve rispettare agende e cadenze precise, linguaggi codificati e non concede l’ampiezza di respiro necessaria ad una comprensione approfondita della città. Chi lavora come maestro o educatore sente la mancanza di una conoscenza dei mondi sociali dai quali provengono le persone che ogni giorno deve “istruire” o “educare” (bambini, giovani immigrati di seconda generazione, adulti stranieri, detenuti).&lt;br /&gt;Dalle esperienze di diretto impegno politico e sociale (in quell’area non meglio identificata che viene chiamata “movimento”, che sta a sinistra, solitamente fuori dai partiti), d’altra parte, ciascuno di noi ha ricavato un’insoddisfazione dovuta, anche qui, alla mancanza di conoscenza dei mondi e delle persone che di quella attività politica sono troppo spesso l’oggetto e non il soggetto (gli operai, i precari, gli immigrati, i senza fissa dimora, i consumatori e così via).&lt;br /&gt;A Bologna, come altrove, spesso notiamo – nelle realtà di movimento non meno che nei partiti – un approccio superficiale e frettoloso alle questioni politiche, affrontate soltanto quando sono sotto l’occhio dell’attenzione pubblica e mediatica e dimenticate subito dopo, per passare ad altro. È una città in cui si discute molto, ma nella quale raramente vengono individuati e messi in discussione i poteri, le persone, le istituzioni che effettivamente prendono le decisioni importanti, che definiscono il volto della città.&lt;br /&gt;Insoddisfatti rispetto a tutto ciò e forse semplicemente sentendo la necessità e l’urgenza di conoscere la città (dopo averci vissuto per dieci, venti o trent’anni!), avevamo bisogno di un “Piano b”. Un’inchiesta ci sembrava l’unica cosa che in quel momento fosse possibile fare.&lt;br /&gt;Il gruppo si è formato un po’ casualmente, lontano da Bologna, attorno a un seminario sull’inchiesta organizzato in Calabria dalla Comunità Progetto Sud e dalla rivista Lo Straniero. Tornati a Bologna, abbiamo concentrato la nostra curiosità su un luogo che ci sembrava condensasse molte storie e molte delle “parole” che abbiamo elencato sopra: le Officine di Casaralta, una fabbrica di vagoni ferroviari nata a inizio Novecento, tristemente famosa per le drammatiche vicende legate all’amianto e dimsessa definitivamente nel 2003, dopo una lunga lotta degli operai contro la chiusura dell’azienda.&lt;br /&gt;Da questa fabbrica, l’inchiesta si è allargata al territorio circostante, la Bolognina, un’area della città cresciuta attorno alle fabbriche metalmeccaniche nel corso del Novecento. Abbiamo cercato di raccontare realtà e traiettorie di vita apparentemente lontane tra loro, accomunate dal fatto di svolgersi dentro il medesimo reticolo di strade. Abbiamo conosciuto e intervistato decine di testimoni diretti della vita e della storia di quelle strade e di quei luoghi. Abbiamo discusso con anziani abitanti del quartiere, operai e delegati sindacali delle fabbriche e abbiamo raccolto le loro storie di vita. Abbiamo incontrato alcuni immigrati cinesi residenti sul territorio. E poi funzionari sindacali, avvocati, medici, amministratori pubblici, urbanisti, architetti, maestri di boxe. Abbiamo frequentato centri anziani e circoli di quartiere e partecipato a iniziative pubbliche di presentazione e discussione dei piani urbanistici.&lt;br /&gt;In seguito, abbiamo spostato lo sguardo su un’altra area di Bologna, Santa Viola, nella quale erano accaduti e sono tuttora in atto processi di trasformazione urbana molto simili a quelli della Bolognina: dismissioni industriali, trasformazione dei capannoni in centri commerciali, casi anche eclatanti di speculazione edilizia, fine della “centralità operaia” sul territorio.&lt;br /&gt;L’inchiesta, dunque, è consistita, nel modo più semplice, e nello stesso tempo difficilissimo, nel parlare con le persone, ascoltarne i racconti, le opinioni, le sensazioni, reperire informazioni, tessere i fili, tenersi aggiornati su quello che succede, connettere fatti apparentemente lontani tra loro. Leggere giornali e libri. Ascoltare attentamente quello che gli interlocutori che di volta in volta sceglievamo avevano da raccontarci.&lt;br /&gt;Il tentativo è stato quello di non dare per scontati i processi in atto in città e sotto gli occhi di tutti (dismissione industriale, riconversione edilizia, trasformazioni urbanistiche, ecc.), ma di ricostruire minuziosamente gli eventi, di capire come sono avvenuti e a partire da quali decisioni politiche, di mappare i confronti, gli scontri e i compromessi tra i poteri rispetto a queste decisioni, di non prendere per buone le “giustificazioni” che vengono proposte ai cittadini ma andarle a verificare. E, cosa non secondaria e forse più complessa, di comprendere quali sono gli effetti di questi processi sulle storie delle persone che in quei quartieri abitano, che in quelle fabbriche lavoravano, che in quelle aree sono immigrati da altri paesi.&lt;br /&gt;Un lavoro appassionante e che ci ha consentito di capire molto della città in cui viviamo. Un lavoro, tuttavia, con i cui limiti abbiamo, a un certo punto, dovuto fare i conti. Non vogliamo qui parlare delle difficoltà relative al lavoro di questo gruppo di inchiesta, che pure vi sono e che riconosciamo (tanto per fare alcuni esempi: la difficoltà di dare continuità a un’attività che viene fatta soltanto nel nostro “tempo libero”; la “diffidenza” che proviamo verso altre forme di “sapere” – accademico, politico, giornalistico – e che troppo spesso ci impedisce di farne un uso laico; la difficoltà ad allargare il collettivo). Si tratta di questioni che crediamo attualmente significative per qualsiasi esperienza di inchiesta.&lt;br /&gt;Una domanda è, ovviamente, come (e a chi) “comunicare” quanto emerso dal lavoro di inchiesta. A tale questione classica, Piano b ha dato risposte classiche e per nulla innovative: articoli e saggi su quotidiani e riviste nazionali e locali, un breve documentario, incontri pubblici, un blog (e vari altri progetti in cantiere, come un documentario radiofonico e un “foglione” periodico autoprodotto). Ma quella della “comunicazione” nasconde e ci porta ad altre due questioni ancora più importanti. La prima è: come generare processi di cambiamento? In altre parole, dopo aver fatto inchiesta e dopo averci “capito qualcosa” di quello che succede, e dato che questa realtà non ci piace, come far sì che l’inchiesta contribuisca al mutamento sociale? Come evitare che essa rimanga soltanto un approfondimento o una “denuncia” come tanti che, pur approfonditi e documentati, appaiono sui mass media e lì restano confinati?&lt;br /&gt;Legata a questa, vi è una seconda questione, con la quale Piano b si è confrontato per la prima volta quando ha provato a trarre le conclusioni del primo lavoro di inchiesta: qual è il progetto politico – anche minimo – a partire dal quale – eventualmente – proporre processi di cambiamento sociale? Abbiamo un progetto di questo tipo? Quali sono le “proposte”? Quali sono i “soggetti” e quali i percorsi di questo mutamento politico? Mentre scrivevamo della dismissione delle fabbriche della Bolognina desideravamo denunciare – almeno implicitamente – la chiusura delle fabbriche soltanto per motivi di speculazione edilizia, la trasformazione della città in un grande centro commerciale, il coinvolgimento insufficiente o mascherato dei cittadini nelle decisioni urbanistiche, l’esclusione degli stranieri dalle sedi delle discussioni, un razzismo più o meno strisciante e così via. Ma mentre ne scrivevamo, ci rendevamo conto di non avere ben chiara un’idea alternativa di città (e non volevamo certamente proporre un ritorno impossibile alla città industriale, con il suo carico di sfruttamento e nocività ambientali!).&lt;br /&gt;Riteniamo che queste due questioni – come generare cambiamento sociale e a partire da quali soggetti e progetti politici – siano oggi centrali per chi faccia inchiesta. In altri periodi, l’inchiesta sociale aveva degli interlocutori. Dagli anni cinquanta di Danilo Dolci ai sessanta di Montaldi e dei Quaderni rossi le grandi esperienze italiane di inchiesta sociale avevano, grosso modo, degli interlocutori nel “movimento operaio” (o contadino, o studentesco), nei partiti comunista e socialista, nelle organizzazioni sindacali. Per molti vi era un orizzonte politico di mutamento sociale (per lo più il socialismo, nelle sue diverse varianti).&lt;br /&gt;L’inchiesta oggi non ha né un interlocutore (quale movimento?), né un progetto politico di riferimento. A chi parla Roberto Saviano – per citare l’inchiesta che più ha fatto discutere negli ultimi anni? A un milione di lettori in tutto il mondo, certo. Ma per lo più a individui (a consumatori di cultura) e non a movimenti, organizzazioni, istituzioni.&lt;br /&gt;A questo proposito, la pratica di Piano b in questo momento è “minimalista”: ciascuno di noi ha arricchito la propria esperienza quotidiana (professionale e politica) delle conoscenze e della consapevolezza acquisite conducendo delle inchieste sulla città. Questo non è poco, soprattutto perché molti di noi fanno lavoro educativo o “di base” (con gli studenti delle scuole superiori, i giovani immigrati, i senza fissa dimora, i detenuti). E, forse, in attesa di un progetto politico più ampio, le due uniche strade che ci rimangono sono appunto quella di conoscere a fondo la realtà nella quale viviamo e fare lavoro di base. L’inchiesta può essere strumento fondamentale di entrambe.&lt;br /&gt;Ma è chiaro che si tratta di una risposta insufficiente.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/749849138119668421-4125115107086708636?l=collettivopianob.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://collettivopianob.blogspot.com/feeds/4125115107086708636/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=749849138119668421&amp;postID=4125115107086708636' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/749849138119668421/posts/default/4125115107086708636'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/749849138119668421/posts/default/4125115107086708636'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://collettivopianob.blogspot.com/2009/12/quali-interlocutori-per-linchiesta.html' title='Quali interlocutori per l’inchiesta sociale?'/><author><name>Mimmo</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14149979785581372002</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-749849138119668421.post-6189337278256231944</id><published>2009-04-01T15:10:00.000+02:00</published><updated>2009-04-01T15:12:22.814+02:00</updated><title type='text'></title><content type='html'>&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 284px; height: 400px;" src="http://4.bp.blogspot.com/_tshcREuT_5Y/SdNoGf9dhuI/AAAAAAAAAA8/9yQO3FnJiMc/s400/front_volantino_altra_sponda_immigrazione-1.jpg" border="0" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5319710045722478306" /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/_tshcREuT_5Y/SdNoGWBrzBI/AAAAAAAAABE/6vFxxaKpr3k/s1600-h/back_volantino_altra_sponda_immigrazione-2.jpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 284px; height: 400px;" src="http://2.bp.blogspot.com/_tshcREuT_5Y/SdNoGWBrzBI/AAAAAAAAABE/6vFxxaKpr3k/s400/back_volantino_altra_sponda_immigrazione-2.jpg" border="0" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5319710043055836178" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/749849138119668421-6189337278256231944?l=collettivopianob.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://collettivopianob.blogspot.com/feeds/6189337278256231944/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=749849138119668421&amp;postID=6189337278256231944' title='13 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/749849138119668421/posts/default/6189337278256231944'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/749849138119668421/posts/default/6189337278256231944'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://collettivopianob.blogspot.com/2009/04/blog-post.html' title=''/><author><name>luca</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01814981132804379683</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_tshcREuT_5Y/SdNoGf9dhuI/AAAAAAAAAA8/9yQO3FnJiMc/s72-c/front_volantino_altra_sponda_immigrazione-1.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>13</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-749849138119668421.post-2589276749065543939</id><published>2009-04-01T15:08:00.003+02:00</published><updated>2009-04-01T15:10:22.663+02:00</updated><title type='text'>L'altra sponda dell'immigrazione</title><content type='html'>&lt;p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: center; font: 12.0px Times New Roman"&gt;&lt;b&gt;Piano b&lt;/b&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: center; font: 12.0px Times New Roman"&gt;In collaborazione con:&lt;/p&gt; &lt;p style="text-align: center;margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;Sokos, Aven Amenza Savale, Scuola popolare di musica Ivan Illich…&lt;/p&gt; &lt;p style="text-align: center;margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;Presenta:&lt;/p&gt; &lt;p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: center; font: 12.0px Times New Roman; min-height: 15.0px"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: center; font: 14.0px Times New Roman"&gt;&lt;b&gt;L’altra sponda dell’immigrazione&lt;/b&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Times New Roman; min-height: 15.0px"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: center; font: 12.0px Times New Roman"&gt;Nei media e nei discorsi di molti politici l'immigrazione è associata alla criminalità ed è affrontata come un problema di ordine pubblico. Le immagini di barconi stracolmi, di uomini ammassati nei centri di prima accoglienza e di detenzione, le foto segnaletiche dei responsabili di crimini, prevalgono sulle storie di vite. Delle migliaia di donne e uomini che arrivano in Italia da Paesi più poveri non conosciamo le case in cui vivono, le famiglie con cui condividono la migrazione, le condizioni in cui svolgono il loro lavoro.&lt;/p&gt; &lt;p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: center; font: 12.0px Times New Roman"&gt;A partire da due inchieste, vogliamo discutere di lavoro nero, caporalato, di lavoratori immigrati che vivono in condizioni di schiavitù e muoiono nelle campagne; delle vicende drammatiche che i migranti affrontano per arrivare in Italia; delle politiche migratorie italiane ed europee, che mettono i migranti nelle mani di trafficanti di vite umane e di poliziotti corrotti, nel totale disprezzo dei diritti umani. Ma discutere anche di esempi positivi di lavoro sociale e di accoglienza con e agli immigrati nelle città italiane.&lt;/p&gt; &lt;p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Times New Roman; min-height: 15.0px"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: center; font: 14.0px Times New Roman"&gt;&lt;b&gt;Venerdì 3 aprile 2009&lt;/b&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: center; font: 12.0px Times New Roman"&gt;&lt;span style="text-decoration: underline"&gt;h. 17.30  al Modo Infoshop (Via Mascarella 24, Bologna)&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: center; font: 12.0px Times New Roman"&gt;Presentazione del libro&lt;/p&gt; &lt;p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: center; font: 12.0px Times New Roman"&gt;&lt;i&gt;Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud&lt;/i&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: center; font: 12.0px Times New Roman"&gt;di Alessandro Leogrande (Mondadori, 2009).&lt;/p&gt; &lt;p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Times New Roman; min-height: 15.0px"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Times New Roman"&gt;Ne discutono con l’autore, (Sokos), Constantin Constantin (Aven Amenza Savale), Piano b&lt;/p&gt; &lt;p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Times New Roman; min-height: 15.0px"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 12.0px Times New Roman"&gt;Ogni estate migliaia di stranieri, provenienti dall'Africa e dall'Europa dell'Est, si riversano nel Tavoliere delle Puglie per impegnarsi nella raccolta dei pomodori. Sono i nuovi braccianti: vivono in casolari diroccati o in baraccopoli, in condizioni igieniche, lavorative e salariali atroci. Diventano vittime dei caporali i quali, d'accordo con i proprietari terrieri della zona, li smistano in tutta la regione. Tra i "nuovi schiavi" che hanno provato a ribellarsi, molti sono scomparsi nel nulla, altri sono morti in circostanze misteriose. Grazie alla denuncia di tre ragazzi polacchi nell’estate del 2005, un'inchiesta della Direzione distrettuale antimafia ha portato all'arresto di decine di caporali. L'autore ha incontrato i migranti, ha studiato le tecniche e le "biografie" dei nuovi kapò, ha interrogato magistrati, avvocati, medici, sindacalisti. Racconta un Sud in bilico tra arretratezza e modernità, all'avanguardia nella gestione del nuovo mercato delle braccia. Un Sud dinamico e al contempo immutabile, in cui la terra si lavora come cento anni fa quando a essere sterminati nelle campagne erano i braccianti pugliesi.&lt;/p&gt; &lt;p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: center; font: 14.0px Times New Roman; min-height: 16.0px"&gt;&lt;b&gt;&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="text-align: center;margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 14px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;b&gt;Sabato 4 aprile 2009&lt;/b&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="text-align: center;margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span style="text-decoration: underline"&gt;h. 16.30 Scuola popolare di musica Ivan Illich (via Giuriolo 7, Bologna)&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: center; font: 12.0px Times New Roman"&gt;Seminario con l'Associazione Asinitas Onlus&lt;/p&gt; &lt;p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Times New Roman; min-height: 15.0px"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 12.0px Times New Roman"&gt;L’associazione Asinitas Onlus, centri interculturali con i migranti, propone a insegnanti, operatori, educatori, una giornata di incontro e riflessione su metodi e pratiche finalizzate alla creazione di contesti educativi per l’apprendimento dell’italiano con migranti. L’approccio è centrato sul desiderio espressivo e sulle possibilità di sviluppo degli individui e dei gruppi, favorendo l’incontro della persona “nel suo corpo e nella sua storia”, cercando di ridare valenza nella teoria e nelle pratiche ai concetti di educazione attiva, ospitalità, convivialità, scambio e confronto interculturale.&lt;/p&gt; &lt;p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Times New Roman"&gt;Convinti che la sfida sia quella di costruire contesti di condivisione e di incontro con “l’altro” si propone un pomeriggio di attività autoformative tra narrazione, laboratori manuali espressivi e apprendimento dell’italiano.. &lt;/p&gt; &lt;p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Times New Roman"&gt;http://www.asinitas.org/&lt;/p&gt; &lt;p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Times New Roman; min-height: 15.0px"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: center; font: 12.0px Times New Roman"&gt;&lt;span style="text-decoration: underline"&gt;h. 21 Proiezione del film documentario &lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: center; font: 12.0px Times New Roman"&gt;&lt;i&gt;Come un uomo sulla terra&lt;/i&gt; di Riccardo Biadene, Andrea Segre, Dagmawi Yimer&lt;/p&gt; &lt;p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Times New Roman; min-height: 15.0px"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 12.0px Times New Roman"&gt;Dag studiava Giurisprudenza ad Addis Abeba, in Etiopia. A causa della forte repressione politica nel suo paese ha deciso di emigrare. Nell’inverno 2005 ha attraversato via terra il deserto tra Sudan e Libia. In Libia si è imbattuto in una serie di disavventure legate non solo alle violenze dei contrabbandieri che gestiscono il viaggio verso il Mediterraneo, alle sopraffazioni e alle violenze subite dalla polizia libica, responsabile di indiscriminati arresti e disumane deportazioni. Sopravvissuto alla trappola libica, Dag è riuscito ad arrivare via mare in Italia, a Roma, dove ha iniziato a frequentare la scuola di italiano Asinitas Onlus, punto di incontro di molti immigrati africani. Qui ha imparato non solo l’italiano ma anche il linguaggio del video-documentario. Così ha deciso di raccogliere le memorie di suoi coetanei sul terribile viaggio attraverso la Libia, e di provare a rompere l’incomprensibile silenzio su quanto sta succedendo nel paese del Colonnello Gheddafi. Il documentario dà voce alla memoria quasi impossibile di sofferenze umane, rispetto alle quali l’Italia e l’Europa hanno responsabilità che non possono rimanere ancora a lungo nascoste. &lt;/p&gt; &lt;p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Times New Roman; min-height: 15.0px"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Times New Roman; min-height: 15.0px"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Times New Roman; min-height: 15.0px"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Times New Roman; min-height: 15.0px"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Times New Roman"&gt;PER INFO:&lt;/p&gt; &lt;p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Times New Roman"&gt;pianob.inchiesta@gmail.com;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Times New Roman"&gt;collettivopianob.blogspot.com&lt;/p&gt;&lt;div&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: 12px;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/749849138119668421-2589276749065543939?l=collettivopianob.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://collettivopianob.blogspot.com/feeds/2589276749065543939/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=749849138119668421&amp;postID=2589276749065543939' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/749849138119668421/posts/default/2589276749065543939'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/749849138119668421/posts/default/2589276749065543939'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://collettivopianob.blogspot.com/2009/04/laltra-sponda-dellimmigrazione.html' title='L&apos;altra sponda dell&apos;immigrazione'/><author><name>luca</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01814981132804379683</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-749849138119668421.post-6305294337520030332</id><published>2009-02-13T10:37:00.002+01:00</published><updated>2009-02-13T10:40:49.137+01:00</updated><title type='text'>ECCO BOLOGNA</title><content type='html'>pubblichiamo gli articoli contenuti nell'inserto dedicato a Bologna, apparso sul numero 102-103 de "Lo Straniero"e  curato da Piano B.&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(51, 51, 51); font-family: 'Trebuchet MS'; font-size: 13px; "&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; text-align: justify; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(204, 204, 255);"&gt;Sul muro della facoltà di lettere e filosofia di Bologna un ignoto con spray rosso ha scritto “Edoardo uno di noi”. E noi gli vogliamo credere.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(204, 204, 255);"&gt;Edoardo è il figlio, nato un anno fa dall’unione di Sergio Cofferati e Raffaella Rocca. &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; min-height: 15px; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(204, 204, 255);"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(204, 204, 255);"&gt;L’autore della scritta, presumibilmente uno studente insoddisfatto dell’approccio cofferatiano al governo della città, si riferisce al motivo della mancata candidatura dell’ex sindacalista al secondo mandato da sindaco. Cofferati ha infatti annunciato pubblicamente di rinunciare alla corsa a Palazzo D'Accursio per espletare al meglio il compito di padre. &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; min-height: 15px; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(204, 204, 255);"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; text-align: justify; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(204, 204, 255);"&gt;Vogliamo credere a questa motivazione, ma non ne siamo rassicurati. Rinunciare a candidarsi a otto mesi dal voto (si voterà nell'Aprile 2009), dopo avere propagandato intenzioni opposte e adducendo motivazioni di questo tipo è il coronamento di una storia politica tutta fondata sulla persona piuttosto che sulle scelte politiche. Dov’è il senso di responsabilità nei confronti dei cittadini? Ci verrebbe da chiedere al (oramai ex) sindaco di Bologna, continuando a fare il gioco di che crede alle sue parole. &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; text-align: justify; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(204, 204, 255);"&gt;Una concezione privatistica della politica non poteva che condurre a questo epilogo, verrebbe anche da dire.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; min-height: 15px; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(204, 204, 255);"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(204, 204, 255);"&gt;La rinuncia di Cofferati lascia il suo partito in un grave imbarazzo, in uno scenario politico cittadino in cui neanche la destra offre candidati presentabili. Il cinese più che mollare si è fatto esplodere, lasciando macerie politiche e soprattutto molte scorie tossiche nel tessuto sociale bolognese.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; min-height: 15px; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(204, 204, 255);"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(204, 204, 255);"&gt;L'ex leader della CGIL è stato prima di tutto un sindaco mediatico, ha fatto parlare di sé più per il suo atteggiamento che per i suoi atti. Fan di Tex Willer, è stato il sindaco sceriffo, paladino della legalità a costo di sgomberi e ordinanze anti-bivacco.    &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; min-height: 15px; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(204, 204, 255);"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(204, 204, 255);"&gt;Per mesi l’informazione nazionale si è occupata di lui. Anche se nei fatti, nella vicina Firenze, il sindaco Dominici si rendeva protagonista di imprese ben più estreme sul piano securitario.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(204, 204, 255);"&gt;Ma di legalità non si è parlato solo nei salotti televisivi, ma anche nei bar di quartiere, nelle decine di centri sociali per anziani, sugli autobus, nei famosi capannelli di astanti in piazza Maggiore.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; min-height: 15px; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(204, 204, 255);"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(204, 204, 255);"&gt;E mentre Bologna, e forse tutta l'Italia, si divideva tra cofferatiani e anti cofferatiani e questo dibattito diveniva sempre più “virtuale”, il destino della città si giocava su altri scacchieri, con altri e ben più numerosi giocatori.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; min-height: 15px; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(204, 204, 255);"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(204, 204, 255);"&gt;Negli articoli che seguono Cofferati è una figura di sfondo. Sempre presente, senz'altro, ma attore comprimario in uno scenario molto più complesso. Uno scenario in cui la città è oggetto di profonde trasformazioni che ne stanno lentamente, ma inesorabilmente, cambiando il volto. In cui le scelte dell'amministrazione comunale sono solo alcune delle variabili che incidono sul cambiamento. In cui la partecipazione a questi cambiamenti da parte dei cittadini continua a vivere più negli ideologici slogan degli amministratori che nella realtà.   &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; min-height: 15px; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(204, 204, 255);"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; text-align: justify; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(204, 204, 255);"&gt; Crediamo che questo guardare dietro al fenomeno mediatico sia un sforzo necessario per provare a  raccontare e capire cosa sia oggi Bologna e cosa si avvia a diventare dopo e nonostante Cofferati.       &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; text-align: justify; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; min-height: 15px; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(204, 204, 255);"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(204, 204, 255);"&gt;Intanto il sindaco lascia una città peggiore che probabilmente continuerà a votare per il centro (sinistra), ma che coltiva sempre più diffidenza e intolleranza. Pochi lo rimpiangeranno, non ha fatto molto per farsi amare (un esempio su tutti: mentre Berselli, Alleanza Nazionale,  a torso nudo sventolava la bandiera rosso-blu dopo la promozione del Bologna in serie A, il sindaco era fuori città). “Non sa cos’è la bolognesità” – la critica maggiore che gli viene mossa dal basso. Probabilmente nessuno sa cosa sia questa bolognesità, ma a Bologna si preferisce inforcare occhiali che virano tutto al provincialismo padano e non distinguono altro colore che non sia il rosso mattone.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/749849138119668421-6305294337520030332?l=collettivopianob.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://collettivopianob.blogspot.com/feeds/6305294337520030332/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=749849138119668421&amp;postID=6305294337520030332' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/749849138119668421/posts/default/6305294337520030332'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/749849138119668421/posts/default/6305294337520030332'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://collettivopianob.blogspot.com/2009/02/ecco-bologna_13.html' title='ECCO BOLOGNA'/><author><name>luca</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01814981132804379683</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-749849138119668421.post-2815660803506133336</id><published>2009-02-13T10:31:00.001+01:00</published><updated>2009-02-13T10:32:53.853+01:00</updated><title type='text'>Fine del "buongoverno"</title><content type='html'>Mauro Boarelli&lt;div&gt;da "Lo Straniero" n. 102-103&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(51, 51, 51); font-family: 'Trebuchet MS'; font-size: 13px; "&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; text-align: justify; font: normal normal normal 12px/normal Times; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(204, 204, 204);"&gt;Che fine ha fatto il “buongoverno” delle amministrazioni locali guidate dalla sinistra? Cosa ne è stato a Bologna, la città che ne ha incarnato il mito per più di cinquant’anni? &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal Times; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(204, 204, 204);"&gt;Se ne parla poco, o per nulla. I gruppi dirigenti che hanno traghettato il Pci verso nuovi approdi dopo il crollo del muro di Berlino e dei regimi dell’Est europeo hanno scelto la strada apparentemente più semplice, ma in realtà più pericolosa, per fare i conti con la propria storia. E’ un atteggiamento che oscilla tra la rimozione e l’abiura, e tende a modificare il passato anziché interpretarlo. Non c’è da stupirsi, quindi, se la sinistra post-comunista evita di riflettere sulle trasformazioni del governo locale. Crede - a torto - di legittimarsi officiando periodicamente il sacrificio del passato, rappresentato come insieme indistinto di errori legati a un’epoca tramontata e da consegnare all’oblio collettivo. &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal Times; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(204, 204, 204);"&gt;Su un versante opposto, ciò che resta dell’opinione pubblica di sinistra - priva di luoghi di aggregazione e dibattito - tende a coagularsi intorno alla ricostruzione nostalgica di un passato operoso e costruttivo contrapposto a un presente sterile. Ma quella del “passato tradito” è un’altra gabbia ideologica da cui bisogna evadere. Per analizzare i mutamenti profondi che hanno segnato la cultura  amministrativa della città nel corso dell’ultimo ventennio è necessario adottare un punto di vista “esterno” e cogliere la dimensione di lunga durata dei processi di trasformazione. E’ un tema complesso, che necessita di sguardi incrociati e di ricerche specifiche. Iniziamo a dissodare il terreno, e proviamo a individuare alcuni temi su cui converrà tornare per uno scavo in profondità. Ne propongo tre - tutti radicati negli anni Sessanta - che a mio parere rappresentano l’ossatura dell’esperienza amministrativa bolognese, il segno distintivo del “buongoverno”, della sua pratica e del suo mito, inevitabilmente intrecciati.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; min-height: 15px; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(204, 204, 204);"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal Times; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(204, 204, 204);"&gt;Le prime sperimentazioni di scuola a tempo pieno vennero promosse dall’amministrazione comunale alla fine degli anni Sessanta. Il progetto di Bruno Ciari - chiamato a dirigere le attività scolastiche del Comune - e degli insegnanti che collaboravano con lui, muoveva dal bisogno di costruire un sistema educativo in grado di favorire l’emancipazione sociale. La scuola immaginata da Ciari era una collettività in cui l’apprendimento doveva essere il risultato di un lavoro cooperativo. Era necessario avere a disposizione un tempo più lungo, un tempo che offrisse opportunità educative più ampie, modelli didattici flessibili, una forte impronta comunitaria. Se molto è stato scritto sull’innovazione pedagogica del tempo pieno (e oggi sarebbe opportuno tornare a leggere quei testi), minore attenzione è stata prestata alla nuova articolazione del tempo sociale, che a mio parere rappresenta uno dei risultati più importanti e duraturi indotti da quel modello. La scuola a tempo pieno, infatti, ha inciso in maniera profonda sulla struttura del tempo dell’intera città, ha creato un diverso rapporto tra i tempi della famiglia, del lavoro e dell’apprendimento.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal Times; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(204, 204, 204);"&gt;Qualche anno prima era stato avviato il dibattito sul decentramento che portò, nel 1964, alla nascita dei quartieri. La gestazione del progetto non fu appannaggio esclusivo della sinistra, ma vide il contributo di quella parte della cultura cattolica, impersonata principalmente da Giuseppe Dossetti e Achille Ardigò, più attenta alla dimensione comunitaria, al bisogno di salvaguardare reti di relazioni sociale e di promuovere centri decisionali periferici nel quadro dello sviluppo urbanistico e dell’espansione della città. Il decentramento attuato dall’amministrazione di sinistra non si limitava a spostare o duplicare uffici e funzioni amministrative, ma ambiva a disegnare una diversa articolazione del rapporto centro/periferia e a promuovere forme attive di partecipazione dei cittadini alla vita sociale.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal Times; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(204, 204, 204);"&gt;Negli anni Sessanta maturarono anche le scelte urbanistiche che portarono al Piano regolatore del 1970. L’approccio di Giuseppe Campos Venuti, chiamato da Roma a ricoprire l’incarico di assessore all’urbanistica, prevedeva - tra l’altro - due rovesciamenti di prospettiva: la quantità delle costruzioni doveva cedere il passo alla qualità dei nuovi insediamenti e a un rapporto equilibrato tra abitazioni e aree verdi; le periferie - in coerenza con le politiche di decentramento – dovevano essere concepite non come appendici inerti del centro, ma come luoghi di socializzazione dotati di una propria identità. La realizzazione di aree di edilizia popolare a ridosso del centro storico con ampie zone di verde rappresentò la realizzazione pratica di questo orientamento e sancì un’inversione di tendenza rispetto alla dislocazione di quartieri popolari privi di verde e servizi ai margini estremi della città che aveva caratterizzato il decennio precedente. &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal Times; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(204, 204, 204);"&gt;La nuova politica urbanistica non fu certo esente da errori e contraddizioni. La scelta di abbandonare il tram, adottata agli inizio degli anni Sessanta in nome di un malinteso concetto di progresso, ebbe conseguenze di cui ancora oggi la città soffre, priva com’è di un sistema di trasporto collettivo razionale e sostenibile dal punto di vista ambientale.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal Times; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(204, 204, 204);"&gt;Scuola a tempo pieno, decentramento e politica urbanistica erano unite da un filo conduttore: la partecipazione. Il modello didattico fondato sulla cooperazione  promuoveva un’educazione alla cittadinanza attiva, e si raccordava in modo coerente con la gestione sociale degli asili nido e delle scuole materne comunali in cui le famiglie erano coinvolte direttamente. Nella politica urbanistica, significativo fu il coinvolgimento dei lavoratori nella salvaguardia del centro storico. Gli operai - che rappresentavano una fascia importante della popolazione e che stavano migrando verso i nuovi insediamenti periferici, percepiti come riscatto dal degrado delle vecchie case del centro, fatiscenti e senza servizi - vennero coinvolti in una battaglia culturale che diffuse il valore della storicità del patrimonio urbanistico in un periodo in cui questo riconoscimento non era ancora acquisito nella coscienza civile, consentì di risanare il centro storico e - almeno in una prima fase - di evitarne la terziarizzazione selvaggia. Il decentramento, infine, avrebbe dovuto portare alcuni centri decisionali in periferia.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal Times; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(204, 204, 204);"&gt;La crisi di questo modello partecipativo è oggi evidente. Il progetto del decentramento ha subìto nel tempo modifiche e aggiustamenti, e oggi i quartieri sono titolari quasi esclusivamente di funzioni amministrative, privi di reali poteri decisionali e di strumenti per organizzare e promuovere la partecipazione dei cittadini. La politica urbanistica, di nuovo incentrata sulla quantità, sull’edificazione sovradimensionata rispetto alle dinamiche demografiche, sulla mancanza di equilibrio tra insediamenti abitativi e verde, risulta sacrificata agli interessi immobiliari, e quindi sottratta al controllo sociale. Il tempo pieno è stato in parte depotenziato da una applicazione burocratica da parte della scuola statale, nella disattenzione delle istituzioni locali che lo hanno tenuto a battesimo. Le importanti mobilitazioni di genitori e insegnanti che negli ultimi anni hanno visto protagoniste Bologna e altre città del centro-nord contro lo smantellamento di questo modello educativo perseguito dai governi di centro-destra (ma anche - con toni più melliflui ma ugualmente aggressivi - dall’ultimo governo di centro-sinistra) hanno mostrato il radicamento del tempo pieno nella società, e al tempo stesso la distanza sempre maggiore tra ampi settori della cittadinanza che si sentono vulnerati nei loro diritti acquisiti e le organizzazioni politiche e sindacali della sinistra che interpretano questi diritti come residui di un passato da sacrificare alla vuota retorica della “modernità” e del “riformismo”.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal Times; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(204, 204, 204);"&gt;Fissare l’inizio di questa crisi non è facile, perché i mutamenti delle culture politiche non si misurano attraverso i documenti ufficiali. Possiamo datare provvisoriamente l’eclissi del modello partecipativo agli inizi degli anni Ottanta. Esaurita l’onda lunga dei successi elettorali della sinistra a livello nazionale e consumata la drammatica rottura del ’77 a livello locale (su cui, a distanza di trent’anni, non è mai stata avviata una riflessione critica degna di questo nome), ebbe inizio un lungo processo di progressivo distacco degli amministratori locali dalle dinamiche sociali, un percorso inarrestabile verso l’autoreferenzialità, che diverrà un tratto distintivo delle formazioni politiche nate dalle ceneri del Pci.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal Times; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(204, 204, 204);"&gt;Ma le radici della crisi sono ancora più profonde, e vanno rintracciate nella cultura politica del Pci del dopoguerra. I processi di formazione delle strategie politiche nel partito erano fondati - come è noto - sul “centralismo democratico”. Intorno a questa regola ferrea, che attribuiva ogni decisione alle strutture centrali, vennero costruite una serie di pratiche che avevano l’obiettivo di disciplinare la militanza e riprodurre gerarchie di potere all’interno del partito. La critica e l’autocritica e le narrazioni autobiografiche imposte, scritte e orali, pubbliche e private, erano finalizzate - tra l’altro - a interiorizzare meccanismi di subordinazione degli individui rispetto al partito inteso come organo collettivo depositario della coscienza politica. Questo complesso apparato costituì l’ossatura della vita interna del partito per tutto il periodo dello stalinismo. E’ ancora da indagare cosa accadde dopo il 1956, quali furono i tempi e gli esiti reali della “destalinizzazione”. Alcuni di questi istituti (in particolare la pratica della critica e dell’autocritica) sopravvissero nello statuto del Pci fino al 1979, e questo basta a dimostrarne il radicamento. E’ facile affermare, in ogni caso, che la cultura che aveva prodotto quelle pratiche non scomparve per decreto, ma condizionò ancora a lungo la militanza, ben oltre l’estinzione delle pratiche stesse. D’altra parte, il centralismo democratico non venne mai messo in discussione e continuò a rappresentare il principale meccanismo regolatore dei processi decisionali. La contraddizione tra l’ingresso sulla scena politica di ceti popolari prima esclusi dalla vita pubblica e il carattere subordinato della loro militanza, modellata da una pedagogia politica dai tratti autoritari, caratterizzò l’azione del Pci - seppure in forme diverse rispetto al primo decennio del dopoguerra - anche dopo il ’56. La pratica della partecipazione declinata in varie forme dall’amministrazione di sinistra a Bologna negli anni Sessanta poggiava dunque su basi fragili, perché quella contraddizione storica impediva al Pci di incorporarla senza riserve nel proprio patrimonio culturale. E’ questo, credo, un terreno di indagine fertile per capire cosa è successo alla sinistra, cosa è successo a Bologna, percorrendo strade diverse da quelle già battute e che hanno lasciato molte domande senza risposta.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/749849138119668421-2815660803506133336?l=collettivopianob.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://collettivopianob.blogspot.com/feeds/2815660803506133336/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=749849138119668421&amp;postID=2815660803506133336' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/749849138119668421/posts/default/2815660803506133336'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/749849138119668421/posts/default/2815660803506133336'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://collettivopianob.blogspot.com/2009/02/fine-del-buongoverno.html' title='Fine del &quot;buongoverno&quot;'/><author><name>luca</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01814981132804379683</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-749849138119668421.post-3207449401658182643</id><published>2009-02-13T10:27:00.001+01:00</published><updated>2009-02-13T10:30:18.286+01:00</updated><title type='text'>Dismissione Sociale</title><content type='html'>Piano B&lt;div&gt;da "Lo Straniero" n.102-103&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(51, 51, 51); font-family: 'Trebuchet MS'; font-size: 13px; "&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; text-align: justify; text-indent: 28.4px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(255, 255, 255);"&gt;“Quella officina lì è diventata il degrado del quartiere. Adesso là dentro c’è di tutto, ci saranno delle tope, delle bisce, a parte che è diventata un covo di spacciatori. La polizia non può andare dentro perché è proprietà privata e loro quando va via la polizia se ne vengono fuori. La gente reclama però non c’è niente da fare. Non è che io ce l’abbia con gli extracomunitari, perché quando lavoravo lì dentro, colleghi extracomunitari ne ho avuti ed erano bravissima gente, però quelli che ci dormono adesso sono solo delinquenti”. A parlare è un ex-operaio bolognese ora in pensione. La fabbrica in cui lavorava e di cui ci sta raccontando, le Officine di Casaralta, produceva e riparava carrozze ferroviarie. Lo stabilimento, situato nella Bolognina, area di Bologna ancora molto “popolare”, è dismesso definitivamente dal 2003. Questo operaio, che abita a pochi passi dalla fabbrica, ci ha raccontato le lotte operaie degli anni Settanta e Ottanta, l’occupazione della fabbrica contro la chiusura. Poi, con la stessa passione, ha espresso la rabbia contro gli extracomunitari (non tutti…), a suo parere responsabili del degrado del quartiere. È iscritto a Rifondazione Comunista. &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; text-align: justify; text-indent: 28.4px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(255, 255, 255);"&gt;Non diversamente da tutte le città italiane, anche Bologna è ossessionata dalla questione della sicurezza. Anche a Bologna, politici, media locali, comitati di cittadini insistono sul tema dell’insicurezza delle strade e del “degrado” e lo legano in modo automatico all’immigrazione, facendo di questo nesso una delle questioni politiche centrali in città. Colpevoli dell’insicurezza sono di volta in volta gli immigrati, i clandestini, i rom, i rumeni.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(255, 255, 255);"&gt;Ad agitare tali questioni non sono qui (solo) la Lega Nord (che pure alle ultime politiche ha superato il 4% dei voti in città) o comitati di destra, ma spesso il Partito democratico e cittadini “di sinistra”. A Borgo Panigale, altro quartiere periferico e popolare della città, è nata un anno fa quella che probabilmente è la prima ronda del Pd: un gruppo di anziani, per lo più ex-Pci ed ex-Dc, con l’avallo dall’Assessore ai Quartieri (e alla sicurezza) Libero Mancuso, pattugliano le vie del quartiere tra le 18 e le 21.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(255, 255, 255);"&gt;Come spiegare la deriva securitaria e spesso xenofoba in una città “di sinistra” (il Pd si attesta qui attorno al 50% degli elettori)? Al di là di riflessioni e analisi relative al generale clima velatamente o apertamente razzista in tutta Italia, è interessante indagare nelle singole città in che modo agisca e si articoli la questione della sicurezza. Nel capoluogo emiliano, alcune chiavi di lettura possono emergere quando si ragiona attorno alla dismissione di buona parte delle industrie cittadine e ai processi di riconversione edilizia attuati nelle aree dismesse. Sono chiavi di lettura parziali, non esaustive, valide se si parla di quartieri periferici e (ex-)operai, meno efficaci per spiegare, ad esempio, il degrado e l’insicurezza denunciati dai comitati del centro storico. E poi Bologna non è Torino, e l’industria bolognese non è la Fiat. Ciononostante, costituiscono, a nostro modo di vedere, un interessante codice interpretativo.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(255, 255, 255);"&gt;Negli ultimi quindici anni è terminata la storia produttiva spesso centenaria di tante storiche fabbriche bolognesi, situate per lo più in due zone della città: la Bolognina, nei pressi della stazione ferroviaria, e Santa Viola, situata lungo la via Emilia Ponente. Entrambe le aree sono cresciute negli anni del dopoguerra attorno a stabilimenti industriali e sono oggi ormai troppo vicine al centro della città per “sopportare” ancora stabilimenti produttivi. La lista delle “morti” è lunga. La Minganti, che produceva macchine industriali vendute in tutto il mondo, ha abbandonato lo stabilimento della Bolognina, da tre anni diventato un centro commerciale, e opera in un piccolo stabilimento in provincia. Poco più in là, su via Corticella, la Sasib, in cui un migliaio di operai sfornavano materiali per il segnalamento ferroviario e macchine per l’impacchettamento, è stata smembrata e venduta a multinazionali straniere. A pochissima distanza, gli stabilimenti vuoti e abbandonati delle Officine di Casaralta e delle Cevolani. A Santa Viola, al posto della Riva Calzoni, che produceva addirittura per la marina militare, ci sono oggi un’Esselunga e otto palazzoni. La confinante fonderia Caster aveva pure chiuso. Ultimo fallimento in ordine di tempo ha riguardato lo scorso inverno la storica fonderia Sabiem, sull’altro lato della via Emilia, per la quale si sperava in uno spostamento in provincia e che invece è stata semplicemente chiusa. E sono solo i casi più conosciuti. &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(255, 255, 255);"&gt;Bologna sta dunque espellendo dalla città tutte le attività industriali e il copione è ovunque simile: officine situate in aree appetibili dal punto di vista edilizio, crisi industriali (vere, simulate o provocate ad arte), lotte operaie contro la chiusura, promesse di riconversioni “utili” e a misura di cittadino (ora un polo tecnologico, ora una struttura universitaria, ora una città dei giovani…), accordi sindacali per salvare i posti di lavoro (prepensionamenti, mobilità, cassa integrazione), chiusura degli stabilimenti (venduti a stranieri, spostati in provincia o semplicemente falliti), presenza per lunghi anni di capannoni fatiscenti, fino alla riconversione edilizia, talvolta favorita in modo poco trasparente da amministratori (di destra o di sinistra) e talvolta operata da costruttori (di destra o di sinistra) che, si scoprirà, avevano acquistato l’area ben prima che si parlasse di fine della produzione. &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(255, 255, 255);"&gt;Ma cosa c’entra questo con la sicurezza? A nostro parere molto.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(255, 255, 255);"&gt;Anzitutto, vi sono enormi stabilimenti industriali che per anni restano vuoti e inutilizzati e si fanno sempre più tetri e cadenti. Talvolta diventano dimora provvisoria per senza tetto, spesso stranieri senza casa. Per gli abitanti di questi quartieri, i capannoni diventano il simbolo del degrado e dell’insicurezza. Per capire quanto importanti possano essere questi luoghi, bisogna fare un passo indietro: per molti decenni e fino a non più di quindici anni fa, essi erano simbolo di altro, erano simbolo di un’identità operaia, legata soprattutto al Pci e alla Cgil, che, quantomeno dal secondo dopoguerra, era fondante per la città. &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; text-align: justify; text-indent: 28.4px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(255, 255, 255);"&gt;Gli operai di diverse generazioni raccontano con orgoglio storie di lavoro e di lotta in fabbrica. Raccontano di come lavorare alla Minganti equivalesse ad andare all’Università. Raccontano che i metalmeccanici bolognesi erano talmente bravi da “fare i piedi dei moscerini”. Raccontano delle lotte contro i licenziamenti politici e contro Scelba negli anni Cinquanta, quelle per lo Statuto dei Lavoratori negli anni Sessanta e Settanta. Descrivono condizioni di lavoro dure, scarsa sicurezza. Piangono i morti per l’amianto. Ma raccontano anche di un mondo in cui vi era la continua sensazione di un progresso sociale e democratico, in cui le lotte e gli scioperi uscivano dai cancelli delle fabbriche e si riversavano nei quartieri: “Non è che fosse un lavoro granché esaltante – ci ha raccontato Lia Amato, immigrata dalla Sicilia e per anni operaia alla Manifattura Tabacchi – però era uno strumento per il mio miglioramento. Tante volte le vincevamo, le lotte. Lottavi per il miglioramento del contratto, lottavi per il salario accessorio per avere servizi sociali, mandare i figli a scuola e non pagare il nido. Nella tua vita tu vedevi un miglioramento, una crescita. Vedevi anche la vita interna alla fabbrica migliorare: la mensa, il nido…”. E Guido Canova, per oltre trent’anni operaio e delegato sindacale alla Casaralta: “Dal 1969 fino alla metà degli anni Settanta ci furono grandi conquiste di cui avemmo dei riscontri reali e ci accorgemmo concretamente. Una fu la questione della riduzione dell’orario di lavoro, da 48 ore settimanali più tre il sabato mattina raggiungemmo nell’arco di pochi anni le 40 ore. E poi conquiste sull’organizzazione, conquistammo i famosi consigli di fabbrica, e poi lo Statuto dei Lavoratori”.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(255, 255, 255);"&gt;Un mondo in cui la fabbrica era simbolo di progresso, di modernità e di identità di una classe. In quegli stessi quartieri, quell’identità si è frantumata lentamente insieme ai suoi monumenti. Oggi fare un lavoro manuale è spesso considerato una vergogna. Alle grandi fabbriche si sono sostituite piccole officine artigianali nelle quali l’attività sindacale è quasi nulla. L’operaio è sempre più precario. E anche nelle grandi fabbriche, la Ducati su tutte, il sindacato vive sconfitte prima di tutto culturali.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; text-align: justify; text-indent: 28.4px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(255, 255, 255);"&gt;Ma non è solo una questione di “identità”. La presenza operaia era anche una garanzia di controllo del territorio. Cesare Poggioni, operaio alla Casaralta negli anni Novanta: “Quella vecchia e dura e ruvida classe operaia di una volta, una certa forma di – usiamo un termine orribile – controllo del territorio evidentemente lo esercitava, perché i primi turnisti alla Casaralta entravano alle quattro e mezza del mattino, così come la sera fino a verso le otto, le nove, le dieci c’era gente, insomma c’era quasi sempre gente lì attorno, e non solo a Casaralta: alla Manifattura, al deposito degli autobus. Insomma, una sorta di polizia in tuta blu”. Racconti forse un po’ troppo nostalgici ricordano che nei palazzoni popolari della Bolognina non venivano mai chiamati i carabinieri e i conflitti venivano risolti dai capicellula del Pci o dai parroci. Questa presenza operaia e l’autorevolezza che veniva dal lavoro politico o sindacale è oggi chiaramente venuta meno. Questi quartieri sono sempre più soltanto quartieri dormitorio. La popolazione invecchia. I capannoni sono vuoti oppure, come nel caso delle Officine Minganti (Coop) e dell’Esselunga di Santa Viola, vengono trasformati in centri commerciali, che rappresentano i nuovi luoghi di socialità (una socialità, dunque, legata al consumo) e di lavoro. &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(255, 255, 255);"&gt;A frequentare quotidianamente i luoghi pubblici sono, da qualche anno, soprattutto gli stranieri: attorno alla Casaralta è concentrata la presenza cinese di Bologna, con laboratori, magazzini di import-export, ristoranti, agenzie viaggi. Al posto dei vecchi negozi di quartiere ci sono pizzerie pakistane, kebab maghrebini, parrucchiere africane. Nei parchi vi sono famiglie bengalesi, gruppi di ragazzini rumeni si aggirano nelle strade. I vecchi abitanti faticano a riconoscere il proprio quartiere, vedono i nuovi arrivati come estranei e spesso come nemici. Mondi diversi procedono vicini, ma incomunicanti, paralleli. I vecchi operai esprimono rabbia perché i cinesi scrivono in un alfabeto incomprensibile il menù fuori dal ristorante o perché sputano dalla finestra. Strani abitanti si aggirano per le officine cadenti e poco importa se ad ingrossare le fila di chi cerca un tetto nelle fabbriche dismesse ci siano anche persone che durante il giorno lavorano (al nero) nei cantieri edili della città. Gli stranieri vengono considerati i colpevoli di tutto, i nemici.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(255, 255, 255);"&gt;Sul “nemico” c’è da fare ancora una considerazione. Nel ricordo di diverse generazioni di operai bolognesi viene descritta una “comunità” (operaia e di quartiere) che si sentiva compatta e aveva dei “nemici” ben precisi e individuabili: il padrone, anzitutto, e i governi democristiani in secondo luogo. Ancora Lia Amato ci dice: “Ci sono stati momenti duri di discussione, di confronto tra di noi. Momenti duri nei quali però sapevamo sempre che c’era come una barricata, che noi eravamo di qua e il padrone era di là. Anche le discussioni più dure non mettevano in discussione questa barricata”. Il padrone era il nemico del progresso sociale e democratico, le lotte contro il padrone erano lotte per migliorare le proprie condizioni di vita.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; text-align: justify; text-indent: 28.4px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(255, 255, 255);"&gt;La fine della fabbrica si è portata con sé i nemici. I padroni non ci sono più. La sinistra è pure (ogni tanto) al governo. Ma le condizioni di vita sembrano non migliorare più. Il nuovo nemico diventa lo straniero. Perché non lo si capisce, perché ha occupato gli spazi. Perché ci ruba il lavoro. Perché vive in una baracca. Perché sputa dalla finestra. Perché lava i vetri al semaforo. L’immigrato diventa la causa dell’insicurezza, il principale problema sociale. Ex-comunisti ed ex-democristiani si uniscono nella ronda. La “comunità operaia” unita contro il padrone è diventata una “comunità italiana” da difendere contro gli extracomunitari.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(255, 255, 255);"&gt;Non sempre e non dappertutto, per fortuna. Mentre il sindaco Cofferati nell’autunno 2005 sgomberava i rumeni nelle baracche di Borgo Panigale, i cittadini del quartiere gli ricordavano con una lettera aperta (cui i media locali diedero poco risalto) che nella lista dei disagi i rumeni erano solo al nono posto (!), mentre ai primi c’erano i cantieri dell’alta velocità che rendevano impraticabili le strade del quartiere e devastavano il territorio. Ma tornando allo stabilimento della Casaralta, è davvero singolare che per gli abitanti dei palazzi circostanti l’insidia principale siano gli immigrati che vi abitano e non l’amianto che ancora è presente nelle coperture delle officine, cadenti e lasciate a se stesse, e che giorno dopo giorno minaccia concretamente la loro salute.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(255, 255, 255);"&gt;Ma vi è ancora una chiave per leggere questi processi. Le aree dismesse muovono forti interessi economici. La Casaralta e la Cevolani sono situate alle spalle della Fiera, a due passi dalla stazione e dal centro; la Sabiem è a fianco dell’Ospedale Maggiore. I proprietari delle aree faranno grossi profitti costruendovi alberghi, appartamenti, negozi, centri commerciali. Spesso queste fabbriche sono state chiuse proprio per operare lucrose riconversioni edilizie, come nel caso della Riva Calzoni, peraltro viziato dall’enorme conflitto di interessi di un vicesindaco, Giovanni Salizzoni, che nel medesimo tempo è il responsabile dello studio di progettazione che ha operato la riconversione.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(255, 255, 255);"&gt;Ma gli interessi economici vanno negoziati con quelli della collettività, quantomeno in una città che ha la fama di possedere una forte coscienza civile. Il nuovo Piano strutturale comunale, varato con un grosso sforzo anche mediatico nel 2007, cerca di orientare lo sviluppo urbanistico di molte zone della città. Le negoziazioni tra poteri privati e poteri pubblici sul destino delle aree spesso si protraggono per anni, durante i quali la presenza di casermoni industriali dismessi si fa sentire in maniera pesante. Il continuo parlare di degrado e insicurezza, magari provocati dagli abitanti “clandestini” di quei casermoni (per lo più in assenza di fatti di cronaca), sembra allora fare il gioco di chi vuole costruire. &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; text-align: justify; text-indent: 28.4px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(255, 255, 255);"&gt;L’esempio delle aree di Cevolani, Sasib e Casaralta ci sembra emblematico: i proprietari vengono invitati dal Comune a presentare un progetto comune per un ridisegno organico del quartiere. Si chiede loro di partecipare a un laboratorio di urbanistica partecipata, nel quale i cittadini possano discutere del destino delle aree. Il laboratorio è annunciato per ottobre 2007, ma il progetto comune non arriva. A maggio 2008, l’Assessore all’Urbanistica Virginio Merola scrive a &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;i&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(255, 255, 255);"&gt;l’Unità-Bologna&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(255, 255, 255);"&gt; per rispondere alle “preoccupazioni” dei cittadini: “L’effetto degrado è dato dal fatto che queste aree enormi subiscono intrusioni abusive e sono meta di frequentazioni illegali. […] Diventano così aree minacciose, che inquietano, in particolare nelle ore notturne”. L’Assessore ri-annuncia l’avvio del laboratorio per settembre 2008, ma stavolta solo su due terzi dell’area della Casaralta, senza citare le altre due. Nell’attesa, però, già cantieri (non partecipati) si sono aperti a Casaralta e Sasib.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; text-align: justify; text-indent: 28.4px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(255, 255, 255);"&gt;Le fabbriche in attività erano un segno distintivo dell’identità dei quartieri. Le lotte operaie contro la chiusura degli stabilimenti sono state appoggiate dagli abitanti, pur con tutte le contraddizioni relative alle emissioni nocive. Ma quando uno stabilimento viene chiuso e viene agitata la questione del degrado, i cittadini chiedono che esso venga smantellato prima possibile e non importa più se al suo posto vengono costruiti scuole o supermercati, parchi o alberghi.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(255, 255, 255);"&gt;I primi ad accorgersi di questi processi sono alcuni operai che nelle fabbriche ci lavorano, che denunciano come le dismissioni siano il risultato non di scelte produttive o legate all’impatto ambientale, ma degli appetiti di immobiliaristi e costruttori su aree edificabili dentro la città. Qualche operaio svela l’inganno e dice: “Voglio essere malizioso, questo fa gioco ai nostri ‘amici’ costruttori, perché così possono dire ‘ah! Il degrado! Ah, una situazione intollerabile!’, perché… a loro fa gioco, perché serve ad accelerare tutta la faccenda, no?”. Stessa consapevolezza alla Sabiem, durante l’occupazione dello scorso inverno contro la chiusura della fonderia: “Qui faranno andare tutto in disuso, ci dormiranno i poveracci e saranno i cittadini a chiedere che l’officina venga abbattuta”.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(255, 255, 255);"&gt;Alla crisi della fabbrica è seguito per molti versi un vuoto sociale. Ma se i vuoti lasciati dagli stabilimenti industriali nel tessuto cittadino venissero utilizzati per ridisegnare i quartieri e la città in modo da renderli più vivibili per i cittadini, per creare spazi di socialità, strutture utili alla collettività, magari attività produttive sostenibili dal punto di vista ambientale? E se il ridisegno della città avvenisse in modo trasparente e i cittadini vi contribuissero in modo effettivo? E se non si scaricasse la responsabilità di tutti i problemi sugli ultimi arrivati? Nella maggior parte dei casi finora a Bologna non è accaduto questo. &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(255, 255, 255);"&gt;Ogni capro espiatorio nasconde un peccato collettivo: per alcuni è la colpa di una sconfitta storica, per altri dell’avidità. Meno male che ci sono gli stranieri, altrimenti sarebbe colpa nostra.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/749849138119668421-3207449401658182643?l=collettivopianob.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://collettivopianob.blogspot.com/feeds/3207449401658182643/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=749849138119668421&amp;postID=3207449401658182643' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/749849138119668421/posts/default/3207449401658182643'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/749849138119668421/posts/default/3207449401658182643'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://collettivopianob.blogspot.com/2009/02/dismissione-sociale.html' title='Dismissione Sociale'/><author><name>luca</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01814981132804379683</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-749849138119668421.post-3146508650797800243</id><published>2009-02-13T10:24:00.002+01:00</published><updated>2009-02-13T10:27:25.283+01:00</updated><title type='text'>Svuotamenti e Recinzioni</title><content type='html'>&lt;div&gt;Fulvia Antonelli&lt;/div&gt;Da "Lo Straniero", n.102-103&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(51, 51, 51); font-family: 'Trebuchet MS'; font-size: 13px; "&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; text-align: justify; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(255, 255, 255);"&gt;Per capire quali sono state le trasformazioni urbanistiche e sociali della Bologna degli ultimi anni e l’aspetto che sta prendendo oggi la città bisogna ricostruire una vicenda politica che risale al 1985, anno in cui fu elaborato e proposto l’ultimo PRG (Piano Regolatore Generale) della città.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(255, 255, 255);"&gt;La contesa politica intorno all’approvazione del PRG divenne infatti uno dei principali motivi alla base della caduta della giunta comunale di Bologna, costruita sul sodalizio fra Pci e Psi, che si spaccò di fronte all’opposizione della Dc al nuovo piano regolatore.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(255, 255, 255);"&gt;Il Pci accusò il Psi, solerte e sensibile agli umori della Dc e dei suoi alleati del “grande centro”, di aver sacrificato gli interessi della città a quelli del pentapartito e solo dopo lunghe trattative nel 1989 la nuova giunta comunale, guidata dal Pci con l’appoggio esterno del Psi, approvò il piano con molte riserve e molte modifiche rispetto al progetto iniziale.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(255, 255, 255);"&gt;In quegli stessi anni, fra i motivi di scontro politico e di accuse reciproche fra Pci e rappresentanti cittadini del pentapartito ci furono due eventi apparentemente non collegati alla discussione sul PRG, ma che la condizionarono non poco. &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(255, 255, 255);"&gt;Il primo, nell’85, fu uno scandalo che investì gli uffici e i tecnici per l’edilizia privata del Comune, coinvolti in un traffico di mazzette per la concessione di licenze edificatorie ed in cui finirono implicati, oltre ai tecnici del comune, anche potenti imprenditori della città e cooperative edilizie. L’altro fu l’inchiesta giudiziaria sulla loggia massonica Zamboni de’ Rolandis nell’89, una organizzazione che riuniva nomi eccellenti della politica e della cultura bolognese ed in cui finì implicato quello che l’allora Pri definiva “il nostro uomo”, il rettore dell’Università Fabio Roversi Monaco.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(255, 255, 255);"&gt;L’inchiesta sulla massoneria e sui collegamenti fra l’organizzazione segreta di Bologna e la P2 si chiuse con il proscioglimento degli imputati, così come dopo l’89 si chiuse anche il tempo degli scontri fra compagini politiche sul futuro della città: oggi quando si parla di affari sono le logiche consortili a prevalere. &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(255, 255, 255);"&gt;Il simbolo di questo equilibrismo perfetto nella mediazione fra poteri forti è di nuovo Roversi Monaco, inscalfibile protagonista del piu’ lungo rettorato dell’Università di Bologna, dal 1985 al 2000, fortino della Dc nella città “rossa”, in 15 anni di attività ha fatto dell’Alma Mater la piu’ grande immobiliare della città - 472 mila metri quadrati di nuovi spazi per oltre 500 miliardi di investimento; è stato nominato nel 2000 presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Bologna; quindi amministratore delegato dell’Enciclopedia Treccani; consigliere di amministrazione di Hera, una delle piu’ grandi multiutility italiane in tema di servizi ambientali, idrici ed energetici, di cui controlla la distribuzione in tutta l’Emilia Romagna; nel 2008 è diventato infine anche presidente del consiglio di amministrazione della Fiera di Bologna. &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(255, 255, 255);"&gt;Un uomo che raccoglie consensi, attestazioni di stima e collaborazioni a destra e sinistra: da Tremonti a Casini, a Prodi, amico dell’ex sindaco DS Vitali, in ottimi rapporti con l’ex sindaco Guazzaloca e che si è guadagnato anche la fiducia di Cofferati e del suo assessore all’urbanistica Virginio Merola: un uomo, insomma, buono per tutte le stagioni, un uomo di potere.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(255, 255, 255);"&gt;Queste ultime considerazioni sembrano divagazioni nel nostro discorso, ma non lo sono. &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(255, 255, 255);"&gt;Per leggere i cambiamenti di Bologna infatti, oltre che analizzare la mappa della città proposta dai recenti piani urbanistici del Comune e ascoltare le dichiarazioni di intenti dei rappresentanti delle istituzioni cittadine, è necessario anche tenere d’occhio quali sono gli interessi e gli orientamenti dei proprietari delle aree edificabili, dei costruttori, delle banche che finanzieranno le spettacolari grandi opere che dovrebbero catapultare Bologna nella dimensione di una moderna metropoli europea, e che a volte viene il dubbio che la catapulteranno e basta.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; min-height: 15px; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(255, 255, 255);"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; text-align: justify; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(255, 255, 255);"&gt;Il PRG dell’89 è stato l’ultimo grande piano regolatore della città, il canto del cigno di una stagione di urbanistica riformista che in Bologna aveva avuto soprattutto negli anni ’60 e ’70 il suo laboratorio, i suoi &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;i&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(255, 255, 255);"&gt;maître à penser&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(255, 255, 255);"&gt; - Campos Venuti e Cervellati - e le sue realizzazioni piu’ convincenti – il restauro del centro storico, miracolosamente sfuggito all’effetto bomboniera un po’ kitsch allora e oggi molto in voga fra gli architetti; l’edilizia popolare realizzata non solo attraverso moderne  e populiste colate di cemento in periferia, ma anche attraverso l’esproprio e la ristrutturazione delle case nel cuore della città; periferie concepite non come dormitori, ma come spazi da abitare, dense di servizi e collegamenti con il centro e, cosa non superflua, esteticamente piu’ accoglienti e vivibili delle periferie segnate dalle mostruose stecche abitative seriali che caratterizzano Quarto Oggiaro a Milano, il Laurentino 38 a Roma,  Mirafiori a Torino, Scampia a Napoli, tanto per fare degli esempi illustri.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; text-align: justify; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(255, 255, 255);"&gt;Il PRG finalmente approvato nell’89 nasceva però in qualche modo già vecchio, perché nel frattempo l’ondata neoliberista e la deregulation edificatoria già si erano imposte come ideologie politiche dominanti nelle amministrazioni pubbliche e l’urbanistica riformista, davanti a questi cambiamenti, si ritrovava con le armi spuntate. In quegli anni, infatti, venne dichiarata l’incostituzionalità dell’esproprio dei terreni per pubblica utilità dietro un indennizzo che non rappresentava il pagamento dei terreni ai prezzi del mercato; inoltre, l’imposizione alle amministrazioni locali del pareggio in bilancio rendeva di fatto impossibili le politiche keynesiane di edilizia popolare sino ad allora utilizzate per sostenere economicamente le politiche per la casa.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(255, 255, 255);"&gt;A Bologna tutto ciò si tradusse con la fine, per le amministrazioni cittadine, della possibilità di utilizzare il deficit del bilancio per garantire un sistema di trasporti e servizi efficiente e a prezzi contenuti, e con l’avanzata degli interessi privati – banche, costruttori, grandi proprietari immobiliari- nel governo della città.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(255, 255, 255);"&gt;Da allora in poi, per ogni realizzazione urbana, le amministrazioni comunali sarebbero dovute  ricorrere ai finanziamenti privati e questi andavano contrattati di volta in volta con soggetti interessati, per la loro natura, principalmente alla sostenibilità finanziaria dei progetti dentro una logica economica di mercato.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(255, 255, 255);"&gt;Ma cosa stabiliva il PRG dell’89? E a 19 anni di distanza, quante delle sue linee guida sono state seguite e realizzate?&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(255, 255, 255);"&gt;A livello locale si tentò attraverso quel piano regolatore di conservare la collina- ultima area naturale alle spalle di una città in espansione- da una cementificazione selvaggia sostenuta sia da chi voleva costruire abitazioni e ville per classi sociali privilegiate in fuga dalla “folla” cittadina, sia da chi rivendicava il diritto del proletariato ad un appartamento nel verde. &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(255, 255, 255);"&gt;Questo obiettivo sostanzialmente fu raggiunto, al punto che ancora oggi i cantati “colli bolognesi” rimangono un’area naturale fruibile da tutti e poco edificata; anche l’ultimo Piano Strutturale Comunale (PSC), a firma Cofferati e varato nel 2007, ne ribadisce la tutela.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(255, 255, 255);"&gt;Nel PRG inoltre, insieme al decentramento delle funzioni produttive ed economiche dal centro di Bologna, si ambiva a collocare la città dentro un ragionamento piu’ vasto sulle aree ad essa connesse, che comprendesse quindi le appendici metropolitane come Casalecchio di Reno, Borgo Panigale, San Lazzaro di Savena.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(255, 255, 255);"&gt;Per evitare l’espulsione dei ceti piu’ popolari dal centro della città, con un effetto “svuotamento” a fine giornata verso cittadine dormitorio che si sviluppavano intorno ai suoi limiti, si pensò di fare di Bologna il nodo di un sistema metropolitano di infrastrutture e trasporti fortemente interconnesso con il territorio circostante.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(255, 255, 255);"&gt;Si iniziò per questo già da allora a parlare di metropolitana, ma per mancanza di fondi pubblici il progetto fu messo in stand by e si puntò tutto sul trasporto su gomma, secondo una ideologia sviluppista di sinistra che reclamava “pane e automobili” e che ha prodotto traffico, inquinamento e autostrade per tutti.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(255, 255, 255);"&gt;Poi negli ultimi anni di nuovo un cambio di tendenza: oggi pare che il metrò faccia tanto trendy ed europea la città e allora sia la passata giunta comunale guidata da Guazzaloca- con la sua versione in salsa bolognese del centrodestra- che Cofferati- il sindaco monarca che ha sostituito alle logiche del centralismo democratico del partito quello verso il proprio insindacabile giudizio - hanno iniziato una lunga battaglia con Provincia e Regione per battere cassa dal Ministero delle infrastrutture di Roma e dalla Unione Europea, reclamando finanziamenti per la costruzione di una serie di infrastrutture per la mobilità. &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(255, 255, 255);"&gt;La Giunta Guazzaloca mise in cantiere due progetti che dovevano essere il fiore all’occhiello delle grandi opere inaugurate dal nuovo sindaco: la metropolitana e il “Civis”.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(255, 255, 255);"&gt;La metropolitana, che doveva collegare la parte ovest della periferia con stazione, centro, fiera e aeroporto, si mostrò subito un progetto difficile perchè avrebbe avuto dei costi di realizzazione ingenti e problemi notevoli per i lavori di interramento in un centro storico da sventrare per l’occasione.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; text-align: justify; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(255, 255, 255);"&gt;Il “Civis”, un &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;i&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(255, 255, 255);"&gt;tram su gomma&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(255, 255, 255);"&gt;, come lo chiamano a Bologna - mentre in tutto il resto del mondo lo chiamano filobus, ma detto così probabilmente suona piu’ avveniristico- avrebbe dovuto invece connettere le periferie  della parte est con il centro.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; text-align: justify; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(255, 255, 255);"&gt;La giunta Cofferati cancellò il progetto della metropolitana e a questo sostituì quello della “Metrotranvia”, ovvero un tram interrato- che in tutto il resto del mondo chiamano metropolitana, ma qui chiamano così, poiché andrebbe piu’ lento, in alcuni tratti salirebbe in superficie e consterebbe di una sola linea, - che collegherebbe solo la periferia ovest con la stazione, senza passare per il centro. Il “Civis”invece, benché sia da tutti considerato un’opera inutile, non è stato cancellato perché, essendo stato già finanziato- 182,2 milioni di euro il costo del progetto ripartiti fra Ministero dei Trasporti, Azienda dei trasporti locale ATC, Regione e Comune - le penali per il suo mancato varo sarebbero costate al comune di Bologna piu’ della sua quota per la realizzazione, quindi a questo punto si “deve” fare.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; text-align: justify; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(255, 255, 255);"&gt;Ma se il “Civis” è il regalo di Guazzaloca alla città, Cofferati, per non essere da meno, ed essendo nota la sua passione per il cinema di fantascienza- Blade Runner in particolare- ha rilanciato con il progetto del “people mover”: una monorotaia su gomma- somiglierà forse ad una funivia?- sospesa su piloni di cemento che dovrebbe tatuare una parte della città e collegare la stazione con l’aeroporto in pochi minuti. Il costo dell’intera opera è di circa 100 milioni di euro di cui una piccola parte pubblici: il resto verrebbe finanziato attraverso il &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;i&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(255, 255, 255);"&gt;project financing&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(255, 255, 255);"&gt;: i privati mettono i soldi, gestiscono il servizio per i prossimi 30 anni e con i biglietti si rifanno dei costi e realizzano i loro guadagni.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; text-align: justify; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(255, 255, 255);"&gt;Il primo bando elaborato dal Comune per la realizzazione del progetto è andato deserto, scatenando aspre polemiche fra associazioni di costruttori, imprenditori e Palazzo d’Accursio: da una parte il rifiuto per l’eccessivo rischio imprenditoriale previsto dall’opera, dall’altra l’accusa di non avere il coraggio di rischiare come si confà ad ogni buon capitalista.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(255, 255, 255);"&gt;Il bando deserto è stato un segnale politico molto duro degli imprenditori a Cofferati e al suo assessore all’urbanistica Merola: l’oggetto del contendere non è solo il people mover ma anche la costruzione della nuova sede degli uffici del Comune, un mega affare a cui partecipa un cartello che riunisce tutte le maggiori imprese e cooperative edilizie della città.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(255, 255, 255);"&gt;Su entrambi i progetti gli imprenditori stanno provando a forzare per ottenere le condizioni di realizzazione per loro piu’ favorevoli: clausole che impongono al Comune il rimborso dell’opera nel caso le previsioni sul bacino di utenza del people mover si dimostrassero inferiori e non venissero così garantiti gli utili previsti, rialzo del costo del biglietto previsto inizialmente (ad oggi per un percorso di 5km il biglietto del people mover costerebbe 7euro); indici di edificabilità piu’ alti e maggiore quota di appartamenti destinati al mercato, con conseguente riduzione dell’edilizia a canone concordato, nelle abitazioni da realizzare nel comparto della nuova sede del comune; liberazione dai vincoli di destinazione d’uso delle numerose aree industriali dismesse su cui si stanno concentrando gli appetiti della speculazione edilizia.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; min-height: 15px; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(255, 255, 255);"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(255, 255, 255);"&gt;Il problema attuale della mobilità a Bologna è quindi connesso alle successive e frequenti deroghe al piano regolatore, che hanno permesso la realizzazione di aree molto piu’ densamente edificate di quanto era previsto, con la conseguente inadeguatezza delle infrastrutture e dei servizi immaginati per accompagnarne lo sviluppo.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(255, 255, 255);"&gt;Molte delle previsioni del PRG dell’89 sono state completamente disattese, negli anni esso è stato sempre piu’ svuotato delle sue velleità di pianificazione dello sviluppo urbanistico della città e di freno ai meccanismi di speculazione edilizia di grandi e piccoli proprietari e costruttori.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(255, 255, 255);"&gt;Uno dei meccanismi insinuosi e nascosti con cui la deregulation edificatoria si fece strada dentro quel piano regolatore fu, ad un certo punto, l’inspiegabile modifica delle modalità di misura del metro quadro edificabile, che da lordo passò magicamente a netto, con un incremento quindi  dei già alti indici di edificabilità concessi dal PRG rispetto alle opere di pubblica utilità che i privati dovevano realizzare in contropartita alle concessioni edilizie.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(255, 255, 255);"&gt;Allo stesso modo il timing delle realizzazioni del piano non fu rispettato e l’effetto fu l’intervento in aree dove era vivo l’interesse dei privati a costruire o “riqualificare” ma che non erano prioritarie rispetto alle esigenze della città; il congelamento degli interventi in aree interstiziali che furono lasciate a maggese dai proprietari dei suoli –ad esempio alcune aree industriali dimesse nella Bolognina- in attesa di una loro valorizzazione finanziaria; il sorgere punteggiato e sconnesso all’interno della città di opere di difficile comprensione se isolate dal complesso di interventi all’interno dei quali erano state pensate e acquisivano senso.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(255, 255, 255);"&gt;L’esperienza di Bologna in sostanza illustra che, anche in presenza di un piano regolatore particolareggiato e di ampio respiro, che tenti cioè di immaginare per la città uno sviluppo ordinato e di bloccare i meccanismi speculativi -  ed il PRG dell’89 da questo punto di vista non era né perfetto né abbastanza lungimirante, avendo previsto in generale indici edificatori ingiustificatamente alti e fuori norma sin dall’inizio- questo può essere svuotato dei suoi contenuti attraverso una lunga serie di contrattazioni e varianti e che, ben piu’ delle velleità di pianificazione espresse dalle amministrazioni pubbliche, è nelle cronache cittadine e nel dibattito sui singoli progetti che si può intendere chi governa l’espansione di una città.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(255, 255, 255);"&gt;Il trionfo dell’ “urbanistica contrattata” a Bologna, quella  voluta dalla nuova giunta di sinistra e dove a far scuola è stato il modello milanese, rischia di risolversi in una ideologia che parla di flessibilità e liberazione dai vincoli dei grandi piani regolatori per promuovere lo sviluppo della città, ma che nei fatti consegna le scelte sulle trasformazioni urbanistiche all’esito di rapporti di forza ed interessi di tipo esclusivamente economico.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(255, 255, 255);"&gt;Ma una città non è un bene comune? Non è diritto soprattutto di chi la abita, e non di chi ne possiede i suoli e gli immobili, determinarne gli usi, l’organizzazione e la forma? Con chi va contrattata l’urbanistica?&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(255, 255, 255);"&gt;Al pari della liberalizzazione del mercato del lavoro che, promettendo occupazione e modernità, ha prodotto precarietà e insicurezza, la contrattazione urbanistica rischia di mostrare, solo in modo piu’ trasparente che nel passato, che chi rappresenta i cittadini nelle amministrazioni locali, accettando la logica della concertazione con gli interessi privati sulle destinazioni d’uso e sulle funzioni delle aree, non fa che negoziare sul diritto collettivo alla città.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(255, 255, 255);"&gt;Anche in questo campo Bologna sta diventando un laboratorio d’avanguardia della sinistra?&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; min-height: 15px; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(255, 255, 255);"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; text-align: justify; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(255, 255, 255);"&gt;Se tuttavia da una parte ci sono i poteri e gli interessi forti, con i suoi uomini simbolo – Roversi Monaco- e la politica che si assume un ruolo di mediazione da una posizione di progressiva debolezza, dall’altra gli abitanti della città non sono certo impegnati in un’opera di critica e rivendicazione di diritti davvero collettivi.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(255, 255, 255);"&gt;Anche per questo basta leggere la cronaca cittadina: nascono comitati per la difesa organizzata di interessi particolari e ristretti - il proprio orto, il proprio condomino, la propria piccola parte di quartiere – sempre contro il degrado, l’insicurezza e l’invasione rappresentata dagli immigrati, dai nuovi arrivati, dagli altri.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(255, 255, 255);"&gt;I cittadini chiedono recinzioni, polizia, limitazione dei diritti di cittadinanza sociale: la casa, l’asilo nido, la scuola, la sanità per chi “merita” la città, cioè per chi non trasgredisce mai la legge della privatizzazione dello spazio urbano.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(255, 255, 255);"&gt;Ecco Bologna.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/749849138119668421-3146508650797800243?l=collettivopianob.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://collettivopianob.blogspot.com/feeds/3146508650797800243/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=749849138119668421&amp;postID=3146508650797800243' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/749849138119668421/posts/default/3146508650797800243'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/749849138119668421/posts/default/3146508650797800243'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://collettivopianob.blogspot.com/2009/02/ecco-bologna.html' title='Svuotamenti e Recinzioni'/><author><name>luca</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01814981132804379683</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-749849138119668421.post-3760535529609450346</id><published>2009-02-13T10:15:00.000+01:00</published><updated>2009-02-13T10:52:07.236+01:00</updated><title type='text'>I rumeni, l'edilizia, la sicurezza....</title><content type='html'>&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(102, 255, 255);"&gt;Mimmo Perrotta,&lt;/span&gt;&lt;div&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(102, 255, 255);"&gt;"Lo Straniero" n.102-103&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(102, 255, 255);"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span class="Apple-style-span"   style="color: rgb(51, 51, 51);   font-family:'Trebuchet MS';font-size:13px;"&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; text-align: justify; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span"  style="font-size:small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(102, 255, 255);"&gt;“Speriamo che nel 2007, quando la Romania entra, se entra, nell’Unione Europea, è un po’ più facile prendere questo pezzo di carta, questo permesso di soggiorno. Sennò, quando mi trovano i carabinieri, mi mandano a casa e basta. Qual è il problema. È un rischio, io lo assumo. Niente da fare. Sto qua fino quando non mi trovano loro. Quando mi trovano mi mandano a casa”. Così descriveva le proprie speranze per il futuro nel maggio 2005 un cittadino rumeno di 37 anni che, privo di permesso di soggiorno, lavorava (e lavora) a Bologna come muratore. “Rischio” era una parola molto utilizzata dai cittadini rumeni che hanno vissuto e lavorato in Italia da “clandestini”. Il “rischio” riguardava la possibilità stessa di restare in Italia, come raccontava, qualche mese dopo, un altro rumeno, di origine rom, sui 25 anni, anch’egli muratore, che aveva subito un rimpatrio forzato ed era tornato nel bolognese dopo pochi mesi: “lavoravo per un napoletano, a Vergato. Lunedì, sono andato al cantiere, mi sono cambiato, dopo dieci minuti sono arrivati i carabinieri. Mi hanno preso dal cantiere, m’ha portato via con i vestiti del cantiere. Dopo ho chiamato mio fratello, gli ho raccontato tutto, mi ha portato la borsa con i vestiti… al Cpt. Ti posso chiedere una cosa? Dimmi, come posso pensare di stare per sempre qua in Italia? Ma, diciamo così, per dire, mi voglio fare la vita in Italia, va bene? Adesso lavoro, mi trovo un affitto; e con la polizia che mi prende sulla strada e mi manda a casa cosa succede? È quello lì, il problema, che non ti dà una speranza”. &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; text-align: justify; text-indent: 28.4px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span"  style="font-size:small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(102, 255, 255);"&gt;Questo fino al dicembre 2006. Cosa è cambiato per i cittadini rumeni in Italia dopo l’ingresso della Romania nell’Unione europea? E che significati assumono le campagne stampa e i provvedimenti del governo degli ultimi mesi, che hanno come bersaglio principale proprio i rumeni?&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span"  style="font-size:small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(102, 255, 255);"&gt;Facciamo un passo indietro. Nel 2002 la “sanatoria” varata dal governo Berlusconi nell’ambito della Bossi-Fini regolarizzò quasi 150.000 rumeni (dei circa 700.000 stranieri “sanati”), precedentemente “irregolari” sul territorio italiano. Molti altri, tuttavia, pur lavorando da anni in Italia, non riuscirono a regolarizzarsi con quella sanatoria e rimasero “clandestini”. E, soprattutto, dal 2002 in poi tanti altri rumeni sono arrivati in Italia; questi – a parte quanti arrivavano per motivi di studio, di ricongiungimento familiare e quei pochi riusciti a entrare tramite i “decreti-flusso” – non avevano alcun appiglio legale per ottenere il “pezzo di carta” che garantisce, almeno in parte, diritti e libertà di circolazione.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span"  style="font-size:small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(102, 255, 255);"&gt;Fino al 2006, dunque, moltissimi cittadini rumeni hanno vissuto un’esperienza da “clandestini” in Italia. Per avere un’idea dei numeri: nel 2006 160.000 rumeni facevano domanda per accedere all’annuale decreto-flussi emanato dal governo (in totale, le domande furono circa 580.000, il numero di ingressi inizialmente previsto dal decreto era di 120.000, poi circa il 70% delle domande furono comunque accolte). Stando al decreto, essi avrebbero dovuto trovarsi in Romania, ma la grande maggioranza si trovava già in Italia da anni e cercava così di regolarizzare la propria posizione.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span"  style="font-size:small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(102, 255, 255);"&gt;A gennaio 2007 tutto questo sembra essere finito. La Romania entra nell’Unione europea. I cittadini rumeni sono comunitari. Nessuno più è “clandestino”. Nessuno rischia più il rimpatrio, anche chi non ha un permesso di soggiorno. Forse.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; min-height: 15px; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span"  style="font-size:small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(102, 255, 255);"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span"  style="font-size:small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(102, 255, 255);"&gt;Gli immigrati rumeni raccontano la propria esperienza migratoria come motivata esclusivamente dalla ricerca di lavoro e dalla volontà di guadagnare del denaro (oggi i salari in Romania non superano i 200 euro per un operaio e 300-350 per un insegnante): “sono venuto qui per lavorare e per garantire una vita dignitosa alla mia famiglia”. Il lavoro è considerato l’unica motivazione legittima della migrazione. In una città come Bologna, se le donne sono occupate per lo più come assistenti familiari o colf, la maggior parte degli uomini rumeni lavorano o hanno lavorato in edilizia. Un impiego nelle costruzioni è quasi sempre il primo passaggio obbligato per un immigrato rumeno a Bologna. All’interno del settore vi sono poi situazioni differenti: c’è chi arriva con una qualifica (carpentiere, elettricista, ecc.) e chi, per mancanza di professionalità, non può trovare un impiego se non come manovale non specializzato; c’è chi lavora in regola e chi – per scelta o per necessità – in nero; chi lavora in modo stabile per medie aziende o in grandi cantieri e chi invece è assunto per pochi giorni, giusto il tempo di un “ciappino”, ad esempio una piccola ristrutturazione di un appartamento. C’è chi continua dopo anni a lavorare come dipendente, chi diventa lavoratore autonomo, apre una partita Iva e diventa artigiano o anche “padroncino” (a questi accade in realtà di lavorare per il medesimo padrone, ma assumendosi in proprio i rischi di impresa); chi invece trova un’occupazione in altri settori, in piccole fabbriche, nei servizi, in cooperative. &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span"  style="font-size:small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(102, 255, 255);"&gt;Tra gli occupati in edilizia a Bologna, circa la metà sono stranieri, molti di essi rumeni. Molti di essi sono “irregolari”. Cosa comporta il lavoro irregolare in edilizia? Che differenze vi sono tra un lavoratore in regola e uno in nero, per di più straniero e “clandestino”? Nella quotidianità del lavoro, un irregolare ha solitamente meno “risorse”, meno forza contrattuale. Come in ogni posto di lavoro, nel cantiere edile vi è tra capo e dipendenti una continua e incessante negoziazione sui tempi, sui ritmi, sui carichi di lavoro che i dipendenti devono eseguire, sullo stesso orario giornaliero di lavoro. Questa negoziazione può essere fatta esplicitamente, “entro le cinque dovete costruire tre piani del ponteggio, altrimenti non andate a casa”, oppure implicitamente: i dipendenti cercano di controllare i propri ritmi di lavoro, di rallentarli finché non sono sotto lo sguardo del capo, di accelerarli in sua presenza (un ritmo di lavoro non alto è una delle condizioni principali di sicurezza in cantiere, che contribuisce a evitare incidenti) e così via. In queste continue negoziazioni, la risorsa più importante per un lavoratore straniero è il permesso di soggiorno: quando un imprenditore edile prende a lavorare un operaio “clandestino”, sa che potrà imporgli più facilmente ritmi di lavoro più alti, carichi più pesanti, orari di lavoro più lunghi, perché egli avrà maggiori difficoltà a trovare un altro impiego (a meno che non sia un operaio specializzato) e difficilmente denuncerà la propria situazione.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span"  style="font-size:small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(102, 255, 255);"&gt;Ritorna qui la parola “rischio”: il rischio del rimpatrio o del foglio di via, se fermati dalla polizia in un qualsiasi controllo per strada o sul posto di lavoro; il rischio del licenziamento, del mancato pagamento del salario. Molti edili rumeni “clandestini” definivano il capo “buono” o “tranquillo” soltanto perché pagava regolarmente il salario pattuito, il che mostrava quanto questa regolarità fosse un’eccezione. Per un clandestino è difficile denunciare gli abusi subiti sul lavoro. Egli è estremamente ricattabile, come spiegano altri interlocutori rumeni: “quando lavori in nero, non puoi fare neanche la denuncia. A me mi ha fregato una volta un sardo, sono andato a fare la denuncia e non si può fare la denuncia se non sei in regola. Ho fatto denuncia da un avvocato del sindacato. Eh, è rimasta là. È rimasta un pezzo di carta”. “Lavoravo da un imbianchino da tre anni, ma a un certo punto non mi ha pagato più. Mi ha dato assegni scoperti. Io avevo paura di chiamare la polizia, perché… siccome sono clandestino, tutto si può fare, a un clandestino”.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; text-align: justify; text-indent: 28.4px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span"  style="font-size:small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(102, 255, 255);"&gt;L’edilizia è uno dei settori trainanti dell’economia bolognese e continuerà ad esserlo nei prossimi anni, tra grandi opere (la variante di valico dell’autostrada Bologna-Firenze, la TAV), trasformazioni urbanistiche (il “people mover” sopraelevato tra stazione e aeroporto, il metro), ristrutturazioni di palazzi nel centro storico, riconversioni del patrimonio industriale dismesso, il comparto fieristico. Il settore, a Bologna come altrove, funziona con lunghe catene di appalti e subappalti (poco controllabili a causa dell’esiguo numero degli ispettori del lavoro), delle quali i lavoratori stranieri sono spesso l’ultimo e più debole anello. Come in altri settori economici in altre regioni italiane (ad esempio nelle raccolte di frutta e verdura nelle campagne del sud), nell’edilizia bolognese l’impiego di lavoratori immigrati irregolari comporta un abbassamento notevole dei costi del lavoro, a vantaggio sia dei datori, sia dei committenti pubblici e privati. Rumeni “clandestini” hanno lavorato al tribunale di Bologna, in Questura, in Comune, in caserme di polizia, supermercati, uffici, oltre che nella costruzione e ristrutturazione di edifici privati. Se gli immigrati “irregolari” venissero &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;i&gt;&lt;span class="Apple-style-span"  style="font-size:small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(102, 255, 255);"&gt;davvero&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span class="Apple-style-span"  style="font-size:small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(102, 255, 255);"&gt; tutti rimpatriati, i cantieri edili di Bologna si fermerebbero. &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; text-align: justify; text-indent: 28.4px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span"  style="font-size:small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(102, 255, 255);"&gt;Alle leggi nazionali che definiscono la “clandestinità” o meno di uno straniero, si aggiungono, a condizionare la vita di un immigrato, le pratiche amministrative locali. A Bologna negli ultimi anni l’“accoglienza” abitativa per gli immigrati è stata gestita – quando è stata gestita – soprattutto attraverso centri rigidamente “monoetnici”. Una quarantina di famiglie rom rumene “regolari” è stata “accolta” dal Comune nella struttura di Villa Salus nel febbraio 2005 (ma solo dopo una lunga occupazione di un ex-albergo per ferrovieri). Per diverse centinaia di “irregolari” l’unica abitazione possibile erano invece le baracche sul fiume Reno, in periferia (il paradosso è quello di lavoratori edili che non hanno casa per sé ma la costruiscono per altri), spesso sgomberate con le ruspe tra il 2002 e il 2006. Altre strutture per rumeni (container in periferia o in paesi limitrofi) sono state create a partire dall’inverno 2005-6 per motivi “umanitari” e hanno accolto anche “clandestini”. Queste strutture sono state pian piano svuotate e – cosa meritevole – il Comune ha reperito per queste famiglie appartamenti in affitto, accollandosi una cospicua parte delle spese per alcuni anni. Ma non si tratta di case popolari pubbliche, bensì di appartamenti privati, affittati agli esorbitanti prezzi del mercato immobiliare bolognese. Tanto che molte famiglie hanno dichiarato che, non appena l’aiuto del Comune verrà meno, lasceranno questi appartamenti perché non sono in grado, con stipendi da operai di cantiere o di fabbrica, di pagare l’affitto.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; min-height: 15px; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span"  style="font-size:small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(102, 255, 255);"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span"  style="font-size:small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(102, 255, 255);"&gt;Dal gennaio 2007, come dicevo, per molti rumeni le condizioni di lavoro e di vita sono cambiate in modo decisivo: un rumeno – a differenza dei suoi colleghi di lavoro maghrebini o albanesi, che sono rimasti extracomunitari e per i quali i meccanismi descritti continuano a operare – non rischia più l’espulsione in caso di controlli. In caso venga licenziato senza giusta causa o non gli venga corrisposto tutto o parte del salario, può denunciare più facilmente il proprio datore di lavoro. Certo, molti preferiscono continuare lavorare in nero, perché il salario “in mano” è più alto, perché non vogliono pagare i contributi; ma non sono più costretti a lavorare in nero per il fatto di non avere il permesso di soggiorno. E, in generale, la loro “forza contrattuale” (se non altro nel far rispettare l’orario di lavoro e il pagamento del salario) sembra aumentata.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span"  style="font-size:small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(102, 255, 255);"&gt;L’ingresso della Romania nell’Unione Europea, insomma, ha avuto effetti positivi: una maggiore libertà di circolazione e l’emersione di molte situazioni – rispetto a casa, lavoro, permesso di soggiorno – che in precedenza erano forzatamente di irregolarità. &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span"  style="font-size:small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(102, 255, 255);"&gt;In modo singolare, dall’autunno del 2007 è aumentato notevolmente il “fuoco”, da parte del mondo politico (sia durante gli ultimi mesi del governo Prodi, sia nei primi di quello Berlusconi) e mediatico, contro i cittadini rumeni. Alcuni fatti di cronaca – a partire dall’omicidio di Giovanna Reggiani a Roma da parte di Romulus Mailat – sono stati fortemente amplificati dai media e hanno portato ad alcuni atti legislativi che provano a limitare nuovamente la libertà di circolazione dei cittadini rumeni.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span"  style="font-size:small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(102, 255, 255);"&gt;A seguito dell’omicidio di Roma, il governo Prodi varò un decreto legge che introduceva norme relative all’allontanamento coattivo di cittadini comunitari. Il decreto era rivolto soprattutto, come ha dimostrato l’utilizzo fattone da alcuni prefetti, contro rom rumeni. Il decreto fece ritornare attuale, seppur per poche settimane e soltanto per gravi motivi di ordine pubblico, il rischio di allontanamento. Esso non fu poi convertito in legge dal Parlamento, anche perché era ormai scemata l’attenzione pubblica sulla faccenda. E il governo Prodi non è riuscito a – o non ha voluto – dare corpo a una legge sull’immigrazione che cancellasse la Bossi-Fini.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span"  style="font-size:small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(102, 255, 255);"&gt;Il nuovo governo ha invece subito mantenuto le promesse di una campagna elettorale segnata dal tema della sicurezza e da una profonda xenofobia. Nell’ambito del “pacchetto sicurezza”, ad esempio, un decreto legislativo sancisce che un cittadino comunitario per soggiornare sul territorio italiano deve dimostrare di disporre di “risorse economiche sufficienti, derivanti da attività dimostrabili come lecite”. Altri esempi sono il “censimento dei campi rom” e l’identificazione dei minori, prendendo loro le impronte digitali, provvedimenti che hanno suscitato a livello internazionale proteste nei confronti del governo italiano. Provvedimenti presi a seguito di “emergenze” create più o meno ad arte da media e politici a seguito di fatti di cronaca. Bisogna forse far notare che crimini di uguale gravità sono stati commessi da cittadini italiani nei confronti di rumeni e che l’attenzione dei media e della politica a questi episodi è stata incomparabilmente minore? Nel giugno 2008 un rumeno è stato ucciso a Verona dai propri datori di lavoro che volevano incassare l’assicurazione: i giornali l’hanno liquidato in poche righe e subito dimenticato.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span"  style="font-size:small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(102, 255, 255);"&gt;Da un anno a questa parte sembra che i rumeni, in particolare i cittadini rumeni di “etnia” rom (checché questo voglia dire, ma non è il tema di questo articolo), siano diventati il pericolo principale per la “sicurezza” dei cittadini italiani (proprio come accadde agli albanesi nei primi anni ’90). I provvedimenti adottati dal governo e il generale clima xenofobo hanno pesanti conseguenze sulla vita di centinaia di migliaia di rumeni – ma anche sugli altri stranieri – che vivono in Italia. &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span"  style="font-size:small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(102, 255, 255);"&gt;Stiamo assistendo a un paradosso: da un lato, l’ingresso della Romania nell’Unione Europea consente ai cittadini rumeni che vivono e lavorano in Italia migliori condizioni di lavoro e di vita, assegna loro maggiori diritti (quella che si potrebbe chiamare una “migliore integrazione”); dall’altro lato, provvedimenti legislativi e campagne mediatiche fanno di tutto per rendere di nuovo precaria la vita in Italia di questi cittadini, che diventano il bersaglio delle preoccupazioni di politica e “opinione pubblica”. Che nesso c’è tra questi due movimenti contraddittori? &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span"  style="font-size:small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(102, 255, 255);"&gt;Forse spaventa che un milione di immigrati – quella rumena è la nazionalità straniera che conta il maggior numero di presenze in Italia – siano di colpo diventati comunitari. Forse spaventa l’aumento del costo del loro lavoro, ora che i datori non possono più contare sulla loro “clandestinità” e sul ricatto del rimpatrio. Sicuramente è facile “incolpare” di qualsiasi delitto gli stranieri. Probabilmente, al di là di qualsiasi retorica dell’“integrazione”, il desiderio di molti italiani è che i rumeni – fino a ieri extracomunitari e irregolari – rimangano al “proprio posto” e vengano in Italia per fare l’unica cosa per cui uno straniero è ammesso: faticare, senza rivendicare diritti. &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/749849138119668421-3760535529609450346?l=collettivopianob.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://collettivopianob.blogspot.com/feeds/3760535529609450346/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=749849138119668421&amp;postID=3760535529609450346' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/749849138119668421/posts/default/3760535529609450346'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/749849138119668421/posts/default/3760535529609450346'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://collettivopianob.blogspot.com/2009/02/i-rumeni-ledilizia-la-sicurezza.html' title='I rumeni, l&apos;edilizia, la sicurezza....'/><author><name>luca</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01814981132804379683</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-749849138119668421.post-2631907338705882957</id><published>2009-02-13T10:10:00.006+01:00</published><updated>2009-02-13T10:36:34.081+01:00</updated><title type='text'>La città accogliente</title><content type='html'>&lt;div&gt;&lt;div&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style=" "&gt;&lt;span class="Apple-style-span"  style="font-size:small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style=""&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(204, 204, 255);"&gt;Luca Lambertini&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(204, 204, 255);"&gt;da "Lo Straniero", n.102-103&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(204, 204, 255);"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(204, 204, 255);"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(51, 51, 51); font-family: 'Trebuchet MS'; font-size: 13px; "&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; text-align: justify; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(204, 204, 255);"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;Così recitava uno degli slogan della campagna elettorale che nel 2004 incoronò Sergio Cofferati sindaco della città. Diffusa fu allora la sensazione che il modello bolognese, la cui crisi era stata palesata nel 1999 dall'elezione di Giorgio Guazzaloca, fosse alle soglie di una rigenerazione, di uno svecchiamento e di un processo di modernizzazione che l'avrebbe rilanciata. Così non è stato, anzi molte delle questioni aperte e critiche si sono acuite. Ma di tutto questo non si ha grande percezione nel resto d'Italia.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; text-align: justify; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(204, 204, 255);"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;Sulla Bologna circolano un certo numero di luoghi comuni, alcuni dei quali iniziano a sfatarsi da sé, altri invece perdureranno a lungo, continuando a imprimere nell'immaginario nazionale un'idea della città ben diversa dalle dinamiche che la governano e ne determinano gli sviluppi. Anche senza pretese di analisi compiute e corpose è possibile cercare di osservare in controluce alcuni fenomeni di lungo periodo per capire che il modello bolognese vive ormai di rendita da diverso tempo e che il “periodo d'oro” (se mai c'è stato) del buongoverno locale sembra oggi molto, molto lontano.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; min-height: 15px; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(204, 204, 255);"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; text-align: justify; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;b&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(204, 204, 255);"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;La città delle politiche sociali all'avanguardia e dei servizi diffusi&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/b&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(204, 204, 255);"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;. A sfatare questo luogo comune ci ha pensato ormai qualche anno fa, più o meno all'inizio del 2005, lo stesso Cofferati quando, nella sorpresa generale, avviò una feroce campagna contro le fasce più deboli ed emarginate della città, dando il via agli sgomberi (ancora oggi in corso) delle baraccopoli in cui trovava rifugio la recente immigrazione dalla Romania. Gli abitanti più poveri e sfruttati (per lo più braccia a buon mercato per l'espansione edilizia della città e del suo benestante hinterland) non erano più cittadini bolognesi, nemmeno italiani, nemmeno comunitari. I servizi ormai scontati per i cittadini felsinei (gli asili, i presidi socio-sanitari diffusi sul territorio, il tempo pieno, e tanti altri fiori all'occhiello locali) non erano estendibili all'infinito, da diritto per tutti erano piano piano diventati privilegi da difendere. Così la risposta alle nuove emergenze sociali sdoganava a sinistra la “questione sicurezza” e le soluzioni leghiste: pugno duro e inflessibile, nessuna mediazione o ammortizzazione. Nei primi sgomberi Cofferati avocò a sé la guida delle operazioni sul campo, in quanto detentore della “delega alla Sicurezza”, e impedì deliberatamente l'intervento dei Servizi Sociali o di qualsiasi altro attore che non appartenesse alle forze dell'ordine. Il tutto accolto da un consenso diffuso dei cittadini bolognesi. Secondo un recente studio del Sole 24 Ore quella di Bologna è la seconda provincia italiana per reddito medio pro capite: i bolognesi stanno bene, sono benestanti e vogliosi di restarlo. Le insidie e le minacce esterne è giusto che vengano tenute lontane da chi è deputato ad amministrare il bene pubblico.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(204, 204, 255);"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;Però per carità, non si dica che queste politiche sono assimilabili a quelle della destra o della Lega Nord, che ormai non siamo tanto diversi e che il brodo culturale che le produce e le sostiene è alquanto simile. Lo specifico di una città che, salvo la parentesi Guazzaloca, è stata governata fin dal dopoguerra dalla sinistra emerse nel periodo successivo. Nei mesi seguenti entrò infatti in scena il carrozzone del Terzo Settore locale, e i rumeni sgomberati diventarono un succulento boccone, in termini di visibilità e riconoscimento per associazioni, cooperative sociali, operatori, ricercatori, artisti socialmente impegnati, documentaristi e così via. Attorno ai rumeni ci fu insomma un gran fermento, addirittura presero vita nuove “cordate” protagoniste di una parziale ridefinizione dei rapporti di forza nel privato sociale cittadino.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(204, 204, 255);"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;Bologna si rassicurò di essere quella di sempre, accogliente, progressista, capace di politiche di integrazione e accoglienza egualmente redistribuite. Il tutto si risolse con numerosi interventi improvvisati e inefficaci (uno dei pochi che ha avuto ricadute reali è stato quello del supporto nell'inserimento abitativo per un certo numero di famiglie) e molti soldi pubblici spesi male. In molti però misero almeno una mano nella nuova manna del welfare locale: i rumeni provenienti dalle baracche. Per coronare il tutto, ad aprile di quest'anno, è stato anche organizzato organizzato un “Festival delle Fragilità Metropolitane”, con tanto di happening, aperitivi e feste serali, in cui la sezione principe aveva per titolo “Rom e nomadi come sfide per la città” e in cui, tra le tante pubblicazioni patinate, si potevano trovare titoli come “ROManzi: quando il Reno tornò ad essere un fiume”.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(204, 204, 255);"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;Il corto circuito tra politiche agite (sgomberi, pochi interventi, molti soldi spesi male per rinforzare nuove alleanze tra i soggetti emergenti del privato sociale cittadino), questioni accantonate (il lavoro nero, la situazione nei cantieri) e l'immagine, l'immateriale, il marketing ha trovato nella vicenda dei rumeni sgomberati uno dei suoi apici. Ma si tratta di caratteristiche diffuse nelle politiche sociali bolognesi.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; text-align: justify; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; min-height: 15px; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(204, 204, 255);"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(204, 204, 255);"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;Anche qui il Welfare cittadino e i servizi sono ormai diventati un pezzo importante dell'economia locale: ormai interamente esternalizzato a cooperative sociali e alcune grosse associazioni, il sociale offre un ripiego per migliaia di disoccupati sfornati ogni anno dall'Alma Mater Studiorum (le cosiddette “lauree deboli”) o un naturale sbocco per gli studenti di scienze della formazione.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(204, 204, 255);"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;Le cooperative sociali sono ormai una fonte importante di posti di lavoro - circa 8.000 posti di lavoro, per un fatturato annuo che supera i 200 milioni di euro - dotate di strutture sempre più aziendali e ormai senza scrupoli nel contenere i costi tramite l'utilizzo di contratti atipici e flessibili all'inverosimile. Ed è a questi soggetti che negli ultimi anni sono stati appaltati quasi tutti i settori delle politiche sociali: politiche giovanili e adolescenziali, supporto scolastico, handicap, nuove povertà, immigrazione, asili, anziani, ecc. &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(204, 204, 255);"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;Ormai la maggior parte delle cooperative sociali – non tutte, per fortuna - sopravvivono grazie alle sovvenzioni dell'ente pubblico che dà loro in appalto i servizi che intende esternalizzare (abbattendo i costi), producendo nel corso degli anni meccanismi distorsivi notevoli. &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; text-align: justify; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(204, 204, 255);"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;Intanto per garantirsi le pubbliche commesse essenziali per la sopravvivenza si è creato un sistema di referenti politici “sponsor” delle cooperative e un meccanismo di “lottizzazione” degli interventi in modo che in sede di bandi di gara non si crei concorrenza e ogni coop abbia la sua fetta di servizi garantiti. A questo si aggiunge la dipendenza, l'impossibile autonomia, del lavoro sociale rispetto alla volontà politica: essendo i finanziamenti pubblici vitali&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;b&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(204, 204, 255);"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;, &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/b&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(204, 204, 255);"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;diventa essenziale “compiacere”, sicuramente non contraddire o mettere in discussione, il committente. Bastano questi pochi elementi per capire come una delle conseguenze più marcate del sociale bolognese è una esasperata attenzione al “target” di riferimento, senza considerare il contesto, l'ambiente entro il quale si opera (sia esso una scuola, un quartiere o un piccolo paese di provincia). Attenersi rigidamente e burocraticamente al proprio ruolo di terapia e contenimento, senza nessun altro grillo per la testa. Il tutto ovviamente supportato da fior di formatori, docenti, ricercatori, corsi di laurea, pronti a erogare una formazione esasperatamente tecnicistica e specialistica che esclude dall'orizzonte di chi si forma per lavorare con le fasce più deboli della popolazione qualsiasi idealità e aspirazione politica.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(204, 204, 255);"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;La campagna di comunicazione che qualche tempo fa le cooperative sociali associate a Legacoop hanno lanciato è esemplare. In primo piano le foto dei “soggetti svantaggiati”, la cosiddetta “utenza”, con scritto sulla fronte (letteralmente) l'infinito di un verbo, la ricetta da applicare a quelli come lui: un ragazzo africano con scritto “accogliere”, una ragazzina down con stampato in fronte “educare”, “includere” per il senza fissa dimora, “assistere” per l'anziano, e così via...&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(204, 204, 255);"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;Il sociale non è certo il ramo più importante nel panorama del potente sistema cooperativo cittadino, basti pensare alle cooperative costruttrici, a quelle assicurative o alla grande distribuzione. Le cooperative sociali cittadine hanno però un loro peso crescente, tanto che alle ultime elezioni una&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;b&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(204, 204, 255);"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt; &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/b&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(204, 204, 255);"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;loro rappresentante è stata eletta in parlamento nelle fila del PD, e un'altra in lista ha mancato l'elezione per poco. Nonostante questo sono colpite abbastanza duramente dai tagli al sociale e dal conseguente assottigliarsi delle entrate derivate dalle commesse pubbliche. Inoltre la ridefinizione in corso delle strutture deputate a gestire le politiche sociali cittadine ha aperto un braccio di ferro tra le coop sociali e nuovi soggetti interessati all'importante mercato che ormai sono i servizi dati in appalto.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(204, 204, 255);"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;A fronte di un lavoro sociale sempre più privo di senso (uno dei dati che fanno impressione è il numero di operatori anche bravi e motivati che dopo pochissimi anni di lavoro vanno in &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;i&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(204, 204, 255);"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;burnout&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(204, 204, 255);"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;, entrano in crisi e non riescono più a trovare un senso in quello che fanno) aumentano a dismisura le offerte formative che, da un lato, rafforzano la visione tecnicista e rigidamente settoriale del lavoro sociale mentre dall'altro tentano di offrire facili consolazioni post-moderne (c'è la globalizzazione, è tutto diventato più difficile, non solo voi, nessuno ci capisce più niente!) alla sempre più marcata perdita di senso.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; text-align: justify; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(204, 204, 255);"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;Così, mentre il lavoro sociale “sul campo”, cioè i servizi, è sempre più vittima della scarsità di risorse economiche e, ben più grave, di slanci ideali e progettuali, l'economia immateriale legata al sociale è in pieno boom: master, corsi di laurea e di formazione, nuove figure professionali, ricerche e studi, centri di osservazione e di documentazione, convegni e seminari, tavoli sul disagio, e chi più ne ha, più ne metta.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; min-height: 15px; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(204, 204, 255);"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(204, 204, 255);"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;La tradizione bolognese dei servizi numerosi e diffusi sul territorio ha poi lasciato un'altra eredità, un'altra peculiarità nel sociale bolognese. Se in effetti una tradizione di diffuse pratiche di solidarietà sociale si sono avute, tutto questo è quasi sempre avvenuto nell'alveo istituzionale o partitico, grazie anche al lavoro di alcuni politici, tecnici e tecnocrati particolarmente illuminati.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(204, 204, 255);"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;Oggi di questi amministratori illuminati non c'è più traccia – basta confrontarsi con gli ideatori e gli attuatori dell'ultima riforma dei servizi sociali per rendersene immediatamente conto - e dell'alveo istituzionale e partitico sono rimasti solo gli aspetti più deleteri: cooptazione e controllo sono estremamente diffusi e sono ormai le uniche modalità, peraltro ampiamente e pacificamente accettate, di relazionarsi con le istituzioni. &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; text-align: justify; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(204, 204, 255);"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;Non esistono nella nostra città sperimentazioni di intervento sociale dal basso, spontanee e realmente autonome (che non vuol dire per forza illegali, ma vuol dire indipendenti). Con ben poche eccezioni – tra cui i ragazzi dello Scalo Migranti che hanno lavorato per anni quotidianamente con i rumeni quando ancora erano nemici pubblici per tutti (e, guarda caso, tra i pochi a non aver festeggiato al banchetto degli interventi istituzionali seguiti ai primi sgomberi) - mancano da tempo sperimentazioni di lavoro autonomo, quotidiano, pratico e paritario con le fasce marginali della popolazione. Mancano quindi spazi autonomi di sperimentazione di idealità e pratiche dal basso e autogestite, di lavoro territoriale e di quartiere, luoghi di intervento sociale che sappiano anche riflettere criticamente sull'esistente, senza farsi anestetizzare dal “target”, la “mission”, la “certificazioni di qualità”, dall'esasperazione del sociale come professione. Con conseguenze gravi: non ci sono luoghi di formazione in città per ragazzi critici e curiosi di sperimentarsi in esperienze se non l'Università (che sul tecnicismo e sulla professionalizzazione è sempre più schiacciata) e cooperative sociali o gli altri soggetti che hanno in appalto il sociale, ormai dominate da logiche politiche e spartitorie e grondanti burocratismi e sofismi che depotenziano il lavoro sociale e lo appiattiscono sempre più sul contenimento e il controllo delle potenziali emergenze e criticità.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; text-align: justify; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(204, 204, 255);"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;Questo meccanismo di delega istituzionale è talmente diffuso e radicato che sempre più spesso ci si imbatte in un curioso paradosso: chi pratica forme di militanza politica più o meno radicali o alternative in quel che resta dei movimenti e dei centri sociali, spesso lavora nel sociale, ma tiene rigorosamente separate le due sfere: il lavoro sociale come professione (spesso muovendosi senza scrupoli e operando sul campo in modo autoritario e burocratico) e l'impegno politico come spazio di militanza e di protesta tanto radicale quanto asettico e incontaminato dalle ingiustizie sociali e dalle crescenti fasce emarginate e sfruttate della popolazione che vive intorno a loro. Tanto per quello ci sono i servizi, no?&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; min-height: 15px; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(204, 204, 255);"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font: normal normal normal 12px/normal 'Times New Roman'; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(204, 204, 255);"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;Il modello bolognese dicevamo: welfare e servizi diffusi sul territorio (negli anni '60 ebbe luogo qui il primo esperimento di decentramento amministrativo e dei servizi in ottica territoriale per superare, appunto, gli sterili steccati delle vecchie politiche assistenziali), benessere non solo materiale ma anche sociale, questa l'immagine del modello di città progressista e socialdemocratica. Restando al piano immateriale dell'immagine, del marketing e della “comunicazione sociale” sembra che nulla sia cambiato, ma basta grattare un po' la superficie patinata per vedere crepe sempre più ampie nelle politiche agite nei confronti delle fasce deboli della popolazione. E con sempre minori spazi di riflessione critica e di elaborazione e di sperimentazione di possibili alternative. Tanto ci sono i servizi, no?&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/749849138119668421-2631907338705882957?l=collettivopianob.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://collettivopianob.blogspot.com/feeds/2631907338705882957/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=749849138119668421&amp;postID=2631907338705882957' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/749849138119668421/posts/default/2631907338705882957'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/749849138119668421/posts/default/2631907338705882957'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://collettivopianob.blogspot.com/2009/02/inserto-le-100-citta-presentazione.html' title='La città accogliente'/><author><name>luca</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01814981132804379683</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-749849138119668421.post-657812865978812562</id><published>2009-01-08T17:03:00.004+01:00</published><updated>2009-01-08T17:14:57.972+01:00</updated><title type='text'></title><content type='html'>&lt;div&gt;Pubblichiamo il bellissimo volantino della presentazione de Lo Straniero.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;venerdì 16 gennaio, ore 21, ModoInfoshop, via Mascarella 24/b&lt;/div&gt;&lt;div&gt;1000 ringraziamenti ad Andrea Bruno per questo bel lavoro&lt;/div&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/_tshcREuT_5Y/SWYlLLjj9yI/AAAAAAAAAAc/MN2K3Hr_kgI/s1600-h/16gennaio.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 232px; height: 320px;" src="http://4.bp.blogspot.com/_tshcREuT_5Y/SWYlLLjj9yI/AAAAAAAAAAc/MN2K3Hr_kgI/s320/16gennaio.jpg" border="0" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5288955686403962658" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/749849138119668421-657812865978812562?l=collettivopianob.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://collettivopianob.blogspot.com/feeds/657812865978812562/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=749849138119668421&amp;postID=657812865978812562' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/749849138119668421/posts/default/657812865978812562'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/749849138119668421/posts/default/657812865978812562'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://collettivopianob.blogspot.com/2009/01/pubblichiamo-il-bellissimo-volantino.html' title=''/><author><name>luca</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01814981132804379683</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_tshcREuT_5Y/SWYlLLjj9yI/AAAAAAAAAAc/MN2K3Hr_kgI/s72-c/16gennaio.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-749849138119668421.post-6533166015942083809</id><published>2009-01-03T00:29:00.003+01:00</published><updated>2009-01-03T00:41:03.706+01:00</updated><title type='text'>ECCO BOLOGNA</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/_tshcREuT_5Y/SV6l9JGciqI/AAAAAAAAAAU/xKHBneV4eP0/s1600-h/copertina-102-103.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 200px; height: 267px;" src="http://1.bp.blogspot.com/_tshcREuT_5Y/SV6l9JGciqI/AAAAAAAAAAU/xKHBneV4eP0/s320/copertina-102-103.jpg" border="0" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5286845482413099682" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Sul numero 102/103 de Lo Straniero è uscito un corposo inserto su Bologna, curato da PianoB. &lt;div&gt;Il numero sarà presentato alla libreria Modo Infoshop la sera di venerdì 16 gennaio.&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/749849138119668421-6533166015942083809?l=collettivopianob.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://collettivopianob.blogspot.com/feeds/6533166015942083809/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=749849138119668421&amp;postID=6533166015942083809' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/749849138119668421/posts/default/6533166015942083809'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/749849138119668421/posts/default/6533166015942083809'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://collettivopianob.blogspot.com/2009/01/ecco-bologna.html' title='ECCO BOLOGNA'/><author><name>luca</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01814981132804379683</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_tshcREuT_5Y/SV6l9JGciqI/AAAAAAAAAAU/xKHBneV4eP0/s72-c/copertina-102-103.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-749849138119668421.post-3043870820700439151</id><published>2008-05-09T13:40:00.002+02:00</published><updated>2008-05-09T13:44:34.711+02:00</updated><title type='text'>Le immagini sono pietre. Contributo a una storia d'Italia</title><content type='html'>Nell’ambito della rassegna di documentari storici ed etnografici "Le immagini sono pietre. Contributo a una storia d’Italia" (seconda edizione) organizzata dalla Scuola Popolare di Musica Ivan Illich in collaborazione con Exzema Pruriti Creativi e Ignoti alla Città (9-11 maggio 2008), segnaliamo:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Domenica 11 maggio 2008, h. 20&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Casaralta&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;di Piano b, regia di Pietro Bellorini (15 minuti, 2007)&lt;br /&gt;Il lavoro, le lotte, l’amianto, la dismissione: una storica fabbrica bolognese raccontata da diverse generazioni di operai.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Porto Marghera: gli ultimi fuochi&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;di Manuela Pellarin (52 minuti, 2004)&lt;br /&gt;Il passato: lavoro, lotte, drammi, speranze. Il presente: il maxi processo, le manifestazioni a difesa dei posti di lavoro al Petrolchimico, i danni ambientali. La contraddittoria e ricca realtà del Petrolchimico.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Interverranno Devi Sacchetto (Università di Padova), Manuela Pellarin, Piano b&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A seguire: Hard Coro de’ Marchi&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il programma dell’intera rassegna su &lt;a href="http://www.spmii.it/"&gt;http://www.spmii.it/&lt;/a&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/749849138119668421-3043870820700439151?l=collettivopianob.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://collettivopianob.blogspot.com/feeds/3043870820700439151/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=749849138119668421&amp;postID=3043870820700439151' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/749849138119668421/posts/default/3043870820700439151'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/749849138119668421/posts/default/3043870820700439151'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://collettivopianob.blogspot.com/2008/05/le-immagini-sono-pietre-contributo-una.html' title='Le immagini sono pietre. Contributo a una storia d&apos;Italia'/><author><name>Mimmo</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14149979785581372002</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-749849138119668421.post-4167252546994274000</id><published>2008-04-18T21:00:00.001+02:00</published><updated>2008-04-18T21:04:24.937+02:00</updated><title type='text'>Come sta cambiando Bologna</title><content type='html'>&lt;strong&gt;Piano b - &lt;/strong&gt;&lt;a href="http://www.lostraniero.net/"&gt;&lt;strong&gt;Lo straniero&lt;/strong&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;, anno XI, numero 90\91, dicembre 2007-gennaio 2008, pp. 43-48&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;“Gli acrobati volanti (quelli delle Olimpiadi di Torino) scendono dal soffitto con indosso le tute blu, mentre la musica rievoca i rumori delle macchine di un tempo [...]. Gli acrobati hanno replicato lo spettacolo quattro volte perché la gente col naso all'insù è stata una folla per l'intero arco della giornata.” Così un quotidiano locale descriveva la giornata del 26 marzo 2006, giornata della “Riapertura delle Officine Minganti”, il primo, e finora unico, grande insediamento industriale dismesso della Bolognina ad aver subìto un processo di riconversione: da fabbrica a centro commerciale. Queste poche righe restituiscono la portata del cambiamento che ha interessato l'edificio, la sua destinazione, l'immaginario a cui è legato e, inevitabilmente, le ricadute che questo processo ha sul territorio circostante.&lt;br /&gt;Oggi le Officine Minganti sono un centro commerciale distribuito su tre piani balconati che si affacciano su una piazza coperta, creando l'ambiente di una galleria commerciale. I pannelli informativi ci dicono che al piano terra, “la piazza dello shopping”, si trovano un supermercato Coop, un negozio Unieuro, boutiques, gioiellerie, mentre al primo piano, “cibo per la mente”, ci sono la libreria Coop, un Apple Center e la vasta area ristorazione. Il secondo e ultimo piano, “Cura del Corpo”, è invece interamente occupato da una palestra, un Fitness Center della Virgin. Ampi spazi di un edificio secondario del centro commerciale sono adibiti a uffici e ospitano la sede di un importante gruppo bancario.&lt;br /&gt;Siamo alla Bolognina, una delle storiche roccaforti operaie della città, il quartiere legato allo scioglimento del PCI annunciato qui da Occhetto nel 1989. Le Officine Minganti si trovano qui dal 1919, in posizione intermedia tra la stazione e il quartiere fieristico. La fabbrica produceva macchine utensili di precisione (come torni, frese o trapani) e divenne nel secondo dopoguerra una delle realtà produttive di punta del panorama cittadino. Qui si producevano  macchinari destinati all'industria aerospaziale sovietica, come ricordano ancora oggi con orgoglio alcuni operai che vi lavoravano negli anni Cinquanta e Sessanta. Quel luogo, assieme ad altri stabilimenti industriali della città, rappresentava quindi negli anni del boom, un simbolo del progresso economico e sociale: “uno che lavorava alle Minganti era come se andasse all'università” ricorda un ex-operaio.&lt;br /&gt;L’edificio, così come lo vediamo ancora oggi, venne ricostruito nel dopoguerra con particolare attenzione, investendo ingenti risorse economiche, tanto da farne uno dei migliori esempi nazionali di architettura industriale. Dopo la chiusura dell'impianto è rimasto vuoto, abbandonato per alcuni anni, fino a che non è stato acquistato da un consorzio formato da due note aziende costruttrici bolognesi (Cogei e Coop Costruzioni). Al progetto di conversione e alla sua realizzazione – ad opera delle stesse imprese consorziate, Cogei e Coop Costruzioni – è poi seguita una strategia di lancio pubblicitario per buona parte giocata sulla storia dell'edificio, su quel che era stato e su quello che è diventato. Lasciando inalterato il nome, aggiungendo però una coda sulla nuova destinazione, “Officine Minganti, una fabbrica d’incanti”, la rievocazione di un simbolo della passata identità industriale della città e del quartiere viene ridotta a uno slogan per la desiderabilità delle merci e dei servizi offerti. L’intero centro commerciale è disseminato di tracce del passato industriale trasformate in raffinati oggetti d'arredo: come i vecchi torni e le frese esposte in teche o i carri ponte ancora sospesi vicino al tetto e ben visibili dalle scale mobili.&lt;br /&gt;La riproposizione dell’immaginario della fabbrica - ovviamente ripulito da tutto quel che riguarda gli aspetti più socialmente indesiderabili del lavoro in officina e dalla conflittualità sociale e politica che ha attraversato questo luogo per decenni - assume un aspetto estetico evocativo per esaltare il presente e le sue meraviglie. Nella sezione “chi siamo” del sito delle Officine Minganti si trovano solamente poche, significative righe di presentazione: “Apritevi al futuro con un nuovo modo di intendere lo shopping in una struttura che unisce l'innovazione con il richiamo al passato. Un Centro Commerciale di nuova concezione dove la persona è al centro dell'interesse. Tutto questo a due passi dal Centro Storico”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il quartiere Bolognina è cresciuto intorno ai numerosi stabilimenti industriali che qui trovarono sede a partire dagli anni Venti del secolo scorso. Oggi quasi tutte le aree industriali sono dismesse, il quartiere è disseminato di capannoni abbandonati e vaste aree vuote sono divenute riparo provvisorio per stranieri senza fissa dimora, piccola criminalità, tossicodipendenti in cerca di un posto dove “bucarsi”. La chiusura delle fabbriche ha determinato un abbandono della zona ed un suo lento degrado, con conseguente abbassamento dei costi delle case. Oggi alla Bolognina risiede il maggior numero di stranieri di tutta la città: vi sono concentrati praticamente tutti i cinesi residenti a Bologna (che hanno rilevato buona parte delle attività commerciali anch'esse abbandonate dopo la chiusura degli impianti industriali), una nutrita comunità maghrebina ed una eritrea. Numerosi sono anche gli anziani, buona parte dei quali ex operai che ancora vivono nel quartiere e lo hanno visto mutare radicalmente, faticando oggi a riconoscerlo e comprenderlo. Queste caratteristiche fanno della Bolognina un quartiere popolare, ma i grandi spazi vuoti disponibili a pochi passi dal centro storico e in posizione strategica tra la stazione e il quartiere fieristico fanno della zona un appetibile boccone per operazioni immobiliari. Qui infatti avranno sede nuovi importanti edifici dirigenziali, sulla vicina via Stalingrado sorgerà l'imponente “Porta d'Europa”, prestigiosa sede di uffici che lascia intravedere la proiezione internazionale che la città ambisce ad avere; la stazione ferroviaria, con l'arrivo dell'alta velocità, sarà ampliata e completamente ridisegnata e sarà collegata all'aeroporto da un treno sospeso (il people mover) e al resto della città dalla rete metropolitana; l'intera area che si estende tra la Bolognina e l'aeroporto sarà edificata, ospitando un business center e una nuova sede universitaria. Tra tutte queste opere vaste saranno le realizzazioni di edilizia residenziale, realizzazioni di pregio, dai costi elevati e destinate ad acquirenti con buone disponibilità economiche o in grado di accollarsi esuberanti mutui decennali.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il centro commerciale “Officine Minganti” è aperto da più di un anno, ma fino ad ora non sembra aver avuto un grande successo: poche sono le persone che decidono di trascorrevi il sabato o la domenica pomeriggio, l'ambiente è spesso un po' desolante e deserto, tranne all'ora di pranzo e a quella dell'aperitivo, quando centinaia di impiegati si riversano dagli uffici del gruppo bancario nei locali di ristorazione. L'unico negozio che gode di una buona affluenza è il supermercato Coop. Non è difficile intuire il perchè: le boutiques e i negozi di griffes trovano poco riscontro tra la popolazione del quartiere, che gode di una disponibilità economica piuttosto limitata. Inoltre i grandi commercianti della zona, i cinesi, sono stati deliberatamente esclusi dall'assegnazione delle attività commerciali, nonostante in molti fossero interessati all'affitto dei negozi interni. Un centro commerciale come questo ambisce ad intercettare un target, che goda di una buona capacità di spesa, che nella pausa pranzo voglia avere a disposizione un bar alla moda, che acquisti computer Macintosh, che spenda tutti i mesi cifre consistenti per frequentare palestre e saune. E un target simile ora alla Bolognina non esiste.&lt;br /&gt;Al Mapic 2005 di Cannes, importante fiera dedicata al mondo immobiliare, il progetto per la riconversione delle Officine Minganti ha vinto il premio riservato ai nuovi insediamenti commerciali, con la motivazione di offrire “un importante contributo alla riqualificazione e rivitalizzazione dei centri urbani, dimostrando la sostenibilità dello sviluppo, il rispetto del tessuto circostante e la flessibilità sufficiente a rispondere nel tempo al cambiamento degli schemi della domanda”. A questo punto è possibile capire quale idea di “riqualificazione” si intravede dietro l'operazione Minganti: il centro commerciale sembra essere una delle “teste di ponte” del processo di “gentrification” che interesserà un'area importante e ampia della città nei prossimi anni.&lt;br /&gt; Il centro commerciale non trova ora una significativa collocazione nel territorio, sembra in attesa della Bolognina che verrà, facendo però tabula rasa di quello che è e rielaborando in funzione del consumo (di merci e di territorio) quello che è stata.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Solo cercando di allargare lo sguardo a processi più ampi si può uscire dalla trappola di un dibattito pubblico da tempo appiattito sul “pro o contro” Cofferati, una dicotomia che impedisce di capire in che direzione la città sta cambiando e quali sono gli attori in gioco.&lt;br /&gt;Le trasformazioni urbanistiche in atto permettono di intravedere alcuni processi. Innanzitutto le trasformazioni del tessuto urbano (di cui la Bolognina è solo l'esempio più significativo, ma non certo l'unico) lasciano intravedere una schiera di attori sociali ed economici assenti dal dibattito pubblico ma che avranno una forte voce in capitolo sul futuro della città: gruppi immobiliari vecchi e nuovi (alcuni dei quali apparsi sulla scena cittadina per la prima volta), importanti gruppi bancari e le rispettive fondazioni (alcune delle quali proprietari di vaste aree che saranno interessate da importanti realizzazioni), imprenditori interessati a disfarsi di attività produttive in cambio di succulenti investimenti immobiliari. Non a caso Bologna è risultata terza, dietro a Milano e Roma, nella ricerca condotta quest'anno da Nomisma sulla competitività dei mercati immobiliari, mostrando un trend positivo rispetto agli scorsi anni e superando città come Firenze, Padova o Verona.&lt;br /&gt;In questo nuovo scenario qual'è il ruolo della giunta Cofferati? Dall’introduzione alla ricerca di Nomisma leggiamo: “In un contesto sempre più competitivo le città entrano in concorrenza fra loro nell’attrarre persone, attività e risorse finanziarie. Ogni città si caratterizza per “capacità di attrazione” che deriva dal sapiente sfruttamento dei punti di forza di ciascuna realtà al fine di poter offrire un ambiente favorevole per investitori o utilizzatori. Le città che meglio di altre riescono a interpretare i bisogni e le esigenze dei diversi mercati risultano di conseguenza più attraenti per chi è alla ricerca di luoghi dove ubicare i propri investimenti immobiliari o dove insediarsi”. Bologna ha quindi dimostrato determinazione nel perseguire questi obiettivi, tanto da eccellere rispetto alle altre città italiane. Un ruolo importante ha certamente avuto l'amministrazione comunale (compresa quella guidata Guazzaloca): la determinazione dimostrata nel potenziare la dotazione infrastrutturale della città (metropolitana, people mover, alta velocità) e l'importanza di alcune operazioni immobiliari fortemente incentivate dal Comune (lo studio di Nomisma cita l'edificazione del comparto Lazzaretto-Bertalia, il potenziamento della Fiera e la riqualificazione dell'ex mercato ortofrutticolo) hanno rappresentato importanti fattori di potenziamento del mercato immobiliare e di crescita e sviluppo della città.&lt;br /&gt;Se da un lato l'amministrazione Cofferati si è posta fin da subito in continuità con questa linea di potenziamento e rivalutazione immobiliare e commerciale della città, rivendicando il progetto di ridisegnare Bologna e il suo ruolo economico e sociale su scala nazionale ed internazionale, dall'altro - e qui sta la novità, la presunta linea di rottura con le precedenti amministrazioni – ha messo in campo iniziative per cercare di rendere più aperti e partecipati questi macroprocessi: questo tentativo è affidato a laboratori di urbanistica partecipata creati ad hoc con l'obiettivo di coinvolgere, almeno in parte, la popolazione residente nelle decisioni da prendere sulle aree in cui si interverrà. Il primo esperimento (il laboratorio dell'area dell'ex mercato ortofrutticolo) è riuscito, almeno in parte, in questo intento, grazie soprattutto ad una rete di associazioni e di realtà sociali presenti sul territorio che ha partecipato attivamente ed ha ottenuto importanti risultati. Ma in buona parte della città non esiste un tessuto sociale così attivo e i primi segnali che si intravedono lasciano chiaramente capire che gli abitanti della Bolognina (ma anche di altri quartieri) chiedono un intervento pur che sia, l'importante è che i fenomeni da cui si sentono “assediati” (i cittadini stranieri, il degrado urbano, il disagio giovanile) vengano allontanati il più possibile.. Non importa se da un nuovo complesso residenziale o da un centro commerciale: l'importante è riempire il vuoto urbano e sociale delle fabbriche. Non a caso da tutti i progetti di urbanistica partecipata sono stati finora esclusi gli stranieri, che pure rappresentano una fetta importante della popolazione residente nelle aree interessate.&lt;br /&gt;L'impressione è che la riqualificazione urbana, intesa come processo di riqualificazione economica e commerciale e come fenomeno di “gentrification”, di difesa, sia un orizzonte culturale più o meno condiviso da tutti gli attori in gioco: dai pubblici poteri (interessati a difendere il bene primario della sicurezza e ad accrescere il ruolo economico della città durante la loro amministrazione), dagli immobiliaristi (che ricavano lauti profitti da realizzazioni commerciali di prestigio e da comparti residenziali di alta qualità) e dai cittadini bolognesi, determinati a difendere il loro buon tenore di vita e spaesati da contesti urbani nei quali non si riconoscono più e dei quali hanno paura.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/749849138119668421-4167252546994274000?l=collettivopianob.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://collettivopianob.blogspot.com/feeds/4167252546994274000/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=749849138119668421&amp;postID=4167252546994274000' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/749849138119668421/posts/default/4167252546994274000'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/749849138119668421/posts/default/4167252546994274000'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://collettivopianob.blogspot.com/2008/04/come-sta-cambiando-bologna.html' title='Come sta cambiando Bologna'/><author><name>Mimmo</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14149979785581372002</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-749849138119668421.post-8984900904577385501</id><published>2008-04-08T10:54:00.006+02:00</published><updated>2008-04-08T17:38:25.432+02:00</updated><title type='text'>Morire di lavoro - I corpi e la fabbrica</title><content type='html'>&lt;strong&gt;&lt;em&gt;La vicenda dell’amianto nella Casaralta, fabbrica bolognese di carrozze ferroviarie.&lt;br /&gt;&lt;/em&gt;di Piano b&lt;br /&gt;In &lt;em&gt;&lt;a href="http://www.mobydickeditore.it/rivista.html"&gt;Tratti. Fogli di letteratura e grafica da una provincia dell’impero&lt;/a&gt;&lt;/em&gt;. N. 77, primavera 2008, pp. 37-45.&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;Sulla parete grigia della Casaralta, all’ingresso principale, c’è una scritta fatta con una vernice blu: "Fabbrica chiusa per strage". La strage alla quale si riferisce è quella che ha portato alla morte di tanti operai a causa dell’amianto che, per molti anni, è stato usato in maniera massiccia nella lavorazione. È un falso storico. La Casaralta, storica fabbrica della Bolognina che per decenni ha prodotto vagoni ferroviari, non è stata chiusa per amianto, ma in seguito ad una crisi industriale molto più ampia in cui hanno giocato ben altri fattori. L’autore della scritta è probabilmente un "esterno". È comunque innegabile che agli occhi della città la Casaralta è la "fabbrica dell’amianto": tanto clamore fanno i processi, alcuni dei quali ancora in atto.&lt;br /&gt;La questione amianto scoppia alle Officine di Casaralta alla fine degli anni Ottanta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;La cosa che mi ha impressionato quando è venuto fuori l’amianto e ho rivisto Canova [operaio alla Casaralta dal 1963 al 1998, &lt;em&gt;nda&lt;/em&gt;] è che lui ha una foto nella quale sono ritratti molti operai e alcuni di noi. Questi operai sono morti tutti; è rimasto Canova che si sente un sopravvissuto. E in questi casi, visti i micidiali tempi di latenza di questo tipo di malattia, ovviamente ti senti un sopravvissuto e non sai per quanto. [Alessandro Gamberini, avvocato, difensore degli operai della Casaralta nella causa sull’amianto. Intervista luglio 2006]&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;L’amianto lo vedevamo dappertutto, o era in pannelli o lo spruzzavi o era in corde o era dentro a dei sacchi. Lo vedevi di uso talmente comune che nessuno ti diceva che faceva male. C'era anche chi se lo portava a casa per metterlo sotto il ferro da stiro. [Stefano Scaramazza, operaio Casaralta 1980-2003; delegato sindacale Fiom dal 1984. Interviste 9 e 16 ottobre 2006]&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Il giudice al processo mi ha detto: "ma lì dentro come era la protezione?" Glielo dico subito: "non c’era niente…" "E quando c’era da spazzare?" mi chiede. "Si spazzava con una scopa e allora respiravamo polvere su polvere". [Pino Barilari, operaio Casaralta 1978-1998. Intervista 18 settembre 2006]&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;L’amianto in Casaralta veniva usato in molte fasi di produzione, così come in altre fabbriche produttrici di materiale rotabile come le Officine Grandi Riparazioni e la Menarini. Buona parte dei capannoni delle Officine di Casaralta, inoltre, sono costruiti in cemento-amianto.&lt;br /&gt;La presenza di amianto nei capannoni e nella lavorazione stessa ha causato la morte di decine e decine di operai che hanno contratto malattie dovute all’inspirazione di fibre d’amianto presenti nell’aria (mesotelioma della pleura, asbestosi).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Quando io sono entrato nel reparto verniciatura c’era la lana di vetro […] con l’amianto si lavorava eccome. Prima che entrassi io l’amianto veniva spruzzato in un capannone dove contemporaneamente lavoravano anche altri operai non addetti alla verniciatura. Durante la causa i responsabili della produzione interrogati rispondevano che in Casaralta non si lavorava con l’amianto e che se questo avveniva, lo si faceva in un capannone sigillato, ma questo non era vero.&lt;br /&gt;Questa maledetta cosa, dal 1978 ad oggi ha prodotto già 35 morti, di quelli che so io. Ma ne saranno morti anche prima, ché quelli che lo spruzzavano chissà dove saranno poveretti. [Pino Barilari]&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Il fatto che le polveri di amianto causino malattie professionali gravi è più che un sospetto già dagli anni ’50-’60 e diventa un dato scientifico negli anni Settanta. Rispetto agli operai della Casaralta morti per malattie legate all’amianto, tuttavia, il processo parte dopo il 1998, cioè quando la fabbrica comincia a chiudere alcuni reparti. Il via è dato da segnalazioni della USL e da indagini della procura.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;È avvenuto che le aziende Usl abbiano segnalato, per gruppi, per individui, decessi la cui diagnosi rimandava alla patogenesi da amianto. E, rimandando alla patogenesi da amianto, ovviamente imponeva che lo si segnalasse alla procura della repubblica, cosa che è avvenuta e da lì sono partite delle inchieste […] È iniziata così: la procura ha fatto fare le indagini e sulla base delle indagini sono emersi i nomi di alcuni responsabili. Il processo è partito, imputati erano l’ingegner Carlo Farina, che era uno dei membri del consiglio di amministrazione e responsabile del settore salute e lo stesso amministratore delegato [Giorgio Regazzoni, &lt;em&gt;nda&lt;/em&gt;] perché non c’era una vera e propria divisione del lavoro che generasse una forma di esonero dalla responsabilità come nelle fabbriche moderne grosse. […] Il processo nasce così e ha avuto uno sviluppo di questo genere: una volta che si è andati all’udienza preliminare e il giudice ha deciso il rinvio a giudizio è scattato un meccanismo di proposta risarcitoria [Alessandro Gamberini]&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Dall’interrogatorio informativo di Guido Canova, operaio e delegato sindacale della Casaralta:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;"Ho lavorato alla Casaralta dal 1963 al 1998.&lt;br /&gt;[…]) Il 7 ottobre del 1974 fu data attuazione nelle Officine allo Statuto dei Lavoratori. A partire da quel momento iniziò ad essere posto con forza il tema della salute insieme ad un piano di ristrutturazione dei capannoni dell’officina.&lt;br /&gt;L’accordo, sollecitato anche dal Comune di Bologna, prevedeva il coinvolgimento degli operai negli interventi di messa in sicurezza dello stabile, anche se la priorità era data alla ristrutturazione degli spazi e solo in secondo tempo, e compatibilmente con le risorse disponibili, anche agli interventi sull’ambiente di lavoro.&lt;br /&gt;Nel testo dell’accordo che si stipulò nel 1976 l’azienda insistette per specificare per iscritto che ogni intervento per risolvere i problemi che portavano pregiudizio alla salute ed alla sicurezza dei lavoratori era condizionato ai costi ed alle possibilità finanziarie dell’impresa.&lt;br /&gt;L’azienda si era impegnata a fare interventi sul tema nell’arco di 5 anni, ma non rispettò questi accordi e comunque ogni volta subordinava queste misure all’assunzione di nuove commesse.&lt;br /&gt;Solo nel 1979 l’ingegnere Farina strinse accordi con il consiglio di fabbrica affinché ci fossero date le tute per lavorare.&lt;br /&gt;[…] Regazzoni aveva un buon potere contrattuale con le ferrovie, era infatti membro dell’associazione Costruttori e Riparatori delle FFSS, dove c’erano anche aziende molto più grandi come la Fiat.&lt;br /&gt;[…] Solo nel 1989 si iniziarono a fare corsi ai capireparto sul rispetto delle norme di sicurezza. Nella Casaralta c’era un medico di fabbrica di fiducia dell’azienda.&lt;br /&gt;Il suo compito era in realtà quello di fare le visite fiscali, non ricordo nessuna effettiva visita di controllo. Solo nel 1974 riuscimmo ad ottenere che la medicina del lavoro intervenisse direttamente in fabbrica e durante il 1977 facemmo accordi con l’ENPI (oggi Inail) per avere visite specialistiche.&lt;br /&gt;[…] Nel 1974 ci fu anche una visita dell’Ispettorato del lavoro, che inviò all’azienda una relazione nella quale era indicata l’esistenza di molti fattori di nocività all’interno delle officine.&lt;br /&gt;[…] Le relazioni con il padronato erano difficili. Le trattative sindacali iniziavano quasi sempre con Farina, ma il suo compito sembrava quello di resistere sempre ad oltranza ad ogni nostra richiesta, salvo poi l’intervento dei Regazzoni dopo lunghi ed estenuanti conflitti sindacali e dopo molte ore di sciopero".&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Su impulso di alcuni operai della Casaralta e della Fiom, nasce l’Associazione lavoratori bolognesi esposti all’amianto, che si costituisce parte civile al processo.&lt;br /&gt;L’ing. Carlo Farina, a lungo dirigente delle Officine, viene condannato ad un anno per omicidio colposo plurimo; Regazzoni muore prima che venga emessa la sentenza di primo grado. Ad oggi, tuttavia, il processo non è concluso e continuano ad essere segnalati casi di malattie e morti dovute all’amianto. I capannoni delle Officine, attualmente in stato d’abbandono, non sono ancora stati bonificati e rappresentano un rischio gravissimo per la salute degli abitanti del quartiere.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Come è tollerabile sia dal punto di vista fisico-ambientale, sia dal punto di vista simbolico che lo stabilimento Casaralta non sia stato ancora bonificato? È una cosa ignobile. È come se uno va ad Auschwitz e lì ci sono ancora brandelli di uomini ustionati e li lasciamo lì così. È una cosa assurda.&lt;br /&gt;Questo succede anche grazie a questi criteri di valutazione e censimento amianto che ha proposto l’Arpa e che sono assolutamente fuorvianti. […] Alla Casaralta, con il significato che ha avuto, sarebbe importante dal punto di vista simbolico iniziarvi un intervento di bonifica. […] Questo intervento spetterebbe alla proprietà. Basterebbe una ordinanza del sindaco che dice alla proprietà che entro 60 giorni deve presentare un piano di bonifica degli stabili. [Vito Totire, medico, Presidente Associazione Esposti all’Amianto. Intervista 21 luglio 2006]&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ci sono modi diversi di guardare alla fabbrica a seconda delle prospettive. Diverse modalità interpretative che prescindono dalle informazioni di cui si è in possesso.&lt;br /&gt;Per un osservatore esterno è facile isolare le diverse questioni attinenti alle relazioni industriali: il salario, la sicurezza sui luoghi di lavoro, i ritmi... e rispetto ad ognuno di questi "pezzi" elaborare tesi, esprimere certezze.&lt;br /&gt;Per un lavoratore inserito in queste relazioni si tratta di elementi che si mescolano e che difficilmente sono visti isolatamente. Essi sono i tasselli di una condizione sulla quale si riflette globalmente.&lt;br /&gt;Ripercorrendo la storia della Casaralta, e delle vite operaie che l’hanno attraversata, sembra poter intravedere, tra le altre, una traiettoria: fino a quando le condizioni, tutto sommato, sono migliori rispetto al passato e, in più, si scorge una prospettiva di "crescita", gli aspetti legati alla fatica e al rischio sono "accettati" più di buon grado. In questo impasto di fatica, stipendio fisso a fine mese, malattie professionali, figli all’università, che, unitariamente, è "condizione operaia", vale più la promessa di migliorare la propria vita che l’attacco ai corpi in termini di logoramento e rischio. Anche se i rischi e la fatica ci sono e come.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Da quando abbiamo iniziato a lavorare le nostre condizioni sono solo migliorate. Quando abbiamo iniziato lavoravamo 9 ore al giorno e tre al sabato, 48 ore settimanali… eravamo giovani, c’erano i bar aperti tutta la notte, il centro si chiamava "piazza notte"… lavoravi 9 ore tutti i giorni ed il sabato. Quando abbiamo raggiunto negli anni ’70 certi risultati, le 40 ore ci sono sembrate cose straordinarie [Guido Canova, operaio Casaralta dal 1963 al 1998; delegato sindacale Fiom. Intervista 13 settembre 2006].&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Lavorare 40 ore a settimana è "cosa straordinaria" perché prima se ne lavoravano 48. E più si ottenevano vittorie più c’erano le condizioni per nuove rivendicazioni.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Noi uscivamo in quel periodo da un boom economico, che anche se eri operaio e non avevi da sprecare, però ci fu un maggiore accesso al consumo e questo miglioramento economico permetteva di reggere anche a forme di lotta più forti… insomma tenevi botta durante gli scioperi anche per il minor peso che il ricatto economico aveva sulle famiglie operaie. [Guido Canova]&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Quando la tendenza si inverte, quando cioè il trend è quello del peggioramento delle condizioni (anni Ottanta e anni Novanta), allora c’è anche un atteggiamento che cambia: si è meno disposti a "consumarsi" per un lavoro che dà in cambio solo sopravvivenza, si riduce a fatica e si spoglia di ogni connotato di promozione sociale.&lt;br /&gt;È in questa parabola che muta l’idea stessa di sicurezza.&lt;br /&gt;Negli anni Cinquanta, Sessanta, Settanta: sicurezza del reddito, del posto di lavoro, di lavorare 300 giorni l’anno, la mensa, l’asilo nel quartiere, le cooperative di consumo, il diritto allo studio.&lt;br /&gt;Negli anni Ottanta e Novanta, poi, la fatica, i solventi chimici, la lana di vetro, l’amianto, le polveri, che esistevano anche prima, non sono "ripagati" da alcuna "contropartita sociale", anzi si comincia a parlare di dismissione industriale, che per gli operai significa cassa integrazione, licenziamenti, lotte di difesa e arroccamento. Il brutale scambio tra la fabbrica e i corpi degli operai, scambio sul quale è fondato il miracolo economico, non funziona più. Non è solo un caso che le grandi questioni della sicurezza sui luoghi di lavoro, un po’ in tutta Italia, fanno il paio con grandi crisi industriali.&lt;br /&gt;Rispetto al caso Casaralta sembra che la presenza dell’amianto in fabbrica finisca per essere usata dai proprietari per agevolare in qualche modo il processo di chiusura. L’amianto è stato un pretesto che, sia a livello simbolico sia a livello economico, ha permesso di "gestire la crisi": il risarcimento alle famiglie permetteva di chiudere la "partita della fabbrica" e lasciava mani libere per la vendita di un’area, poco meno di 70.000 metri quadri, estremamente appetibile da un punto di vista immobiliare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Noi abbiamo sollevato il problema con la magistratura di questioni grosse e abbiamo chiesto se è lecito ai sensi della legge 257 [La Legge del 1992 che vieta l’estrazione, l’importazione, l’esportazione, la commercializzazione e la produzione di amianto, &lt;em&gt;nda&lt;/em&gt;] fare una compravendita di un immobile con copertura in cemento-amianto visto che la legge dice che è vietato estrarre, produrre e commercializzare amianto e materiali che lo contengono? Non abbiamo avuto risposta. […]&lt;br /&gt;Secondo noi come associazione (AEA) un immobile è venduto in maniera giuridicamente accettabile se bonificato dall’amianto. Poi siccome questa è una idea fondata giuridicamente ma è terrificante per il mercato immobiliare… abbiamo chiesto un consulto a un notaio che ci ha confermato che il problema che solleviamo è tale da poter inficiare qualunque atto di compravendita. [Vito Totire]&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;La Regione Emilia Romagna ha distribuito 8 milioni di euro dal Fondo Europeo per la bonifica delle grandi aree industriali, ma la discrezione con cui un proprietario poteva partecipare o meno all’assegnazione dei soldi ha significato lasciar decidere ai privati se rientrasse o no nel proprio interesse assumersi almeno una parte dei costi di bonifica.&lt;br /&gt;Formalmente, quindi, le amministrazioni locali hanno vantato interventi a favore della tutela ambientale che, nella sostanza, spesso non sono stati realizzati: tutte le volte in cui bonificare poteva significare andare contro gli interessi delle industrie che garantivano lavoro alla città o bloccare la vendita di aree industriali dismesse ad imprese private che promettevano la "riqualificazione" solo da un punto di vista commerciale.&lt;br /&gt;Per il sindacato, d’altro canto, i parziali risarcimenti ottenuti durante il processo possono forse essere considerati come una vittoria simbolica che ha nascosto parzialmente altre "sconfitte", quali il non aver impedito la chiusura della fabbrica e, cosa più grave, la mancata attenzione alla questione amianto negli anni precedenti.&lt;br /&gt;Il tema dell’amianto, così come tutta una serie di temi legati alle questioni ambientali, alla salute, alla qualità della vita, all’ecologia, fino a tempi piuttosto recenti non sono stati centrali nelle rivendicazioni del movimento operaio. Ciò stride con la grande attenzione data, e nella storia della Casaralta ve ne sono diversi esempi importanti, alla questione della sicurezza sul lavoro. D’altra parte, come detto, almeno fino agli anni Sessanta il lavoro in fabbrica era considerato da molti come un avanzamento economico e simbolico e un miglioramento delle condizioni di vita, tale da mettere in ombra fattori di rischio di questo tipo.&lt;br /&gt;E l’amianto era probabilmente solo un rischio tra i tanti. La conferma di questa "lontananza" dai temi ambientali è data dal fatto che la "questione amianto" entra significativamente nell’agenda delle rivendicazioni sindacali solo con l’entrata in vigore della legge del 1992, secondo un percorso del tutto inverso rispetto a molte altre questioni dove è invece la spinta delle mobilitazioni che porta alla emanazione di leggi sul lavoro (la legge 300 del 1970 è un esempio chiarissimo di tale dinamica).&lt;br /&gt;Nelle interviste agli operai e ai delegati sindacali della Casaralta, spesso, quando si parla di questo tema, vi sono reticenze e silenzi, dovuti forse a imbarazzo e alla stessa paura, da parte soprattutto di operai più anziani, di poter ancora contrarre la malattia.&lt;br /&gt;Tra la visione di molti operai, della fabbrica come luogo di formazione, socialità, lotta e, in sostanza, di "vita", e la constatazione che quella stessa fabbrica è stata un luogo di morte per tanti compagni di lavoro, emerge la grande contraddizione inespressa della vicenda, da parte di chi l’ha vissuta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;La vicenda amianto ha avuto un ruolo contraddittorio… per due aspetti. Uno diciamo tutto interno, nel senso che… quelli un po’ più giovani come me, che sono entrati in fabbrica quando l’amianto non si usava più, non dico che non ci dessero peso, ma la vivevano forse come una cosa un po’, così, sbagliando, come una cosa che forse riguardava altri. E… forse è stata vissuta anche come… non vorrei esprimermi male perché c’è sempre il fatto che c’è della gente che c’è morta per queste cavolate qui e allora sai… sempre meglio pesare un pochettino le parole … che fosse usata un po’ come un grimaldello per […] gestire la crisi… c’è questo argomento qui che è un argomento grosso, un argomento importante e possiamo usarlo per agevolare l’andata in pensione di questo, per far avere qualche anno di prepensionamento a quest’altro, eccetera eccetera. E sono quasi certo che c’è qualcuno che c’ha marciato, su ‘sta cosa. E questo un po’ mi fa rodere perché penso sempre a quelli che, ahimè, hanno fatto la fine che hanno fatto. E c’è l’altro aspetto, esterno, devastante, della completa disinformazione. All’epoca, come sempre succede in Italia quando si starnazza, non si parla, si starnazza intorno a un argomento, e… la disinformazione fu completa, fu disastrosa. E il messaggio che è passato, che fu fatto passare, era che l’amianto veniva usato in ferrovia e eccetera eccetera eccetera, veniva usato in favore di quel discorso di prima, della dismissione del settore ferroviario. Si partiva da notizie assolutamente vere: l’amianto fa male, l’amianto è cancerogeno, di amianto si muore. Ma poi vai a vedere e sì, è stato usato in aziende come Casaralta, alla grande. Nelle aziende che facevano lo stesso lavoro della Casaralta, è stato usato, alla grande. Ma mica solo lì. È sintomatico il fatto, e tutto torna a questo punto, che il solo settore edilizio utilizzava più amianto lui da solo di tutti gli altri settori industriali messi insieme. […] E… a me questa vicenda ha dato molto da pensare, mi fa pensare tutt’oggi. Innanzitutto, questo non mi stancherò mai di ripeterlo, per C., per tutte le altre persone che di amianto son morte. E, bada bene, senza responsabili, perché i processi sembra che vadano più o meno tutti quanti assolti, gli imputati di ‘sti processi. Ma poi il fatto stesso che tu porti a processo gente di ottanta, di novant’anni… non lo so, mi sembra una brutta situazione, gestita ancora peggio, ma… oh, se siamo il paese che siamo un motivo c’è. [Cesare Poggioni, operaio Casaralta 1991-97. Intervista 9 ottobre 2006]&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;* Lo scritto è estrapolato da una più ampia inchiesta realizzata da Piano B, di cui qui di seguito si giustificano le caratteristiche e le motivazioni (&lt;em&gt;N.d.C.&lt;/em&gt;).&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;strong&gt;La fabbrica e il dragone&lt;br /&gt;Casaralta. Inchiesta sociale su una fabbrica e il suo territorio&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;Il lavoro d'inchiesta sulla fabbrica Casaralta e sul territorio circostante nasce da alcune considerazioni. Quella porzione di territorio a partire dagli anni Venti è stata uno dei centri nevralgici dello sviluppo industriale bolognese: in quel comprensorio avevano sede anche la Sasib, le Officine Minganti, le Cevolani e decine di altre attività produttive minori. Oggi è invece interessato da fenomeni particolarmente significativi non solo per l'immediato circondario, ma anche rappresentativi di importanti processi che riguardano la città e l'intera area provinciale e regionale. La dismissione industriale, la radicale mutazione delle forme di socialità del territorio in seguito ai cambiamenti delle strutture economiche (da un modello di produzione fordista ad uno basato sul terziario e sui servizi), i profondi cambiamenti urbanistici che stanno interessando la città ed il loro impatto sul territorio: si tratta di cambiamenti radicali, con conseguenze importanti e, ad oggi, ci pare poco esplorate.&lt;br /&gt;La prima parte del lavoro è quindi dedicata alla ricostruzione delle forme di socialità che hanno caratterizzato il quartiere a partire dal dopoguerra e all'impatto che la produzione industriale aveva sulla vita delle persone. Le relazioni all'interno del quartiere avevano alcuni importanti luoghi di riferimento: tra questi le fabbriche e le officine avevano un peso preponderante, anche per il solo fatto che molti dei residenti vi lavoravano oppure avevano un membro della famiglia che vi lavorava. Forte era inoltre la memoria di avvenimenti che avevano coinvolto l'intera comunità: la guerra, la resistenza, le lotte e le vertenze operaie. Le conseguenze che il processo produttivo industriale ha avuto su questo territorio (si pensi alle condizioni del lavoro, all'impatto sulla salute dei lavoratori e dell'intera popolazione, alla crescita economica e sociale del quartiere) e, poi, la dismissione di quasi tutte le fabbriche (resta attiva solo la Manifattura Tabacchi) sono fenomeni fondamentali per comprendere la storia recente della città.&lt;br /&gt;Nella seconda parte si analizza la portata del cambiamento che la dismissione industriale ha avuto su quel territorio. La chiusura delle fabbriche, il progressivo liberarsi di spazi (attività commerciali chiuse, vaste aree industriali abbandonate) e l'invecchiamento della popolazione italiana hanno creato le condizioni ottimali per l'insediamento in quest'area della comunità cinese, che qui ha dato vita a nuove attività economiche (import-export e laboratori artigianali) e a forme di socialità che rendono particolarmente difficili ed episodici i contatti con il resto della popolazione.&lt;br /&gt;Le fabbriche vuote sono diventate rifugio per un'altra parte della popolazione immigrata: negli enormi capannoni abbandonati trovano rifugio decine di uomini provenienti dal Maghreb, dall'Africa subsahriana e dai paesi dell'est. Questa presenza, per quanto poco visibile dall'esterno, alimenta la percezione d'insicurezza dei residenti.&lt;br /&gt;Questi "mondi paralleli" (la popolazione cinese, i residenti italiani, i nuovi abitanti delle fabbriche abbandonate) si trovano nello stesso spicchio di quartiere (via Ferrarese), ma non si conoscono né si frequentano e i loro rapporti sono spesso fondati su reciproca diffidenza.&lt;br /&gt;Infine, queste grandi aree dismesse a ridosso del centro storico lasciano spazio alle fantasie più recondite degli immobiliaristi e saranno oggetto di un pubblicizzato processo di "riqualificazione". Proprio in quell'area sono in fase di realizzazione le nuove infrastrutture del trasporto pubblico: la nuova stazione centrale, importante crocevia delle nuove linee ad alta velocità, il capolinea del &lt;em&gt;people mover&lt;/em&gt;. Non è facile immaginare la portata che questi cambiamenti urbanistici avranno sul quartiere e sull'intera città. Il nostro tentativo parte dall'analisi di alcuni fattori: i progetti di riconversione realizzati (finora il più significativo è quello che ha portato all'apertura del centro commerciale Minganti) e quelli da realizzare, i meccanismi decisionali che li determinano e alcuni degli attori più importanti di questi processi.&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/749849138119668421-8984900904577385501?l=collettivopianob.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://collettivopianob.blogspot.com/feeds/8984900904577385501/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=749849138119668421&amp;postID=8984900904577385501' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/749849138119668421/posts/default/8984900904577385501'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/749849138119668421/posts/default/8984900904577385501'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://collettivopianob.blogspot.com/2008/04/morire-di-lavoro-i-corpi-e-la-fabbrica.html' title='Morire di lavoro - I corpi e la fabbrica'/><author><name>Mimmo</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14149979785581372002</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-749849138119668421.post-3311360700455929917</id><published>2008-03-06T09:45:00.003+01:00</published><updated>2008-03-06T09:50:18.750+01:00</updated><title type='text'>Sabiem di Bologna, una vittoria operaia</title><content type='html'>&lt;strong&gt;Piano b – &lt;em&gt;&lt;a href="http://ilmanifesto.it/"&gt;il manifesto&lt;/a&gt;&lt;/em&gt;, 5 marzo 2008&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quando la lotta paga. Una mobilitazione operaia ferma la speculazione&lt;br /&gt;Un anno di picchetti e battaglie legali per ottenere la dichiarazione di fallimento, propedeutica a trovare un nuovo compratore per le fonderie bolognesi. Protagonisti 60 operai e la Fiom, che hanno sventato il tentativo del ‘padrone’ Fochi di valorizzare al massimo i terreni, liquidare l’azienda e vendere gli impianti.&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Bologna, quartiere Santa Viola. La lotta paga. Da qualche giorno i lavoratori della Sabiem hanno smesso di andare tutte le mattine in fabbrica per non lavorare. Il picchetto cominciato nell’autunno scorso è stato smobilitato. E, questa volta, eccezionalmente non è stata una sconfitta a produrre il “tutti a casa”, ma una prima vittoria. Giudiziaria.&lt;br /&gt;Da marzo del 2007 gli operai delle Fonderie Sabiem, una sessantina, hanno percepito lo stipendio a singhiozzo, da settembre proprio niente. Il proprietario della fonderia – che fino agli anni ’90 era parte della storica Sabiem Ascensori, ora di proprietà di una multinazionale finlandese –, Roberto Fochi, ha smesso di pagare tutti, non solo gli operai, ma anche i fornitori, la previdenza sociale, il fondo per le pensioni integrative Cometa e l’azienda erogatrice di luce e gas, tanto che a settembre lo stabilimento era al buio.&lt;br /&gt;Fochi è coperto dai debiti, 16 milioni di euro. A fronte di questo dissesto economico la Fiom, in rappresentanza dei lavoratori, presenta istanza di fallimento al tribunale di Bologna per ottenere il pagamento degli stipendi arretrati. Ma non solo per questo. Come spiega l’avvocato Focareta, che ha seguito per conto del sindacato la vicenda, “di fronte a situazioni di crisi, la procedura fallimentare è l’unico contesto nel quale i lavoratori trovano adeguate tutele”. In effetti la legge prevede, come conseguenza automatica della dichiarazione di fallimento, la cassa integrazione straordinaria. Ma anche la possibilità di sopravvivenza della fonderia è legata alla dichiarazione di fallimento: “laddove ci fosse una persona interessata a rilevare l’azienda, avrebbe interesse a farlo davanti al curatore, non davanti a un’impresa in fase di sfaldamento”. E voci insistenti danno per certa la presenza di un possibile compratore.&lt;br /&gt;“Se c’è un compratore c’è bisogno che riparta da qua, questa è un’azienda che funziona. Certo bisognerà fare un po’ di ristrutturazione ma è una macchina che va, questa – a parlare è Gianni, operaio tra i più attivi nella mobilitazione – Partendo da qua c’è già una serie di clienti, hai già qualcosa da ammortizzare. Il nostro compito era creare le condizioni perché il compratore fosse il più agevolato possibile e noi muovendo l’opinione pubblica abbiamo il quartiere dalla nostra parte: da anni chiedeva la chiusura, invece adesso si fa un’assemblea in cui dicono che sono disposti a tollerare per altri 3-4 anni. E poi con tutto il casino che abbiamo mosso chi compra qua non è solo un imprenditore, è un eroe e quindi gli permetteranno di stare qui un altro po’”. Ecco la ragione per la quale la dichiarazione di fallimento, dopo l’udienza svoltasi lo scorso 28 gennaio, è stata salutata come una vittoria operaia. Per ora giudiziaria, appunto.&lt;br /&gt;Raccontata così sembra la storia di una “normale” crisi aziendale. In realtà è una storia molto più complessa.&lt;br /&gt;Produrre pezzi di ghisa per macchine utensili non era più nei piani dell’imprenditore bolognese proprietario della Sabiem. L’area che oggi ospita gli impianti è stata venduta già nel 2005 al gruppo immobiliare Raggi; la sorte della fonderia era legata a un accordo con le amministrazioni di Comune e Provincia di Bologna e di altri paesi del circondario. Il patto prevedeva lo spostamento della produzione, dall’alto impatto ambientale, in cambio di una disponibilità dell’amministrazione a rendere edificabili i terreni occupati dalla fonderia. Il ricavato della vendita di questa e di un’altra area industriale già dismessa in provincia avrebbero dovuto procurare a Fochi la liquidità necessaria a costruire una nuova fonderia a Calderara di Reno, in una zona meno abitata, a pochi chilometri da Bologna. I posti di lavoro dovevano essere garantiti e le emissioni tossiche allontanate da un quartiere già compromesso dal punto di vista ambientale. Ma le cose non sono andate così.&lt;br /&gt;Il primo campanello d’allarme si avverte quando Fochi fa pressione sul Comune di Bologna per l’approvazione di un piano di valorizzazione immobiliare dell’area della fonderia con indici di edificabilità molto alti e incompatibili, tra l’altro, con le caratteristiche urbanistiche della zona, a ridosso dell’Ospedale Maggiore e in prossimità di strade già molto trafficate.&lt;br /&gt;Nel frattempo gli operai cominciano a notare una gestione dell’azienda quantomeno “distratta” e miope: “Ho l’impressione che la crisi di lavoro per la quale Fochi ha chiesto la cassa integrazione sia costruita – dice un altro operaio – Noi già a marzo 2007 facemmo tre settimane di sciopero per la scarsa qualità e sicurezza sul lavoro. Fochi faceva cose che non andavano bene. Aveva messo in azienda dirigenti che si preoccupavano non di far bene il lavoro, ma di farne tanto. Poi i clienti si sono stufati perché il lavoro non era fatto bene, a un certo punto si sapeva già che un pezzo veniva male ancora prima di fonderlo, ma i dirigenti ce lo facevano comunque portare a termine”.&lt;br /&gt;La strategia dell’imprenditore comincia a farsi chiara: valorizzare al massimo il terreno, incassarne i benefici, portare l’azienda alla crisi, metterla in liquidazione e vendere gli impianti. Senza nessuna delocalizzazione, senza salvare nemmeno un posto di lavoro e dismettendo un altro pezzo del patrimonio produttivo della città.&lt;br /&gt;L’operazione a Fochi riesce solo in parte. La vendita del terreno è cosa fatta, come ha ammesso lo stesso imprenditore, ma gli indici di edificabilità non sono stati innalzati: il Comune è rimasto saldo nel braccio di ferro con la proprietà. E poi, in seguito alla sentenza di fallimento, non è detto che il terreno venga liberato nei tempi sperati, vista la possibilità di riaccendere i forni della fonderia.&lt;br /&gt;Purtroppo la storia di Fochi e della Sabiem non può essere archiviata come l’avventura isolata di uno speculatore. Restando a Santa Viola, storico quartiere operaio del capoluogo felsineo, basta guardarsi intorno per vedere in cosa si sono trasformate molte delle fabbriche qui attive fino a pochi anni fa. Palazzi e centri commerciali. Crisi industriale, dismissione, speculazione edilizia sono le tappe fisse dell’iter che sta accompagnando il declino dell’industria bolognese. In questo mondo in dissolvenza gli operai sono degli ectoplasmi, ma con tanto di mutui e bollette inevase, e la questione ambientale, seria e concreta in quella parte della città, diventa un ricatto col quale i padroni riescono a strappare indici di edificabilità discutibili ma molto remunerativi. Così è andata dall’altra parte della strada, di fronte alla fonderia, dove fino a pochi anni fa c’erano le Officine Riva Calzoni e ora c’è il complesso residenziale Arcadia.&lt;br /&gt;“Anche in quel caso c’era un accordo come quello della Sabiem – riferisce Bruno Papignani, segretario della Fiom bolognese – ma a un certo punto il titolare ha venduto a una finanziaria, la Calzoni è stata spezzata in tre piccoli stabilimenti situati in provincia, su parte dell’area è stata costruita l’Esselunga”. Alla chiusura delle Officine è seguita la costruzione di un complesso residenziale, con un innalzamento spropositato degli indici di edificabilità.&lt;br /&gt;Un architetto che nella zona ha condotto un laboratorio di urbanistica partecipata racconta come si è passati da un progetto di riqualificazione urbana che prevedeva villette a due piani e verde pubblico, ai palazzoni con aiuole risicate di oggi: “la vicenda andò così: il Comune propone un indice di edificabilità, la ditta ci prova perché è un’area appetibile e perché sa che alla fine può tentare di cambiarlo. Infatti, quando appare evidente che l’obiettivo politico della riqualificazione non si ottiene con quegli indici e si rischia di avere appartamenti vuoti, non venduti, perché avrebbero prezzi troppo alti, allora la ditta ci perde sicuramente perché non vende, ma ci perde anche il Comune perché la zona non è riqualificata e rimane vuota. A quel punto il Comune è legittimato ad accogliere le richieste dei costruttori e concedere indici più alti adducendo la giustificazione che è stato un problema di tipo tecnico”. Il tutto perfettamente lecito, anche se poco trasparente nei confronti dei cittadini.&lt;br /&gt;Il ricatto di aree che rischiano di restare abbandonate, degradate e “insicure”, il ricatto dell’insostenibilità ambientale di alcune produzioni industriali sono leve efficaci per poter realizzare speculazioni immobiliari importanti. La realizzazione di Arcadia, un quartiere residenziale realizzato praticamente senza oneri di urbanizzazione né servizi (a parte un centro commerciale), con indici di edificabilità saliti alle stelle “in corso d'opera” (è un caso che l’allora vicesindaco Giovanni Salizzoni fosse uno dei soci dello studio che progettò l'intervento immobiliare?) sono il precedente a cui Fochi guardava: massimo guadagno per pochi privati sacrificando produzione, posti di lavoro e il benessere del quartiere. Il tutto con il sostegno o il silenzio-assenso degli amministratori pubblici.&lt;br /&gt;Questa volta è andata diversamente, grazie a una mobilitazione operaia, al sostegno della cittadinanza e a un’amministrazione che non ha ceduto sugli incidi di edificabilità. In attesa che il compratore appaia davvero. Fino alla prossima dismissione.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/749849138119668421-3311360700455929917?l=collettivopianob.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://collettivopianob.blogspot.com/feeds/3311360700455929917/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=749849138119668421&amp;postID=3311360700455929917' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/749849138119668421/posts/default/3311360700455929917'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/749849138119668421/posts/default/3311360700455929917'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://collettivopianob.blogspot.com/2008/03/sabiem-di-bologna-una-vittoria-operaia.html' title='Sabiem di Bologna, una vittoria operaia'/><author><name>Mimmo</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14149979785581372002</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-749849138119668421.post-6551218510696070877</id><published>2008-02-18T15:07:00.000+01:00</published><updated>2008-02-18T15:08:24.898+01:00</updated><title type='text'>Il Passaggio della Linea - film documentario</title><content type='html'>Sabato 23 febbraio, h. 21.00&lt;br /&gt;presso la Scuola Popolare di Musica Ivan Illich &lt;br /&gt;proiezione del film documentario &lt;br /&gt;“Il Passaggio della Linea”&lt;br /&gt;di Pietro Marcello.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ne discuteranno con il regista e con Marcello Anselmo, che ha curato il lavoro d'inchiesta legato al film:&lt;br /&gt; Goffredo Fofi, direttore della rivista “Lo Straniero”&lt;br /&gt; Dario Zonta, critico cinematografico&lt;br /&gt; Il gruppo d'inchiesta “Piano B”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;«Il passaggio della linea» è dedicato agli Espresso che attraversano l'Italia ogni notte, protagonisti della nuova, e poco conosciuta, ondata di emigrazione meridionale. Non-luogo di transito nelle storie di vita di chi è ancora costretto all'emigrazione dalle regioni del sud, il treno notturno è anche, nelle parole e nella storia di vita di Arturo Nicolodi - novantenne trentino che ha fatto dei treni la sua dimora - un luogo eletto, una scelta di libertà.&lt;br /&gt;Il film è un poema notturno, è un viaggio lungo l’Italia compiuto sui treni che attraversano la penisola dal sud al nord e viceversa. Le tratte, le stazioni, i paesaggi, le industrie, le architetture, i volti e i dialetti si mescolano in un corpo unico, offrendo un ritratto del paese in un percorso che va dalla notte al mattino; i volti dei viaggiatori si alternano ai paesaggi, il rumore della macchina si mescola alla parola dell’uomo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Questo film, le vicende della sua ideazione e della sua realizzazione ci dicono che ancora c'è in Italia chi, attraverso il lavoro d'inchiesta e il lavoro artistico, si interroga in maniera critica sull'oggi, sulle importanti mutazioni in atto, per lo più ignorate dal dibattito pubblico. Ci dicono che c'è ancora chi cerca strade per un lavoro politico, sociale e artistico efficace e innovativo, capace di fornire chiavi di lettura e visioni sul tempo presente.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ingresso riservato ai soci. Possibilità di tesserarsi durante la serata&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Scuola Popolare di Musica Ivan Illich, via Giuriolo 7&lt;br /&gt;Autobus 27, fermata Caserme Rosse&lt;br /&gt;Info: 051-357753 - 333.7810032&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/749849138119668421-6551218510696070877?l=collettivopianob.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://collettivopianob.blogspot.com/feeds/6551218510696070877/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=749849138119668421&amp;postID=6551218510696070877' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/749849138119668421/posts/default/6551218510696070877'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/749849138119668421/posts/default/6551218510696070877'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://collettivopianob.blogspot.com/2008/02/il-passaggio-della-linea-film.html' title='Il Passaggio della Linea - film documentario'/><author><name>mubs</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00591997227580831513</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-749849138119668421.post-7588279210662560690</id><published>2007-12-06T22:45:00.002+01:00</published><updated>2008-05-12T22:14:17.115+02:00</updated><title type='text'>"Morte bianca". Funerale di un bambino europeo</title><content type='html'>&lt;p class="MsoNormal"&gt;Il Manifesto, 6 dicembre 2007&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal"&gt;La cerimonia funebre per Florin si è svolta all’ingresso del cortile dove si trova la baracca nella quale viveva insieme alla sua famiglia. Quella baracca di mattoni e lamiere che è andata a fuoco domenica 18 novembre probabilmente a causa di un cortocircuito, una delle tante che affollano questa zona della periferia ovest di Bologna. La cerimonia è avvenuta su uno spiazzo fangoso sovrastato dalla tangenziale, confinante con un area militare dismessa e a ridosso del nuovissimo svincolo, ancora in fase di ultimazione, per l’aeroporto Marconi. Sono presenti una cinquantina di persone circa: per gran parte autorità cittadine come la vicesindaco, &lt;?xml:namespace prefix = st1 /&gt;&lt;st1:personname st="on" productid="la Presidente"&gt;la Presidente&lt;/st1:personname&gt; della Provincia, il Presidente e molti Consiglieri del Quartiere Borgo Panigale, i servizi sociali, vigili urbani e polizia; poi &lt;st1:personname st="on" productid="la Caritas"&gt;la Caritas&lt;/st1:personname&gt;, esponenti di Rifondazione comunista, i sindacati e Opera Nomadi; nessun rappresentante del clero bolognese. Pochi i rumeni, oltre a Cristinel, il giovane padre di Florin, e a un gruppetto di parenti; pochi anche i cittadini bolognesi, nonostante i fratelli di Florin andassero a scuola e la famiglia stesse tentando un difficile percorso di integrazione nel quartiere in cui abitavano. Tanti invece i giornalisti, &lt;st1:personname st="on" productid="la Rai"&gt;la Rai&lt;/st1:personname&gt;, altre tv locali, molti fotografi e cronisti che, taccuino alla mano, si appuntano i dettagli di questa semplice cerimonia.&lt;?xml:namespace prefix = o /&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:0;"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;È quasi impossibile riuscire a sentire il discorso che il sacerdote ortodosso rumeno pronuncia alla fine della cerimonia, soffocato dai boati delle macchine in corsa e dai rumori dei martelli pneumatici dei cantieri per la nuova tangenziale. “La precarietà che vivono tanti cittadini rumeni continuerà a portare disgrazie, sia agli italiani che ai rumeni”, è una delle poche frasi che riusciamo a cogliere. Proprio qui, tra i lavori che doteranno Bologna di nuove e importanti infrastrutture, incastrate tra alta velocità, aeroporto, nuova tangenziale e fiume Reno si trovano le baraccopoli ormai note in città; qui Cofferati inaugurò la sua famosa “svolta legalitaria”, facendo sgomberare alcuni accampamenti lungo il fiume nel marzo &lt;st1:metricconverter st="on" productid="2005. A"&gt;2005. A&lt;/st1:metricconverter&gt; questo sgombero, in piena continuità con quanto accadeva con la precedente giunta di centro-destra, ne sono seguiti altri e le baracche si sono spostate via via sempre più lontano dall’asse della via Emilia, sempre meno visibili. “Non ci sono più insediamenti stabili di rom rumeni sul territorio di Bologna, al massimo qualche forma frammentaria di occupazione” dichiarava il sindaco pochi giorni fa ai giornali. Ma nei dintorni del piccolo abitato chiamato semplicemente “Birra” – perché nato attorno ad stabilimento di produzione di birra ormai chiuso da decenni – situato tra la via Emilia e l’aeroporto continuano a vivere decine di persone in abitazioni di fortuna, improvvisate lungo le sponde del fiume Reno o nelle vaste aree dismesse che si trovano lì attorno&lt;/span&gt;.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal"&gt;Florin non è la prima vittima rumena della precarietà e delle baracche attorno al fiume Reno. Nel gennaio 2005 Nicolae Vladutu morì nell’incendio della propria baracca sul fiume Reno; nel settembre &lt;st1:metricconverter st="on" productid="2006 in"&gt;2006 in&lt;/st1:metricconverter&gt; un’altra baracca morì un neonato, per un semplice rigurgito. Tutti provenienti dai villaggi tra Craiova e il Danubio. Dalla stessa zona provenivano Aurel, operaio edile morto nell’ottobre &lt;st1:metricconverter st="on" productid="2006 a"&gt;2006 a&lt;/st1:metricconverter&gt; Sala Bolognese, cadendo dal tetto del capannone su cui lavorava in nero, e Ion, operaio agricolo, in nero, in un’azienda dei colli bolognesi, cui il datore di lavoro sparò, nel maggio 2006, perché chiedeva i mesi di stipendio arretrati.&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal"&gt;Cristinel, padre di Florin, lavora in nero nei cantieri edili bolognesi. Fa sorridere l’appello di Cofferati sui giornali, il giorno dopo il tragico episodio: “Ora assumetelo”. È il sindaco della legalità che chiede a degli artigiani edili di regolarizzare una provata situazione di illegalità. E intanto continua a sgomberare i rom rumeni; l’ultimo sgombero, il giorno prima del funerale di Florin, in una fabbrica dismessa, non lontano dalla Birra.&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal"&gt;A un centinaio di metri dal luogo della cerimonia, un rumeno sta lavorando di cazzuola sull’uscio di un edificio in ristrutturazione. “Sono stato clandestino fino a gennaio di quest’anno – ci racconta. – Poi un contratto di tre mesi. Ora vediamo”. Arriva il capocantiere: “il lavoro c’è e non c’è, tiro avanti come posso”. &lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal"&gt;Artigiani e operai edili ne passano tanti tra via della Birra e via del Triumvirato, per i lavori della tangenziale, ma anche perché abitanti del posto. Lungo la via Emilia, poco lontano dalla Birra e dalle baracche del Reno, c’è un magazzino di materiali edili davanti al quale ogni mattina lavoratori rumeni vengono “assunti” da piccoli artigiani. &lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal"&gt;In un bar un piccolo imprenditore ci racconta: “anch’io ho un operaio rumeno, ma in regola, perché lavoro in subappalti di opere pubbliche e devo per forza metterlo in regola. Ma i lavori durano due, tre mesi, non possiamo fare contratti lunghi”. Due o tre mesi. Le parole di questi artigiani spiegano molto della morte di Florin, figlio di un operaio edile precario e lavoratore in nero, morto perché non aveva un’abitazione degna di questo nome.&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal"&gt;Anche qui si fanno sentire le conseguenze del nuovo decreto legge varato dal governo sull’onda dell’omicidio di Giovanna Reggiani a Roma. Il decreto, che introduce norme relative all’allontanamento coattivo di cittadini comunitari, finora è stato utilizzato dai prefetti soprattutto nei confronti di rom rumeni. Uno degli effetti più immediati di questo provvedimento, e della campagna stampa che lo ha accompagnato, è proprio quello di rendere i lavoratori rumeni più vulnerabili e ricattabili dai propri “padroncini”. Per questi lavoratori la situazione era in parte migliorata con l’acquisizione dello status di cittadini comunitari nel gennaio 2007: il fatto di non rischiare più il rimpatrio se privi di permesso di soggiorno ha dato loro maggiore tranquillità e potere contrattuale sui luoghi di lavoro. Il nuovo decreto fa ritornare attuale il rischio di allontanamento, seppur per motivi di “ordine pubblico”. Non resta che tacere e lavorare, a qualsiasi condizione. Lungi dal rendere “sicure” le strade di Bologna, il giro di vite anti-rumeni produce una maggiore precarietà e, per alcuni, una tendenza al ritorno alle baracche.&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal"&gt;Gli abitanti italiani della Birra convivono da lungo tempo con le baraccopoli; molti sono anche i rumeni che vivono in zona e che sono riusciti a prendere una casa in affitto. Non sarà Tor di Quinto, ma anche qui le scritte con le bombolette spray su alcuni muri – “stop immigrazione”, “via i Rumeni” – parlano chiaro. “La questione delle baraccopoli è una spina nel fianco per la popolazione locale – ci spiega un abitante della zona –. La morte di Florin può aver suscitato una piccola onda emotiva di commozione e partecipazione, ma la gente qui continua a restare indifferente, se non ostile, ai rumeni. Del resto anche tra gli italiani non è che la situazione sia un granché: la popolazione è in gran parte anziana, non esistono luoghi di ritrovo, la casa del popolo o la parrocchia non sono più da tempo luoghi di aggregazione”. La scarsa partecipazione alla cerimonia ortodossa di sabato, ma anche a quella cattolica organizzata pochi giorni prima nella parrocchia, dice molto su questa indifferenza reciproca: “qui la convivenza è impossibile – ci racconta un altro abitante – i nostri mondi sono troppo lontani. Molti che avevano comprato casa nei nuovi palazzi hanno venduto dopo due o tre anni, cercando casa nei paesi qui vicino”.&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal"&gt;Ma per &lt;st1:personname st="on" productid="la Birra"&gt;la Birra&lt;/st1:personname&gt; si sta profilando un altro futuro. Con il nuovo ampio svincolo della tangenziale e la probabile realizzazione, proprio su parte delle cave dismesse su cui oggi sorgono le baracche, di un Business Center – con hotel, negozi, uffici e un centro congressi collegati al centro città da un treno sospeso&lt;i&gt; –&lt;/i&gt; questa piccola area urbana defilata sarà trasformata in una vetrina per turisti e manager &lt;i&gt;frequent flyer&lt;/i&gt; che atterrano al Marconi. Importanti investimenti immobiliari, nuovi cantieri, gare d’appalto e necessità di trovare braccia a poco prezzo.&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/749849138119668421-7588279210662560690?l=collettivopianob.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://collettivopianob.blogspot.com/feeds/7588279210662560690/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=749849138119668421&amp;postID=7588279210662560690' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/749849138119668421/posts/default/7588279210662560690'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/749849138119668421/posts/default/7588279210662560690'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://collettivopianob.blogspot.com/2007/12/morte-bianca-funerale-di-un-bambino.html' title='&quot;Morte bianca&quot;. Funerale di un bambino europeo'/><author><name>gianluca d'errico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13211334649509385180</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-749849138119668421.post-8132474359725242901</id><published>2007-12-01T19:42:00.000+01:00</published><updated>2007-12-01T19:43:57.395+01:00</updated><title type='text'>La Fabbrica e il dragone. L'inchiesta completa</title><content type='html'>&lt;h1 style="text-align: center;" align="center"&gt;&lt;span style="font-size: 20pt; line-height: 150%;"&gt;La fabbrica e il dragone&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/h1&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: center;" align="center"&gt;&lt;b style=""&gt;&lt;span style="font-size: 14pt;"&gt;Casaralta. Inchiesta sociale su una fabbrica e il suo territorio&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;b style=""&gt;&lt;span style="font-size: 14pt;"&gt;Piano B&lt;a style="" href="#_ftn1" name="_ftnref1" title=""&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;!--[if !supportFootnotes]--&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;b style=""&gt;&lt;span style="font-size: 14pt; font-family: &amp;quot;Times New Roman&amp;quot;;"&gt;[1]&lt;/span&gt;&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;!--[endif]--&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoBodyText3"&gt;&lt;b style=""&gt;&lt;span style="font-size: 12pt;"&gt;Indice:&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Introduzione&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-indent: 35.4pt;"&gt;1. Un quartiere&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-indent: 35.4pt;"&gt;2. Officina dell’inchiesta&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-indent: 35.4pt;"&gt;3. Storia di un quartiere&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-indent: 35.4pt;"&gt;4. Storia di una fabbrica&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Parte prima – La fabbrica&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="margin-left: 35.4pt;"&gt;1. Le Officine della Resistenza, &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="margin-left: 35.4pt; text-indent: 35.4pt;"&gt;1.1. Nel corpo del quartiere&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="margin-left: 35.4pt;"&gt;2. Le spaventose e buie officine&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="margin-left: 35.4pt; text-indent: 35.4pt;"&gt;2.1. Sulla soglia&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="margin-left: 35.4pt; text-indent: 35.4pt;"&gt;2.2. Fare bene il lavoro&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="margin-left: 35.4pt; text-indent: 35.4pt;"&gt;2.2. Sopravvivere al lavoro&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="margin-left: 35.4pt; text-indent: 35.4pt;"&gt;2.4. Morire di lavoro&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="margin-left: 35.4pt;"&gt;3. La fabbrica è il dragone&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Parte seconda – Il Dragone&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-indent: 35.4pt;"&gt;1. Al passo con i tempi&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-indent: 35.4pt;"&gt;2. Il dragone che avanza&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-indent: 35.4pt;"&gt;3. Il successo come paradigma esistenziale&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-indent: 35.4pt;"&gt;4. &lt;st1:personname productid="La Cina" st="on"&gt;La Cina&lt;/st1:PersonName&gt; sotto casa&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Parte terza – La fabbrica e il centro commerciale&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-indent: 35.4pt;"&gt;1. Le Minganti si presentano&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style=""&gt;            &lt;/span&gt;2. Da Officine…&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style=""&gt;            &lt;/span&gt;3. …a “fabbrica d’incanti”&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style=""&gt;            &lt;/span&gt;4. Quale idea di riqualificazione?&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style=""&gt;            &lt;/span&gt;5. Il quartiere visto dalle Minganti&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Parte quarta – Le mani sul quartiere&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="margin-left: 35.4pt;"&gt;1. Si apre la partita: i privati&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="margin-left: 35.4pt;"&gt;2. Le istituzioni&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="margin-left: 35.4pt;"&gt;3. Laboratorio di urbanistica partecipata&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="margin-left: 35.4pt;"&gt;4. Fare i conti con l’oste&lt;/p&gt;  &lt;b&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; font-family: &amp;quot;Times New Roman&amp;quot;;"&gt;&lt;br /&gt; &lt;/span&gt;&lt;/b&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;b&gt;Introduzione &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;b&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;b&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;b&gt;1. Un quartiere &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoBodyTextIndent" style=""&gt;&lt;span style=""&gt;Un quartiere può essere molte cose: una sezione particolare all’interno di un tessuto urbanistico cittadino più ampio, un’unità amministrativa che permette un governo del territorio più capillare da parte del Comune, il contenitore di un frammento trasversale della multiforme popolazione di una città. E in parte il quartiere Navile di Bologna è tutto questo.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;Ma approfondendo lo sguardo esiste anche un’altra dimensione, non facilmente visibile perché oggi in dissolvenza, che si definisce nella trama di storie, esperienze e traiettorie di vita dei singoli e delle collettività che hanno attraversato o segnato in modo rilevante questo spazio. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;Il mondo in dissolvenza è il quartiere operaio, le fabbriche che dalla Seconda Guerra Mondiale ne hanno caratterizzato la fisionomia sociale, architettonica ed urbanistica.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;La socialità diffusa che ha legato i mondi operai e la vita quotidiana dei suoi abitanti, declinata dentro gli avvenimenti storici e politici locali, nazionali e globali, permette di intravedere come materialmente si è costituita l’identità di questo territorio urbano almeno fino alla fine degli anni Settanta.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;È senso comune che questo sia uno dei quartieri operai per eccellenza di Bologna, perché l’industrializzazione fu un processo determinante per l’espansione dei confini urbani oltre le Mura storiche, in quella prima periferia che partiva alle spalle delle linee ferroviarie e della stazione e si estendeva verso le campagne e la pianura. Via Ferrarese, via di Saliceto, via di Corticella sono tre arterie che da Piazza dell’Unità risalgono appunto verso nord, verso la pianura; esse definiscono un perimetro industriale che ha dato negli anni specificità a questa parte della città, conosciuta con il nome di Casaralta, e che oggi fa parte del piu’ ampio quartiere Navile. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;In questa zona, a partire dai primi anni del ‘900, sorsero diverse industrie meccaniche: ACMA, Minganti, Cevolani, Sasib. Alcune di esse producevano e riparavano materiale rotabile, in un momento in cui lo sviluppo economico e commerciale del Paese era una scommessa che si giocava sul potenziamento delle linee di scambio e trasporto ferroviario e gli investimenti statali sostenevano questa tendenza: nascono così le Officine Nobili, dove nel 1895 inizia tutta la produzione di rotabili a Bologna, la Fervet, le Officine Grandi Riparazioni e le Officine Sigma (poi Officine di Casaralta).&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;Durante la Guerra, la presenza di industrie ed attività cruciali nel sostegno allo sforzo bellico del Regime determinò sia il controllo quotidiano degli apparati fascisti sul quartiere, sia l’insofferenza dei lavoratori costretti a ritmi e turni di lavoro estenuanti, penalizzati dalla politica di bassi salari e dal sistema del cottimo.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;Poi arrivarono gli anni della ricostruzione e del boom economico, dell’ondata migratoria dopo le alluvioni che sommersero ripetutamente i paesi della pianura (la più rovinosa quella del Polesine del 1951). I decenni successivi alla Guerra sono il momento di piu’ marcata crescita industriale nella zona della Casaralta; attorno alle fabbriche crescevano le residenze per i lavoratori e il quartiere assunse una spiccata identità operaia, segnata da diversi periodi di forte conflittualità sociale. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;Poi il lento declino degli anni Ottanta, quando questo mondo produttivo e sociale, all’apparenza compatto, iniziò a disgregarsi in mille frammenti. La rottura dell’equilibrio che si era creato fra i due spazi, fabbrica e quartiere, ha determinato una profonda alterazione del ritmo della vita quotidiana di operai e residenti, non più scandita dagli orari del lavoro industriale e del suo indotto commerciale. Le tradizionali strutture comunitarie della socialità operaia si indeboliscono (circoli ricreativi e culturali, associazioni sportive amatoriali, piccole sezioni del Partito comunista) e, quando resistono, assomigliano più a presidi residuali del passato che luoghi in trasformazione. Non a caso, ad animarli sono soprattutto i cittadini anziani del quartiere, che tuttavia sembrano oggi gli abitatori di un territorio che essi percepiscono come irriconoscibile.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;Non è minore il disorientamento di chi lavora con contratti precari e a tempo determinato nei negozi delle “gloriose” Officine Minganti, oggi divenute un centro commerciale, e nelle attività terziarie della zona: dispersione urbanistica, incapacità di tessere i fili interrotti del territorio e della sua storia, opacità sociale di un lavoro che non offre più una struttura di senso in cui inserire la propria esperienza individuale e collettiva lasciano un’impressione di “vuoto” in molte delle persone che abbiamo incontrato nel corso della nostra inchiesta.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;Mentre questi processi erano in atto, nello stesso nodo di strade della Bolognina (territorio storico anch’esso facente parte del quartiere Navile) si è iniziata a stratificare una nuova presenza, enigmatica e silente, visibilmente in espansione: la &lt;i&gt;china town&lt;/i&gt; della città. L’interazione fra i cinesi e gli “indigeni” del quartiere da molti residenti di entrambe le nazionalità è percepita come debole, se non inesistente, a causa di difficoltà oggettive come quelle linguistiche, da diffidenza culturale e dal particolare stile migratorio dei cinesi, che tendono ad innestarsi nei circuiti economici locali con attività commerciali autonome, servendosi esclusivamente di manodopera connazionale&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;Nella Bolognina, su una stessa strada, via Ferrarese, si confrontano tre diverse culture del lavoro e tre mondi sociali ad esse correlati.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;Quella declinante e “malinconica” dell’operaio di mestiere, sindacalizzato, con una forte identità politica e con un chiaro riconoscimento sociale in termini di diritti e welfare: un mondo non esente da contraddizioni politiche a volte drammatiche per i suoi “costi” umani (le nocività legate alle attività industriali), ma per molti anni capace di coniugare insieme le lotte per il salario, per una maggiore giustizia sociale e per la democrazia.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;Quella mutante e fragile del lavoratore terziario, di consistenza flessibile, “gommosa”, impermeabile al territorio e alla sua trama sociale, serializzata e replicante nei suoi attraversamenti quotidiani del quartiere, in cui spesso non risiede, che guadagna come un proletario del sud del mondo e consuma come un abitante di uno qualsiasi dei privilegiati “paesi a capitalismo maturo”. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;Infine, c’è quella tacita ed operosa del lavoratore cinese: instancabile cucitore di borse, scarpe e pellami dietro le vetrine appannate dei laboratori che punteggiano la zona; sempre alle prese con carico e scarico di merci e per strada a fare segnali per agevolare le manovre dei tir in arrivo ed in partenza; proprietario di botteghe alimentari di alghe, pesci e funghi disidratati, liofilizzati, inscatolati e in salamoia. Che sia ristoratore o manovale alla catena di montaggio continua dell’import-export delle produzioni a basso costo ed alto sfruttamento, il suo sogno di successo, cioè di uno spettacolare e rapido arricchimento economico, è individuale, ma l’allucinatorio mito capitalistico che lo nutre è collettivo e sta alla base di ogni “lunga marcia” dalla Cina verso l’Italia.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;Con questa inchiesta abbiamo voluto provare a fare due cose: descrivere le trasformazioni in atto attraverso le storie, i racconti e le parole di chi ha vissuto e vive il quartiere e suggerire una passeggiata per le sue strade con uno sguardo più intenso. Uno scrutare quasi, per analizzare il presente e riuscire a intravedere quale sarà il futuro possibile.&lt;/p&gt;  &lt;span style="font-size: 12pt; line-height: 150%; font-family: &amp;quot;Times New Roman&amp;quot;;"&gt;&lt;br /&gt; &lt;/span&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%;"&gt;&lt;b style=""&gt;2. &lt;span style=""&gt;Officina dell’inchiesta &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;b&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;Questa ricerca è stata progettata, condotta e discussa da un gruppo di apprendisti del mestiere dell’osservazione del quotidiano e dei suoi luoghi.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;Al centro dei nostri interessi c’è la città, il senso delle sue trasformazioni, la raccolta delle storie di chi la abita, la attraversa o vi approda come tappa di un viaggio piu’ lungo.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;Il luogo di partenza dell’inchiesta sono le Officine di Casaralta, situate tra via Ferrarese e via Stalingrado, e il territorio circostante.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;Nonostante l’apparente distanza delle realtà e delle traiettorie di vita che abbiamo cercato di raccontare e seguire nelle loro trasformazioni (la dismissione industriale, l’esperienza degli operai, la comunità cinese, la metamorfosi di uno spazio urbano di frontiera), il filo della trama è chiaramente costituito dallo svolgersi di tutte queste vicende dentro un reticolo di strade che incrociano, costeggiano o camminano lungo l’area in cui sorgono le Officine di Casaralta.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;Inizialmente (a partire dal luglio 2006), abbiamo condotto alcune interviste a “testimoni privilegiati”, al fine di approfondire a grandi linee le tematiche che stavamo individuando: abbiamo incontrato un funzionario sindacale della Fiom bolognese, l’avvocato e il medico che hanno seguito, dal punto di vista rispettivamente sindacale, legale e sanitario, le vicende degli operai morti per malattie causate dall’amianto nella Casaralta. In questa fase sono stati individuati, e in parte visionati, alcuni materiali d’archivio e statistici: i faldoni del processo relativo all’amianto in Casaralta; materiali d’archivio della Fiom; letteratura medica sull’amianto.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;Successivamente abbiamo iniziato il nostro “sbarco” nella Bolognina, cercando testimoni diretti della vita e della storia, delle strade e dei luoghi che abbiamo scelto come campo dell’inchiesta: abbiamo così conosciuto e familiarizzato con un gruppo di anziani abitanti del quartiere incontrati frequentando il Centro Sociale Montanari, i circoli del dopolavoro, i bar e le sedi di partito. Ci siamo lentamente ritrovati dentro una fitta rete di relazioni sociali, di presentazioni e conoscenze che ci hanno consentito, grazie alla grande disponibilità e apertura nei nostri confronti da parte delle persone incontrate, di raccogliere le storie di vita e discutere con decine di operai e delegati sindacali delle fabbriche del quartiere (oltre Casaralta anche Minganti, Sasib, Manifattura Tabacchi) di diverse generazioni.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;Grazie a loro abbiamo approfondito in particolare i temi della vita di fabbrica: gli aspetti produttivi, la socialità e la “comunità operaia”, le lotte dei diversi periodi, la figura del “padrone”, i rapporti tra fabbrica e quartiere, il tema della sicurezza e della qualità della vita in fabbrica; i rapporti con le altre aziende dell’area, la vicenda della chiusura.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;Abbiamo poi intervistato e interrogato a varie riprese gli amministratori pubblici (presidente di quartiere, assessore regionale alle attività produttive, assessore comunale all’urbanistica, pianificazione territoriale, casa), con i quali sono stati affrontati temi relativi alla storia (politica, sociale, urbanistica, economico-produttiva) di Bologna e del quartiere Navile; abbiamo ascoltato il parere delle istituzioni rispetto all’area in questione, interrogato urbanisti e architetti a vario titolo coinvolti in alcuni progetti di riqualificazione o progettazione urbana.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;Abbiamo inoltre partecipato a gran parte delle iniziative pubbliche di presentazione e discussione dei piani urbanistici dei rappresentanti di Comune e Quartiere insieme agli abitanti del Navile e dell’intera città. Abbiamo assistito a congressi per “addetti ai lavori” che prevedevano discussioni pubbliche fra attori economici (imprese costruttrici, cooperative edilizie e consorzi), esperti (urbanisti, architetti, animatori dei laboratori di urbanistica partecipata) e rappresentanti politici su questioni legate ad appalti e opere pubbliche.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;Per quanto riguarda l’incontro con gli immigrati di nazionalità cinese presenti sul territorio del quartiere, abbiamo discusso sia con ristoratori, medici, commercianti, giovani studenti cinesi sia con testimoni privilegiati quali il responsabile Cna del quartiere e due sinologhe. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;Le interviste sono state registrate su audiocassetta o minidisk. In diversi casi sono state anche videoregistrate, al fine di realizzare un documentario sul quartiere, che vuole raccontare visivamente alcuni degli aspetti affrontati nell’inchiesta. Alcune delle interviste sono state effettuate da singoli componenti del gruppo, altre sono state condotte collettivamente; in alcuni casi, le persone contattate sono venute a trovarci nel corso delle nostre riunioni settimanali, altre volte siamo andati a casa degli intervistati o li abbiamo incontrati nei luoghi (bar, circoli ricreativi, sedi di partito) da loro frequentati. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;Le interviste con gli amministratori e, in parte, quelle con i testimoni privilegiati erano volte soprattutto al reperimento di informazioni e dati sui temi dell’inchiesta; altre, quelle agli anziani, agli operai, ai delegati sindacali, agli immigrati, volevano ottenere, più che informazioni, dei veri e propri racconti, delle narrazioni di esperienze vissute e, a volte, intere storie di vita. Si è trattato, insomma, di interviste libere, narrative, nelle quali si è cercato di rendere il più possibile informale il rapporto tra intervistatori e intervistati. In alcuni casi vi sono stati due o più incontri con la medesima persona. Durante alcune interviste abbiamo chiesto esplicitamente opinioni, giudizi, consigli rispetto ai temi e alle questioni dell’inchiesta, ritenendo importante non solo raccogliere e successivamente analizzare i racconti, ma anche discutere i nodi del nostro lavoro di ricerca. L’inchiesta si è poi avvalsa di una serie di materiali fotografici, d’archivio e video, privati e non, così come di scritti e memorie non pubblicati, volantini e documenti d’epoca, mappe urbanistiche e cartine del territorio. Accanto a questo lavoro è stata prodotta anche una galleria fotografica dei luoghi del quartiere.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;Non abbiamo la pretesa di esprimere, attraverso questo lavoro, una visione esaustiva del territorio in questione, piuttosto generare una discussione, a volte dolorosa, sull’identità attuale del quartiere era il nostro obiettivo. Essere divenuti parte della vita del quartiere è stato un risultato insperato, di cui dobbiamo ringraziare tutti coloro che per un anno intero ci hanno lasciato entrare nelle loro vite e che hanno accettato di farsi coinvolgere nei nostri&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;vagabondaggi e nelle nostre curiose esplorazioni per la Bolognina.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;In particolare ringraziamo Guido Canova, Stefano Scaramazza, Cesare Poggioni, Carlo Bondioli, Gino Corazza, Elio Vigarani, Pino Barillari, Leopoldo del Circolo Arci-Fontana, Lia Amato, Valentino, Alex e Pao, Dottor Ping, Claudio Mazzanti, Livia Vezzani, Giuseppe “Sergio” Tosi, Giacomino Simoni, Alessandro Gamberini, Simone Sabatini, Carlo Santacroce, Giovanni Ginocchini, Liviana Tosi, Lele Marsili.&lt;span style=""&gt;   &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;span style="font-size: 12pt; line-height: 150%; font-family: &amp;quot;Times New Roman&amp;quot;;"&gt;&lt;br /&gt; &lt;/span&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%;"&gt;&lt;b style=""&gt;3. &lt;span style=""&gt;Storia di un quartiere&lt;/span&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;Nel 1919 l’imprenditore bergamasco Carlo Regazzoni, che aveva svolto mansioni dirigenziali in fabbriche come la Breda, &lt;st1:personname productid="la Societ￠" st="on"&gt;la Società&lt;/st1:PersonName&gt; officine ferroviarie italiane, la Fervet, rileva lo stabilimento “Sigma” nel territorio della Casaralta, una porzione di periferia nell’area della Bolognina. Nascono così le Officine di Casaralta .&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;Il capoluogo emiliano, fino all’Unificazione d’Italia, soprattutto nei suoi territori più periferici, era connotato per lo più come grande mercato locale. Solo dopo il &lt;st1:metricconverter productid="1861, in" st="on"&gt;1861,  in&lt;/st1:metricconverter&gt; funzione del suo essere nodo ferroviario e passaggio obbligato per le principali linee di comunicazione fra il nord e il sud del Paese, si trasforma in centro commerciale di importanza nazionale. La popolazione, che fino ad allora si assestava sulle centomila unità tra città e contado, a cominciare dal 1861 inizia a crescere nell’ordine di un migliaio di abitanti all’anno. &lt;span style="line-height: 150%;"&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;Le prime grandi trasformazioni del tessuto urbano bolognese non a caso avvengono negli anni successivi all’Unificazione, soprattutto all’interno dell’area del centro storico: seguendo le indicazioni del Piano regolatore del 1889, per due decenni questo territorio sarà teatro di lavori di ridisegno e riqualificazione urbana.&lt;a style="" href="#_ftn2" name="_ftnref2" title=""&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;!--[if !supportFootnotes]--&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; font-family: &amp;quot;Times New Roman&amp;quot;;"&gt;[2]&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;!--[endif]--&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt; Queste trasformazioni, per tutto l’Ottocento, si limitano unicamente alle aree centrali: nelle zone limitrofe, infatti, si formano solo modesti aggregati urbani, specialmente in vicinanza delle Porte, che vengono progressivamente demolite a cominciare dal 1902.&lt;a style="" href="#_ftn3" name="_ftnref3" title=""&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;!--[if !supportFootnotes]--&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; font-family: &amp;quot;Times New Roman&amp;quot;;"&gt;[3]&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;!--[endif]--&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;Solo quando la città satura le aree libere all’interno della cerchia murata inizia un’intensa attività edilizia nel territorio periurbano. Due saranno le forme urbanistiche più usate: la prima, la città giardino, ovvero agglomerati di villette a due o tre piani, di elegante architettura e con giardino privato, per lo più edificate lungo i viali di circonvallazione, nella zona alta della città; la seconda, la casa popolare: ovvero grandi palazzi costituiti da decine di appartamenti realizzati secondo criteri intensivi, ancora visibili nei terreni fuori dalle mura, e costruiti per opera di enti pubblici e società cooperative quali l’Istituto Autonomo Case Popolari, &lt;st1:personname productid="la Societ￠ Cooperativa" st="on"&gt;la Società Cooperativa&lt;/st1:PersonName&gt; per la costruzione e il risanamento di case per gli operai, &lt;st1:personname productid="la Banca Popolare" st="on"&gt;la Banca Popolare&lt;/st1:PersonName&gt; di Bologna e Ferrara. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;Dopo l’Unificazione, iniziano a nascere, dalle ceneri dei numerosi laboratori artigiani concentrati nella città vecchia, fabbriche che in poco tempo assumono importanza nazionale, dopo aver trasferito le loro sedi in periferia al fine di ingrandire gli impianti produttivi: aziende metalmeccaniche come Ducati, Giordani, Minganti, Sasib; ma anche aziende alimentari e grafiche. La maggior parte si sviluppa intorno a via Emilia Ponente, la via di comunicazione più significativa, ed a nord della Stazione Centrale, in virtù del potere attrattivo della ferrovia nei riguardi degli insediamenti industriali.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;Le Officine di Casaralta sorgono tra via Ferrarese e l’odierna via Stalingrado, ai margini di un’area, quella della Bolognina appunto, che conta una&lt;span style="line-height: 150%;"&gt; superficie &lt;/span&gt;di &lt;st1:metricconverter productid="475 ettari" st="on"&gt;475 ettari&lt;/st1:metricconverter&gt;, di poco superiore a quella complessiva del centro storico – &lt;st1:metricconverter productid="435 ettari" st="on"&gt;435 ettari&lt;/st1:metricconverter&gt; – ed è delimitata dagli impianti ferroviari della Stazione Centrale a sud, dal canale Navile a ovest, dalla tangenziale a nord e da via Stalingrado a est. Casaralta, del resto, è solo uno dei tanti nuclei urbani che compongono questa vasta area, tra cui Arcoveggio, &lt;st1:personname productid="la Zucca" st="on"&gt;la Zucca&lt;/st1:PersonName&gt;, Ca’ de’ fiori, Battiferro, I due Pozzi, Caserme Rosse. Oggi, dopo che gran parte di questi territori è stata unificata nel quartiere Navile, è possibile studiare questa zona come una periferia ininterrotta che impedisce di tracciare limiti precisi tra un’area e un’altra, visto che le espansioni urbane successive al 1919 salderanno fra loro i vecchi borghi. &lt;span style="line-height: 150%;"&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;st1:personname productid="la Bolognina" st="on"&gt;La Bolognina&lt;/st1:PersonName&gt; è sempre stata percepita e rappresentata come un territorio popolare in conseguenza degli alti casamenti disposti su una maglia di strade che si intersecano ad angolo retto. Casaralta, in particolare, acquisirà già dai primi anni Venti le caratteristiche del nucleo più industriale dell’area della Bolognina: in questo territorio, all’inizio del Novecento, verranno installati, oltre alle Officine di Casaralta, altri importanti stabilimenti, quali il Carnificio militare, lo stabilimento Longo e le Officine Minganti, che trasformeranno il nucleo urbano in un borgo operaio. Ancora oggi, il modo di denominare questi territori usato dagli abitanti del quartiere non corrisponde pienamente a quello degli urbanisti e degli amministratori locali, ma ricorda le vecchie divisioni in rioni. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoBodyText"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoBodyText"&gt;L’attuale quartiere Navile è composto di tre rioni: Lame, Bolognina e Corticella. Bolognina, divisa a sua volta in Bolognina classica, Casaralta, Arcoveggio, Montovolo. Si tratta del primo rione di Bologna. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoBodyText"&gt;[Claudio Mazzanti, Presidente del quartiere Navile, intervista &lt;st1:date ls="trans" month="10" day="10" year="2006" st="on"&gt;10 ottobre 2006&lt;/st1:date&gt;]&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt; line-height: 150%;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;Fino alla metà dell’Ottocento il territorio suburbano di Bologna è principalmente campagna coltivata a perdita d’occhio e punteggiata di sparse case coloniche. Sarà la costruzione della Stazione Centrale a modificare radicalmente il territorio della Bolognina. Dal 1859 al 1866 Bologna si collega alle maggiori città italiane: Milano, Ancona, Firenze, Roma. Nel 1871 viene costruito l’edificio della stazione e sorgono numerose officine per la riparazione del materiale ferroviario nell’odierna via de’ Carracci. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;Il piano di ridisegno urbano comincerà solo dopo la demolizione della cerchia muraria nel 1902: il Comune, per realizzare la fitta maglia di strade progettata nel Piano regolatore del 1889, compera parte dei terreni della Bolognina. Il primo palazzo costruito nel neo-quartiere sarà in via Tiarini, ad opera della Cooperativa per la costruzione ed il risanamento di case per gli operai nel 1906. Nel 1907, per iniziativa della Banca Popolare di Bologna e Ferrara, vengono costruite in via Carracci tre case popolari. La prima casa dello I.A.C.P. risale, invece, al 1908. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;Bologna in questo periodo continua a crescere demograficamente; nel 1940 supererà i 300.000 abitanti. Tra le due Guerre, inoltre, viene aperta &lt;st1:personname productid="la Direttissima" st="on"&gt;la Direttissima&lt;/st1:PersonName&gt;, l’asse fondamentale delle comunicazioni tra Roma e Milano, vengono edificate nuove sedi per istituti scientifici e universitari, nascono &lt;st1:personname productid="la Scuola" st="on"&gt;la Scuola&lt;/st1:PersonName&gt; di Ingegneria e il Mercato ortofrutticolo. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;Durante &lt;st1:personname productid="la Guerra" st="on"&gt;la  Guerra&lt;/st1:PersonName&gt; gli alleati bombardano &lt;st1:personname productid="la Bolognina" st="on"&gt;la Bolognina&lt;/st1:PersonName&gt; per la presenza della stazione e delle fabbriche. Dopo &lt;st1:personname productid="la Guerra" st="on"&gt;la Guerra&lt;/st1:PersonName&gt; si ricostruisce sul vecchio modello, si ricostruiscono le stesse fabbriche. Il modello resta in piedi fino alla metà degli anni Settanta […]. Le ondate migratorie non si arrestano. I primi dalla bassa ferrarese in seguito alle alluvioni. Poi dalle campagne e poi dal Meridione. Non ci sono mai stati problemi d’accoglienza, perché a Bologna non c’erano le grandi fabbriche da 10 mila operai, ma da 800 o mille e comunque si trattava sempre di manodopera specializzata. Gli operai immigrati passavano prima dagli artigiani quando avevano imparato il mestiere, finito l’apprendistato, eri un fresatore le tue mani valevano oro e andavi a lavorare in Minganti. Ottime scuole professionali Non finivano di studiare e già c’erano le richieste, non esisteva disoccupazione. La periferia uniforme, costituita da schiere di case a tre o più piani, tutte simili tra loro, tipica dell’area della Casaralta e dell’Arcoveggio, prende forma in questo periodo storico – i palazzi in questo caso sostituirono interamente le villette a due piani dato che i terreni si facevano sempre più costosi.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;[Claudio Mazzanti, &lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;intervista cit.&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;]&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt; line-height: 150%;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;Negli anni Cinquanta, in effetti, la città conosce un nuovo boom: la popolazione nel 1960 ammonterà a circa 440.000 unità, non solo a causa dei tradizionali arrivi dalla Provincia, ma soprattutto grazie ai consistenti flussi migratori dal ferrarese, dal Polesine e dal Meridione. Nasce, inoltre, il quartiere fieristico, viene costruita la tangenziale, vengono edificati nuovi quartieri residenziali ad iniziativa pubblica e privata. Negli anni Sessanta, saranno soprattutto i comuni del comprensorio e le aree periferiche della città a crescere, a causa dell’arrivo di numerosi immigrati che non riescono a trovare un alloggio economico in centro, e del decentramento di molti stabilimenti industriali nell’hinterland al fine di ingrandire le strutture produttive: queste ultime potranno così attingere a riserve di manodopera d’origine contadina, continuando ad utilizzare manodopera specializzata e qualificata abitante in città.&lt;a style="" href="#_ftn4" name="_ftnref4" title=""&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;!--[if !supportFootnotes]--&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; font-family: &amp;quot;Times New Roman&amp;quot;;"&gt;[4]&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;!--[endif]--&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt; &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;h1&gt;4. Storia di una fabbrica&lt;/h1&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;“L’orientamento produttivo delle Officine è fin dai primi passi volto alla ‘costruzione e riparazione di carri e vetture per ferrovie e tranvie, a trazione a vapore o elettrica, di materiale fisso e di costruzioni meccaniche e metalliche in genere’, come si legge nell’atto costitutivo. La centralità del capoluogo emiliano nel sistema delle comunicazioni nazionali costituisce l’orizzonte di tale sviluppo”.&lt;a style="" href="#_ftn5" name="_ftnref5" title=""&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;!--[if !supportFootnotes]--&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt; font-family: &amp;quot;Times New Roman&amp;quot;;"&gt;[5]&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;!--[endif]--&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt; &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt; line-height: 150%;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;Le Officine di Casaralta, sin dai primi anni di vita, saranno connotate da una serie di caratteristiche che ne accompagneranno a lungo la storia: in particolare, la forte dipendenza dalle commesse statali per quanto riguarda la produzione – aspetto caratteristico del settore industriale che produce materiale rotabile – condizionerà la vita delle Officine non solo per gli aspetti più immediatamente produttivi, ma anche per la necessità di politiche imprenditoriali attente sia ai rapporti con il potere politico – locale e nazionale durante il fascismo, soprattutto nazionale nel dopoguerra – sia alla partecipazione a consorzi per l’ottenimento di commesse. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;Le Officine attirano da subito forza lavoro dalle aree agricole limitrofe. La fabbrica cresce di importanza con il passare degli anni, anche grazie al legame tra Regazzoni e il ras Arpinati, figura di spicco del regime fascista. Alla vigilia della Guerra, le Officine impiegano 700 persone, e le commesse belliche garantiscono la sopravvivenza, anche a causa di una parziale riconversione della produzione. Nel dopoguerra la necessità della riparazione di carri ferroviari garantisce lavoro, ma dal 1948-49 si regista una brusca inversione di tendenza. La crisi esplode nel 1950: &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;“Dal febbraio 1950 alla Sigma (Officine Casaralta di Bologna) i lavoratori conducevano un’azione sindacale per ottenere una rivalutazione dei salari, adottando la tattica di attuare brevi scioperi intermittenti (detti a ‘singhiozzo’). Senza dare alcun segno premonitore il 19 maggio la direzione della Sigma, con un avviso all’interno dello stabilimento, annuncia la liquidazione dell’azienda ed il licenziamento in tronco di tutti i dipendenti, ben 700, tra impiegati e operai”&lt;a style="" href="#_ftn6" name="_ftnref6" title=""&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;!--[if !supportFootnotes]--&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt; font-family: &amp;quot;Times New Roman&amp;quot;;"&gt;[6]&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;!--[endif]--&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt; &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style="line-height: 150%;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;Dopo tre mesi di occupazione dello stabilimento da parte dei lavoratori e l’interessamento delle istituzioni locali, fa seguito la riapertura, ma solo una parte dei licenziati saranno assunti; a restare fuori sono i lavoratori più politicizzati. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;La fase successiva sarà caratterizzata da maggiori investimenti per l’innovazione tecnologica e dal tentativo – in parte riuscito, nonostante inizino a manifestarsi scelte governative che penalizzano i trasporti ferroviari a favore dell’automobile – di svolgere attività di costruzione di materiale rotabile più che lavori di riparazione, fino a quel momento preponderanti. A questo fine le commesse pubbliche sono ancora una volta fondamentali. &lt;span style="color: rgb(51, 102, 255);"&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;Negli anni Novanta inizieranno a manifestarsi i segnali di crisi: da un lato la crisi riguarda l’intero settore produttivo del materiale rotabile (legata alle politiche statali rispetto ai trasporti su ferro) e porta alla chiusura di tante imprese importanti (dalle Reggiane nel 1989 alla Stanga di Padova nel 2003) e alla vendita a investitori stranieri di altrettante (la Fiat ferroviaria, la Brown Boveri). Dall’altro lato, la posizione geografica delle Officine di Casaralta rende l’area più redditizia ai fini della speculazione edilizia che non della produzione industriale. La proprietà, dunque, decide di sacrificare quella che forse era la migliore azienda del gruppo dal punto di vista tecnologico e produttivo e di vendere il terreno ad imprenditori immobiliari marchigiani.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoBodyText"&gt;&lt;span style=""&gt;Questo c’è stato fino agli anni ’90, poi mancarono gli investimenti, e come azienda ci siamo consorziati con Firema, siamo diventati un gruppo; lì dagli anni ’90 fino ad arrivare al ’98 ci furono continue difficoltà, si lavorava senza prospettive generali. Facevamo commesse per le Ferrovie ma erano insufficienti; iniziarono i periodi di cassa integrazione. Iniziammo a fare commesse per &lt;st1:personname productid="la Francia" st="on"&gt;la Francia&lt;/st1:PersonName&gt;, dove noi facevamo solo gli scheletri delle vetture che poi venivano rifinite in Francia. Da lì ci siamo barcamenati ma si vedeva che non c’era futuro. Addirittura abbiamo fatto i tram per Manchester. Solo che eravamo sempre in difficoltà perché c’erano i saldatori che lavoravano, poi andavano in cassa integrazione, ed entravano a lavorare i verniciatori; insomma un lavoro a singhiozzo in una situazione in cui la fabbrica non era mai a pieno regime. Dai 500 che eravamo negli anni ’80 il personale calava. Poi eravamo diventati Firema dove c’era una parte di Ansaldo che era in Finmeccanica. Nel 1997 si è iniziato a parlare di mobilità e di chiusura. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoBodyText"&gt;&lt;span style=""&gt;[Guido Canova, &lt;/span&gt;operaio Casaralta dal 1963 al 1998; delegato sindacale Fiom. Intervista 13 settembre 2006&lt;span style=""&gt;]&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;L’occupazione della fabbrica da parte degli operai nel 1998 non ne impedisce la chiusura; parte dei capannoni vengono utilizzati fino al 2003 dalla Casaralta componenti, nella quale continua a lavorare una piccola parte degli operai. Dal 2003, l’intera area è dismessa, per un certo periodo minacciata di sequestro dalla magistratura nell’ambito del processo sull’amianto, la cui nocività è stata segnalata agli operai solo nel periodo prossimo alla chiusura delle Officine. Mentre imprenditori e politici discutono e progettano la bonifica dall’amianto e la riconversione, gruppi di immigrati cominceranno ad utilizzare i capannoni come rifugio precario.&lt;/p&gt;  &lt;span style="font-size: 12pt; line-height: 150%; font-family: &amp;quot;Times New Roman&amp;quot;;"&gt;&lt;br /&gt; &lt;/span&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%;"&gt;&lt;b style=""&gt;&lt;span style="line-height: 150%;"&gt;Parte prima – La fabbrica&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%;"&gt;&lt;b style=""&gt;&lt;span style="line-height: 150%;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%;"&gt;&lt;b style=""&gt;&lt;span style="line-height: 150%;"&gt;1. Le &lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;officine della Resistenza&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;Sono nato alla “casa buia”, una piccola frazione povera di via Arcoveggio a un chilometro dal centro di Bologna […] La mia era una famiglia di fornaciai. Allora i fornaciai erano costretti a lavorare soltanto d’estate perché l’essiccazione del materiale avveniva solo con il sole [...] ho frequentato la quinta elementare con notevole fatica… i miei familiari, come tutti i soci della cooperativa fornaciai, erano, diventarono antifascisti. [...]. La cooperativa era nata molti anni prima, nel 1910/20, e pian piano si era formata in piccola azienda. Poi, acquisendo redditi, si mise in condizione di acquistare le fornaci della Stanzani-Levi. Le rimodernò e iniziò una attività piuttosto importante. Dopo avvertì l’opportunità di creare una nuova azienda più moderna e costruì la fornace “nuova”. I fascisti volevano appropriarsi della cooperativa non solo perché era fonte di reddito ma anche per avere in mano degli strumenti economici. Uno di questi era Poluzzi, che costruì in via Barbieri le cosiddette Case Poluzzi. Voleva conquistare la proprietà della fornace e coinvolse anche &lt;st1:personname productid="la Prefettura. Ma" st="on"&gt;la Prefettura. Ma&lt;/st1:PersonName&gt; i fornaciai non volevano cadere nelle mani dei fascisti. Ecco perché si trovavano nel reparto artistico a discutere e a fare assemblee. Non c’era nessun iscritto al fascio dei soci della cooperativa, e allora, per coprirsi un po’, decisero che almeno uno doveva iscriversi. Di duecento, trecento soci. Fecero una assemblea e decisero chi doveva iscriversi. Era un dovere nell’interesse della cooperativa. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;[Elio &lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;“Marinaio” &lt;span style=""&gt;Vigarani, &lt;/span&gt;partigiano della 7° GAP; dal 1949 al 1960 presidente della Cooperativa Fornaciai, poi dirigente di altre cooperative bolognesi. Intervista &lt;st1:date ls="trans" month="10" day="31" year="2006" st="on"&gt;31 ottobre 2006&lt;/st1:date&gt;]&lt;span style=""&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style="color: blue;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;L’antifascismo e &lt;st1:personname productid="la Resistenza" st="on"&gt;la Resistenza&lt;/st1:PersonName&gt; si intrecciano nella Bolognina attraverso le esperienze materiali degli abitanti e degli operai nelle fabbriche, che nella condivisione della povertà aggravata dalla guerra trovano le ragioni e la spinta per un rifiuto politico del regime e delle condizioni di vita che impone.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;Io sono nato nel &lt;st1:metricconverter productid="1919. Mi" st="on"&gt;1919. Mi&lt;/st1:metricconverter&gt; sono laureato in quinta elementare con grande fatica perché i maestri della scuola elementare di Corticella, quando c’erano ricorrenze fasciste, pretendevano che indossassi la camicia nera. Io non l’avevo e quindi mi prendevo degli scapaccioni o mi rimandavano a casa. Mia madre era disperata perché voleva che raggiungessi almeno la quinta elementare e allora, non avendo i denari per acquistare stoffa nera, demolì un vecchio ombrello che era…non proprio nero ma era scuro e mi costruì una piccola camicetta che mi consentì di raggiungere la quinta elementare. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;[Elio Vigarani, intervista cit.]&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;Con le organizzazioni sindacali rese clandestine e nella estrema difficoltà di avanzare rivendicazioni attraverso i sindacati “di regime”, si lavora in condizioni di lavoro estremamente dure, per il pasto quotidiano.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;Un inconveniente piuttosto grosso erano i turni di lavoro. A volte mi riuscivano anche bene… i turni si prolungavano spesso come orario da &lt;st1:time hour="0" minute="0" st="on"&gt;mezzanotte&lt;/st1:time&gt; alle tre di notte, anche se si era pagati un sovrappiù. Da Minganti c’era la mensa. È stata una delle prime ditte ad avere la mensa in fabbrica. In quel tempo c’era la tessera sul pane, sull’olio, sui grassi e che era indispensabile per comprare queste cose. Era un aiuto non piccolo. Io e mio fratello più di una volta si usciva alle tre di notte con il riso nella nostra scodella. Il riso rimasto in mensa dall’altro turno… lo portavamo a casa in una gavetta. Dormivamo tutti e due in un letto e la mattina ci si svegliava e la nostra colazione era quel nostro riso appoggiato sulla finestra. Questa era la vita che si faceva alle Minganti.&lt;span style=""&gt; Poi la pacchia&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt; è finita perché Minganti ha chiuso perché costretto dai tedeschi a spostare l’attività a Palazzolo sull’Oglio. Era il 1943 ed io ero troppo piccolo per andare da solo senza la famiglia così lontano &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;[&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;Giuseppe “Sergio” Tosi, operaio Minganti 1941-43, Casaralta 1944-50; licenziato politico; poi operaio in fabbriche minori dal ’51 al ’52 e dal ’62 all’81; inserviente all’ospedale &lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;Sant’Orsola dal ’52 al ’62. Intervista &lt;st1:date ls="trans" month="11" day="7" year="2006" st="on"&gt;7 novembre 2006&lt;/st1:date&gt;].&lt;span style=""&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoBodyTextIndent"&gt;Le fabbriche ed i luoghi di lavoro sono anche le “officine” dove l’antifascismo viene discusso, trasmesso, organizzato e dove concretamente diventa pratica di resistenza e di lotta attiva, anche attraverso i sabotaggi delle produzioni per l’esercito, la sottrazione di materiale per la fabbricazione di armi e ordigni per i partigiani.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;Per circa due o tre anni feci il fornaciaio [...]. Il reparto artistico della cooperativa fornaciai era sede di incontri antifascisti, si riunivano perché il fascismo voleva conquistare la cooperativa, appropriarsi della cooperativa. Allora io ascoltavo e imparai cos’era il fascismo e l’antifascismo. Cose che mi sono servite dopo. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;[Elio Vigarani, intervista cit.]&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;Nelle fabbriche del quartiere, l’adesione al fascismo di buona parte dei dirigenti e l’antifascismo di molti operai si fronteggiano quotidianamente:&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoBodyText"&gt;Il primo giorno che andai alla Minganti, c’era il direttore che riceveva tutti i pomeriggi, dalle tre alle cinque, e c’erano i giovani in fabbrica durante la guerra,…tu andavi dentro l’ufficio lì dove c’era la palazzina lì, e ti faceva delle domande stranissime il direttore, Ettore si chiamava. Ti faceva cantèr “Faccetta nera”, lui lì. Ti faceva raccontare, intanto ti chiedeva “cosa vuoi fare”, ovviamente. […] è risaputo che siccome quello lì era un fascista, era un fascista acerrimo, allora lui per decidere se assumere uno o no, uno degli elementi che potevano concorrere era se eri uno della sua parte, insomma. […] Mi ricordo che venne un famoso federale dentro, fece una riunione, arrestarono alcuni che erano degli antifascisti […] ero un bambino, un ragazzino, a quattordici anni, vidi che venne la polizia, ero lì nel reparto torneria, prese su uno o due, adesso non mi ricordo chi erano. […] Si sa di preciso, lo racconta Arbizzani, mi sembra, che i fascisti collocarono in tutte le fabbriche di Bologna, tutti gli antifascisti, due qua, tre là, quattro, per non concentrarli tutti insieme, per poterli controllare meglio. Alla Minganti ce n’erano due o tre, i più in vista.&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;Ogni volta c’era una manifestazione, questo lo posso dire non solo perché è storia, ma è vero, l’ho visto anch’io… quando c’erano delle grandi manifestazioni politiche a Bologna, i fascisti venivano a prelevare queste persone un giorno prima e te li mandavano a casa un giorno dopo. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoBodyText"&gt;[Mario Cornetto, operaio Minganti 1943-44 e 1949-54; componente commissione interna, licenziato politico; poi funzionario Pci. Intervista 18 gennaio 2007].&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;Oltre alla produzione al servizio della guerra e della nazione, nelle fabbriche c’è una produzione “coperta” al servizio dei partigiani.&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;Dopo l’otto settembre non sapevo cosa fare e allora cominciarono ad arrivare anche altri amici della “casa buia” tutti antifascisti e cominciammo a trovarci nella sede della cooperativa fornaciai che diventò una sede importante della resistenza. Perché nella cooperativa c’era una officina e allora quando c’era bisogno di cambiare colore ad una macchina che avevamo rubato ai fascisti la portavamo giù e nell’officina la riverniciavamo di un altro colore e le cambiavano la targa. E così molte altre cose. Come le bombe. Andavamo a prendere quei pezzi di doccia finali che arrivavano a terra. Oggi non ci sono più perchè sono all’interno. Gli ultimi due metri erano in ghisa, robusti.&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;Prendevamo questi tubi di ghisa, li portavamo alla cooperativa, li tagliavamo secondo la necessità e si facevano delle bombe. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;[Elio Vigarani, intervista cit.]&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;b style=""&gt;&lt;u&gt;&lt;o:p&gt;&lt;span style="text-decoration: none;"&gt; &lt;/span&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/u&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;E contro “la grande impresa” della guerra voluta dal regime.&lt;span style="color: blue;"&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;Dentro Casaralta noi costruivamo su ordine tedesco delle chiatte, ovvero dei barconi che dovevano servire per il passaggio dove mancavano i ponti. Tra una riva e l’altra venivano affiancate queste chiatte, questi enormi barconi in legno di un certo spessore…barconi pesantissimi, che dovevano consentire il passaggio oltre il Po dell’esercito in ritirata. Cosa si faceva noi? Mentre che nel cortile si caricavano i barconi sui carri per mandarli via, c’erano anche le sentinelle tedesche a controllarci eh…mentre calavano il barcone buttavamo dei sassi sul carro e noi sentivamo crack! l’asse del barcone che si incrinava. Di due sono sicuro che sono andate a fondo di questi barconi incrinati. In questo modo si sabotava. […] La guerra intanto avanzava ed io passo in torneria… eravamo rimasti in pochi. Avevamo nascosto alcune barre d’acciaio e alcune macchine nel cortile dentro una cisterna del combustibile, ma nafta non ce n’era. Sono stati nascosti alcuni strumenti di precisione perché non cadessero nelle mani di tedeschi o dei fascisti. [Sergio Tosi&lt;span style=""&gt;, intervista cit.&lt;/span&gt;]&lt;/span&gt;&lt;u&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/u&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;b style=""&gt;&lt;u&gt;&lt;o:p&gt;&lt;span style="text-decoration: none;"&gt; &lt;/span&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/u&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;L’elemento di raccordo fra gli operai antifascisti nelle fabbriche e la guerra partigiana è la complicità ed il sostegno capillare che, a queste lotte, fornisce un “esercito” tacito ed invisibile di popolazione civile, composto da uomini, donne e ragazzini.&lt;/span&gt;&lt;b style=""&gt;&lt;u&gt;&lt;span style="color: blue;"&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/u&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;I fornaciai, i soci, antifascisti, avevano creato dei masselli di materiale vuoti all’interno. Bastava togliere due tre volterrane entrare e tirarle dentro. Era un nascondiglio per i partigiani. […] Fino ad allora [alla battaglia di Porta Lame] la “Casa Buia” era una zona franca. Potevamo girare di giorno e di notte con il mitra a tracolla nella stradina della casa buia con tutta tranquillità perché eravamo sicuri di essere in una zona antifascista. […] Senza la presenza delle donne non ci sarebbe stato l’esercito di Liberazione. Perché trasportare da una base all’altra armi, alimenti, notizie….a noi non era possibile perché ti prendevano subito, alle ragazze no…. Quindi tutta una attività nascosta la svolgevano le ragazze […..] ci sono decine e decine di ragazze che hanno svolto una funzione che ancora oggi non apprezziamo a sufficienza. [Elio Vigarani, intervista cit.]&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;Non sono solo gli operai a collaborare con i partigiani, ma anche i lavoratori precari che si “arrangiano” tutti i giorni cercando di sopravvivere e di far fronte alla disoccupazione provocata dall’interruzione di tutte le attività e le produzioni non di guerra.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;La birroccia [carretto per trasportare la frutta, &lt;i&gt;nda&lt;/i&gt;] di mio padre è servita in un’altra occasione, per trasportare una damigiana di marsala in via De’ Gandolfi vicino a via Ferrarese. In questa strada c’era una stalla, uno che lavorava il legno e mio padre con la sua birroccia. Poi nell’angolo con Casaralta c’era un commerciante, un fascistone, che aveva un magazzino pieno di marsala che commerciava. In quel periodo aveva tagliato la corda per ritorsioni per i suoi trascorsi. I partigiani una di queste damigiane piene di marsala l’hanno portata al Baglioni [Hotel, n.d.a.] dove ci doveva essere una riunione dei tedeschi. Allora si sono presentati con questa damigiana e volevano passare, dicendo che era una offerta per uno dei generali tedeschi. Quelli alla porta gli dissero che non potevano passare e loro “non la volete? La portiamo indietro”. Questo che non era un tedesco, ma era un bolognese e di fronte alla prospettiva di vedersela con uno dei tedeschi che avevano occupato il Baglioni per la mancata consegna del regalo disse “mettiamola qua”. Alla fine la damigiana è scoppiata perché sotto c’era una bomba. È scoppiata ma non ha provocato alcun danno, tranne quello morale rivolto ai tedeschi. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;[Sergio Tosi, intervista cit.]&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;Una solidarietà che prende forma nella sollecitudine verso i bisogni materiali dei combattenti e che è espressione di una rete di protezione in cui la popolazione civile del quartiere si “prende &lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;cura” dei partigiani.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;E così anche si può dire per i contadini. Noi siamo stati dei mesi a Porta Lame, ma c’erano tante altre basi nella Bolognina ad esempio. E chi ci ha alimentato? I contadini. Che venivano in bicicletta, col somaro, con la mucca, col cavallo e ci portavano degli alimenti. La farina, la pasta, la carne.&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;La carne, dato che uccidevano i maiali trasformavano tutta la carne in salsicce perché la salsiccia salata si poteva conservare la carne fresca no, dopo una settimana puzzava. E difatti per settimane intere io ho mangiato crescentine fatte con la farina e salsiccia. Si dirà: buono! Sì, buono ma un giorno, due ma un mese diventa lungo. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;[Elio Vigarani, intervista cit.]&lt;span style=""&gt;      &lt;/span&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;Per combattere una delle armi più insidiose del nemico, la penuria di alimenti e beni primari, anche quei particolari che sembrano essere inessenziali, diventano importanti.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;A noi non ci mancavano mai le sigarette. Le donne della Manifattura Tabacchi…come facessero non lo so, ma a noi non mancavano mai le sigarette…anche questo è una dimostrazione di antifascismo, di partecipazione. […] Ma poi il silenzio di migliaia e migliaia di persone che, pur sapendo, tacevano era un modo di partecipare anche questo alla resistenza. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;[Elio Vigarani, intervista cit.]&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;b style=""&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; font-family: &amp;quot;Times New Roman&amp;quot;;"&gt;&lt;br /&gt; &lt;/span&gt;&lt;/b&gt;  &lt;h1 style="line-height: normal;"&gt;&lt;span style=""&gt;1.1. Nel corpo del quartiere&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/h1&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;b style=""&gt;&lt;u&gt;&lt;span style="line-height: 150%;"&gt;&lt;o:p&gt;&lt;span style="text-decoration: none;"&gt; &lt;/span&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/u&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;Dopo il conflitto, l’esperienza accumulata durante la guerra di liberazione e le reti di solidarietà fra fabbrica e quartiere non si disperdono, ma si traducono in un repertorio di azioni di socialità diffusa che, in maniera più o meno esplicita o cosciente, si richiameranno a quel momento storico. In questo senso &lt;st1:personname productid="la Resistenza" st="on"&gt;la Resistenza&lt;/st1:PersonName&gt; è l’esperienza fondante dell’identità del quartiere anche nei decenni successivi. &lt;/span&gt;&lt;b style=""&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;I delegati tenevano sotto controllo la situazione anche nella vita della fabbrica. C'è stato un vecchio delegato, che era anche un ex partigiano, che individuava tra quelli nuovi quelli che più si interessavano, più aperti. Lo prendevano sotto al braccio, metaforicamente ma neanche troppo metaforicamente, e gli insegnavano a conoscere la fabbrica non solo nel modo di lavorare ma anche nella sua natura, nella sua cultura…Di come era la fabbrica e di come era diventata anche attraverso le lotte”. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;[&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;Lia Amato, immigrata dalla Sicilia e operaia Manifattura Tabacchi negli anni ’70; poi consigliere regionale Rifondazione Comunista. Intervista 25 settembre 2006]&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;Per molti operai entrare in fabbrica negli anni successivi significava anche “andare in trincea”, nell’unico luogo da dove poter portare a buon fine quella rivoluzione cominciata con la resistenza e considerata ancora incompiuta.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;Mi ricordo non so che &lt;st1:personname productid="la Minganti" st="on"&gt;la Minganti&lt;/st1:PersonName&gt; chiamò la polizia e l’esercito a presidiare la fabbrica contro una lotta dei lavoratori, vennero dentro coi fucili, noi eravamo in mezzo alla ghisa. Cioè voglio dire, ecco, è un episodio che va raccontato. Come quello lì della Minganti che… quando decise di non far entrare i sindacalisti, &lt;st1:personname productid="la Minganti" st="on"&gt;la Minganti&lt;/st1:PersonName&gt; si mise davanti alla porta e disse che avrebbe sparato in bocca se facevamo entrare i sindacalisti. Perché ci fu un periodo di tempo che avevano vietato e allora per togliere via la responsabilità del portiere, noi andavamo in delegazione in portineria e andavamo a prelevare il sindacalista che veniva dentro a fare l’assemblea. Allora eravam noi che forzavamo, non mettevamo a repentaglio la figura del portiere. Poi a un certo punto anche questa dovemmo smettere perché… ripeto, un giorno ci trovammo lì con l’esercito, era presidiata la fabbrica e quindi per non aver uno scontro micidiale, allora la polizia non guardava in faccia a nessuno, eh? Sparava, mica pugnette. Anca no’ avevam la ghisa, possiam cacciar’ la ghisa in testa a qualcuno, ma però…&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;[Mario Cornetto, intervista cit.]&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;Allora andare a lavorare nelle grandi fabbriche era una aspirazione, dava una certa sicurezza di lavoro continuativo e poi c’era anche quella cosa che dicevo io, anche un po’ ideologica… nel senso che… anche se ero politicamente immaturo ed a 17 anni me ne sbattevo il giusto, però da tradizione di famiglia pensavo di entrare in fabbrica per combattere il padrone… era una forma ideologica. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;[Guido Canova, intervista cit.]&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;Sarà nei tre grandi momenti di crisi e di lotta degli anni Cinquanta, Sessanta-Settanta e fine anni Novanta che, soprattutto nella vicenda della Casaralta, il legame fabbrica/operai e quartiere/abitanti diventerà visibile nelle forme di solidarietà concreta che si attiveranno.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;Le epiche vertenze contro il cottimo, le lotte contro i licenziamenti politici e le rappresaglie padronali, per il miglioramento delle condizioni salariali e di sicurezza sul lavoro, per l’adozione e l’effettiva applicazione dello Statuto dei lavoratori, hanno come caratteristica comune il parlare al quartiere e si inseriscono in un discorso più ampio sulla democrazia, i diritti e la partecipazione.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;L’esperienza della Casaralta è stata tragica, è stata enorme, ai tempi di allora. &lt;st1:personname productid="La Leonardi" st="on"&gt;La Leonardi&lt;/st1:PersonName&gt;, uguale, perché &lt;i style=""&gt;han ciape’ tant’ di chel bastune’&lt;/i&gt;… dalla celere, spaventosamente. […] Prima ancora della Ducati, &lt;st1:personname productid="La Casaralta" st="on"&gt;la Casaralta&lt;/st1:PersonName&gt; fu la prima azienda a Bologna che prese, fece i licenziamenti. […] Occuparono la fabbrica gli operai e la occuparono per parecchio tempo e poi ci fu la serrata, che poi… riaprirono l’azienda cambiando nome sociale e poi fecero la scelta di quelli che dovevano entrare e di quelli che non dovevano entrare. […] Noi tutte le mattine andavamo lì e tutte le mattine c’erano i carabinieri con il calcio del fucile e ti davano delle gran botte. Non era lo sfollagente, era proprio… che venivano da Padova, il famoso, il famigerato capitano Bianco, del battaglione là che venivano da Padova e serviva per stangare, per dare delle gran botte. Non è scappato il morto a Bologna fortunatamente, ma… delle botte… […]&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;[Alla Minganti] Nel ’54 licenziarono 170 operai e impiegati, fra i quali c’erano tutti i dirigenti sindacali e politici e della commissione interna. Tutti. […] Allora il sindacato, &lt;st1:personname productid="la Fiom" st="on"&gt;la Fiom&lt;/st1:PersonName&gt; allora ebbe la bellissima idea di chieder l’arbitrato e l’arbitrato ci diede ragione. Cioè, la sentenza era la riassunzione, ma &lt;st1:personname productid="la Minganti" st="on"&gt;la Minganti&lt;/st1:PersonName&gt; si rifiutò e preferì pagare… che poi lì versammo dei soldi al sindacato, mi ricordo. Ecco per dire allora le cose erano così. Poi quando dopo noi facemmo il picchetto un mese un mese e mezzo, non di più […] Avevamo poi la solidarietà della… della Fornaciai. &lt;st1:personname productid="La Cooperativa Fornaciai" st="on"&gt;La  Cooperativa Fornaciai&lt;/st1:PersonName&gt; ci portò un pasto al giorno per non so, 30-40 giorni, adesso non ricordo. Primo, secondo, frutta, vino, tutto quanto, eh? E noi eravamo lì davanti alla [fabbrica] Doppieri, se te ti ricordi, te non ti ricordi mica, eri un cinno allora. Avevamo messo lì la sezione, un tavolo così e delle sedie, e il picchetto che era 20-25 persone, poca roba. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;[Mario Cornetto, intervista cit.]&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;Anche nel ricordo di Claudio Mazzanti, nato e vissuto in uno dei caseggiati destinati ai “pionieri” del neonato territorio industriale, le figure operaie sono alla base di un ambiente sociale fortemente coeso e saldo. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;In ogni caseggiato solitamente c’erano due personaggi carismatici, uno di formazione marxista che poteva essere il capo operaio o il segretario della circolo locale del Pci, l’altro cattolico, il parroco o qualcosa del genere. […] Nel mio caseggiato vivevano 112 famiglie, due di queste erano ladri di professione. La situazione era simile in tutti gli stabili, dentro c’era di tutto: operai, artigiani, ferrovieri, ma anche ladri e prostitute. I conflitti non mancavano, eppure nessuno aveva mai bisogno di chiamare i carabinieri perché i conflitti venivano risolti all’interno. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;[Claudio Mazzanti&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;, intervista cit.&lt;span style=""&gt;]&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;Fabbrica e quartiere non sono entità separate perché sul terreno dei diritti del lavoro si conquistano trasformazioni reali nell’organizzazione della vita quotidiana per sé e per gli altri: &lt;span style="display: none;"&gt;canico era iona e dove gli operai stanno bene. &lt;/span&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;Me ne viene in mente uno [vecchio operaio] che mi ha insegnato ad amare la fabbrica nella sua comunità, una entità che trasforma te stesso e ti insegna a vivere con gli altri, che non è facile perché devi stare al fianco con una serie di persone con cui hai diversità di idee e con cui devi convivere. Ti insegna che con l’impegno e con l’unità la vita è dura ma può anche migliorare. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;[Lia Amato, intervista cit.]&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;Soprattutto a partire dal 1968 fra gli operai è forte la consapevolezza che le vertenze aperte dentro la fabbrica non possono che chiudersi con successo fuori dai suoi cancelli e dentro il movimento di trasformazione più ampio che il paese sta attraversando.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;Dal punto di vista politico c’era anche un grande sommovimento libertario. Mi ricordo che firmammo il contratto nel 1974 e proprio il giorno dopo c’era il referendum sul divorzio… anche lì feste. La mia esperienza in quegli anni dal punto di vista sindacale e politico si legava alle lotte per una maggiore libertà sociale. Poi vennero i gruppi della sinistra extraparlamentare, anche lì quella esperienza attraversò le fabbriche…c’erano oltre al Pci e al Psi, gruppi come Lotta Continua, Servire il Popolo, il Manifesto. Io ero nel Pci e ne uscii proprio nel 1969 sull’onda della protesta del gruppo del Manifesto… poi vi rientrai nel 1982 se non mi ricordo male &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;[Guido Canova&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;, intervista cit.&lt;span style=""&gt;]&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;La porosità fra i due ambiti, fabbrica e quartiere, è anche espressione del rifiuto di una identità sociale spettrale che riduce l’operaio al movimento muscolare nelle sue ore di lavoro senza considerarne la sua esistenza ricca di legami familiari, affettivi, bisogni culturali, passioni. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoBodyText"&gt;Se io ripenso al lavoro che facevo non è che fosse un lavoro granché esaltante però era uno strumento per il mio miglioramento. Certo con fatica con impegno, facendo delle lotte. Però tante volte le vincevamo le lotte. Quindi la nostra vita migliorava, migliorava nelle fabbriche ma anche fuori. Migliorava la vita dei nostri figli. Tanti figli sono andati all’università, per esempio. Allora andare all’università significava migliorare le prospettive della propria vita. Lottavi per il miglioramento del contratto, lottavi per il salario accessorio per avere servizi sociali, anche &lt;st1:personname productid="la Cooperativa" st="on"&gt;la Cooperativa&lt;/st1:PersonName&gt; [supermercato Coop] di fianco alla Manifattura voleva dire pagare di meno la spesa, mandare i figli a scuola e non pagare il nido… Nella tua vita tu vedevi un miglioramento, una crescita […]&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;Vedevi anche la vita interna alla fabbrica migliorare: la mensa, il nido. Per esempio una delle discussioni più grandi che abbiamo avuto noi donne è stata l’avere il nido di quartiere. Nel senso che la proposta di non avere più il nido in fabbrica ma averlo di quartiere non era accettata da tutti… partecipazione significava anche arrivare a delle decisioni dopo parecchio tempo. Perché significava conquistare anche questo cambiamento di mentalità… si parte sempre dalle cose concrete perché per gli operai non ci sono mai lotte di tipo ideologico. L’ideologia è una cosa che c’è, ma c’è insieme a cose concrete. Si parte sempre da cose piccole che stanno dentro un orizzonte, però non esiste fare battaglie che sono solo di tipo ideologico.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;[Lia Amato, intervista cit.]&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;Questa capacità di versare la conflittualità delle fabbriche negli ambiti più allargati della vita sociale, con un effetto moltiplicatore rispetto alle vertenze specifiche nate sui luoghi di lavoro (ma pur sempre a partire da esse), è riscontrabile anche nella Casaralta, che non è né la più importante fabbrica del quartiere, né la più grande, ma particolarmente densa di microstorie personali significative: i vecchi partigiani, le maestranze capaci di imporre un decisivo controllo sulla produzione grazie alla loro esperienza, i gruppi di operai pendolari del ferrarese, gli operai che hanno partecipato all’esperienza dell’occupazione delle fabbriche negli anni ’50 e subito l’ondata di licenziamenti politici. Tutti questi vissuti consolidano una comunità di lavoratori fortemente integrata negli scambi sociali, commerciali, quotidiani che costituiscono la vita del quartiere. &lt;/span&gt;&lt;b style=""&gt;&lt;i style=""&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/i&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;Era forte per me l’esperienza del rapporto con gli altri lavoratori… c’erano gli operai anziani, quelli che mi hanno insegnato a lavorare, che mi hanno raccontato le lotte, le loro storie e le loro esperienze politiche nella resistenza. Insomma c’erano operai che mi hanno fatto crescere dal punto di vista politico e sindacale in una fabbrica dove c’erano vecchi militanti operai e che partecipava molto alle situazioni politiche generali. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;[Guido Canova&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;, intervista cit.&lt;span style=""&gt;]&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;E… niente, con i miei compagni di lavoro, l’ho detto già anche prima, il rapporto fu ottimo da subito. Sia con… con quelli della mia età, non eravamo tantissimi, l’età media era abbastanza alta, sia soprattutto con… con le persone un po’ più adulte di me. Guido Canova è uno di questi, lui non lo sa ma per me è stato molto importante, soprattutto per quanto riguarda l’approccio alle questioni un po’… sindacali che per me… un argomento assolutamente tabù fino allora, nel senso che non ci capivo assolutamente niente. Un paio di persone del mio reparto, una di queste purtroppo non c’è più, che è morto di amianto… per me sono stati dei… non dico dei fratelli maggiori, neanche dei padri, diciamo degli zii, uno proprio lo chiamavo direttamente zio. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;[Cesare Poggioni, operaio Casaralta 1991-97. Intervista 9 ottobre 2006]&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;I momenti liberi e di riposo sono anche quelli dove lo scambio e le discussioni trovano spazio: la lettura dei giornali clandestini in fabbrica prima e durante la guerra, i commenti sulle lotte che si stanno aprendo alla Fiat negli anni ’60, il maggio francese, i gruppi della sinistra extraparlamentare ed il volantinaggio degli studenti fuori ai cancelli. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;La dimensione politica nazionale ed internazionale viene declinata dentro i luoghi di lavoro, mescolata alle contrapposizioni ideologiche di almeno tre generazioni di operai. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;Nelle differenze di lettura storica del momento politico l’elemento ricompositivo è sempre il bisogno materiale condiviso ed un orizzonte comune in cui le lotte vengono iscritte: l’egualitarismo,&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;la democrazia come partecipazione reale ed incremento di potere tangibile nei propri spazi e tempi di produzione e riproduzione.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;Io ero in marina e mi sono fatto 24 mesi di leva militare… mi sono congedato a giugno del 1968 ed ho seguito tutta la partita del maggio francese attraverso i giornali. Quando sono tornato a casa ho visto che già anche in Italia era partito il movimento giovanile, i movimenti studenteschi a Bologna. Allora su questo la mia esperienza e maturazione fu quella di stare più dentro le questioni politiche. In fabbrica era appena finita la partita di 120 ore di scioperi contro il cottimo. Non si lottava per la sua abolizione ma per renderlo un po’ più giusto. […] Noi chiedevamo che una parte che era esclusa dal cottimo, che guadagnava meno ma che lavorava molto potesse essere garantita da un minimo. Erano questioni che avevano portato ad un grosso scontro da parte dei lavoratori. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;[Guido Canova&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;, intervista cit.&lt;span style=""&gt;] &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;Da una parte c’è la spinta degli operai verso un miglioramento sostanziale della vita di fabbrica, dall’altra la consapevolezza che alzando il tiro delle richieste bisogna elevare anche la capacità di difendere le conquiste.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;Quando tornai a lavorare mi colpì che c’era una certa difficoltà nell’applicazione delle cose ottenute. Perché dovete sapere che quando fai delle vertenze non è tanto importante il risultato ottenuto ma a farlo applicare e mantenere… far mantenere il rispetto delle norme che riesci a conquistare. Poi ci fu il 1969 quando secondo me ci fu la riscossa operaia. Come metalmeccanici ci fu il rinnovo del contratto dove per la prima volta vennero richiesti incrementi salariali forti. Per la prima volta mettevi in discussione una politica di bassi salari, l’egualitarismo… l’aumento uguale per tutti… prima era proporzionale alle categorie. Lì fu sconfitta una logica dei sindacati, dove ci fu una rivolta della base su questo argomento. La richiesta dell’aumento uguale per tutti era una lotta giusta per l’egualitarismo perché c’era troppa differenza di salario all’interno di una stessa fabbrica fra operai addetti alle diverse mansioni. […] Magari successivamente questo si è tradotto in un appiattimento delle richieste, ma in quel momento era un lotta giusta. Quello fu il momento in cui io decisi di entrare fortemente in politica.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;[Guido Canova&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;, intervista cit.&lt;span style=""&gt;]&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;La durezza del conflitto ed anche la diversità fra le visioni politiche, in Casaralta come in altre fabbriche del quartiere, trovano il loro limite di ancoraggio comune su due questioni: l’unità e l’identità collettiva degli operai. Una unità non indifferenziata ma marcata dalla coscienza di condividere una stessa condizione e di poter dare vita ad una diversa cultura sociale.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;C’era la voglia di partecipare soprattutto perché c’era la speranza che la vita, in fabbrica ma anche fuori, potesse migliorare [...] facevi quel lavoro, ma ti sentivi parte di un grande movimento che tendeva a modificare la società e a migliorarla.&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;[…] Ci sono stati momenti duri di discussione di confronto tra di noi. Momenti duri nei quali però sapevamo sempre che c’era come una barricata, che noi eravamo di qua e il padrone era di là. Anche le discussioni più dure non mettevano in discussione questa barricata.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;[Lia Amato, intervista cit.]&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;E la vita da quella parte della barricata è fatta di piccole cose che sembrano impercettibili quando inserite nel flusso quotidiano, legami e connessioni che non sono leggibili se non nella distanza e negli eventi traumatici e di crisi.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;Poi dopo mi ha messo nella squadra di lavoro in cui ero affidato, in una cerchia più ristretta dove iniziai a socializzare in modo più stretto sia per motivi professionali ma la cosa positiva è che anche le questioni personali, familiari, erano molto raccontate, confidate. Era una situazione diversa dal posto di lavoro in cui uno fa le 8 ore e poi si chiude in sé stesso. […] Penso che questa forma era propria di Casaralta, era un modo di vivere che si era affinato con il tempo. Non a caso, anche dal racconto dei colleghi più anziani, tante lotte sindacali furono fatte, anche difficili e traumatiche, sempre perché tutti erano stati coinvolti e si era parlato in comunità. […] Così pure certe difficoltà individuali, che potevano essere familiari o economiche molte volte furono affrontate con il sostegno materiale e morale dei colleghi, quindi c’era forte l’aspetto della comunità. […] &lt;span style=""&gt;Una comunità che io vedevo riflettersi all’esterno. In questo quartiere tante attività, dalle varie botteghe ai meccanici, agli artigiani, tutti ci conoscevano e c’era un reciproco scambio. Noi eravamo clienti loro, ci facevano sconti. Anche se molti abitavano fuori dal quartiere, eravamo coinvolti nel tessuto sociale produttivo del quartiere. Il fornaio preparava i panini per i lavoratori Casaralta, lo stesso il lattaio ed il fruttivendolo. Molti ordinavano la spesa la mattina e la passavano a ritirare all’uscita della fabbrica. I meccanici gli lasciavi la macchina la mattina con le chiavi nella cassetta della posta e la andavi a riprendere la sera. Se c’erano dei problemi ti chiamava in fabbrica… c’era un coinvolgimento totale. La stessa cosa succedeva quando facevamo gli scioperi. Noi uscivamo dai cancelli e molti cittadini si accodavano, gli anziani, i pensionati che avevano ore libere, aspettavano che uscissimo noi per accodarsi al nostro corteo. Alcuni di loro erano stati a loro volta dipendenti Casaralta o c’erano le mogli dei dipendenti. C’era questo modo di fare gruppo, comunità nel quartiere. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;[Stefano Scaramazza, operaio Casaralta 1980-2003; delegato sindacale Fiom dal 1984. Interviste 9 e 16 ottobre 2006]&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;Con sorpresa molti operai della Casaralta che vivono l’ultima stagione di lotte, quelle contro la chiusura dell’officina a partire dal &lt;st1:metricconverter productid="1996, in" st="on"&gt;1996,  in&lt;/st1:metricconverter&gt; quel momento di snodo vedono, per l’ultima volta,&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;riemergere l’ordito sociale che si andava tessendo dalla nascita della Bolognina, e che conserva il ricordo della mutualità fra la fabbrica ed il quartiere. I racconti dell’occupazione e della resistenza alla chiusura sono sempre narrati per immagini dai nostri testimoni, proprio perché la solidarietà che ricevettero dagli abitanti del quartiere non sembra esprimibile attraverso i discorsi e le parole che si enunciarono, che inevitabilmente sono sbiaditi nel tempo. Sono soprattutto i gesti ed attraverso di essi la sensibilità, l’attenzione e la cura con cui gli abitanti del quartiere condivisero quella lotta e quei bisogni ad essere rimasti come immagini tangibili di quanto Casaralta fosse vissuta come “una cosa di tutti”.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;Durante l’occupazione io insieme ad altri preparavamo i panini per tutti, eravamo 24 su 24 sempre dentro, ci davamo il cambio per la notte. Dobbiamo ringraziare molta gente della zona che ci ha aiutati, ci portava il pane, &lt;st1:personname productid="la Fiom" st="on"&gt;la Fiom&lt;/st1:PersonName&gt; ci ha portato un camion di roba ed il mangiare non ci mancava. Dobbiamo ringraziare anche il prefetto perché gli dicemmo che&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;se ci toglievano luce e riscaldamento gli avremmo creato una zizzania incredibile, ed infatti non ci mancarono mai luce e riscaldamento. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;[Pino Barillari, operaio Casaralta 1978-1998. Intervista 18 settembre 2006]&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;Ti rimane impresso per tutta la vita vedere tanta gente del quartiere che solidarizzava con noi, ci portava da mangiare, perché eravamo in occupazione ed avevamo la mensa chiusa, chi ti portava la torta appena fatta, quello che veniva solo per far numero, per occupare, perché uno dei nostri obiettivi era di non lasciare mai vuota la fabbrica perché se chiudevano i cancelli non saremmo mai rientrati. Si era attivata una vera e propria catena umana. Alcuni al posto di andare a fare la partita a carte al bar la venivano a fare dentro in modo sostenere i gruppi che occupavano giorno e notte.&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;[…] Una volta ci fu una signora prossima alla pensione che lavorava in un’altra ditta ma che abitava qua che una sera verso venne dopo il suo turno di lavoro e disse: “mi hanno dato un premio di lavoro di 600 mila lire” (allora era quasi un mese di stipendio per una donna) e li ha lasciati come solidarietà alla nostra lotta dicendo che era nata nel quartiere e cresciuta con la presenza della fabbrica e che ci voleva dare una mano per resistere perché non poteva pensare che Casaralta chiudesse. Queste sono cose che ti toccano. […]&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;Durante l’occupazione bloccavamo il macchinino, come noi lo chiamavamo, che veniva a tentare di prendere le carrozze finite. Non potevamo bloccarlo in due, tre, perché altrimenti pendevi una denuncia, allora facevamo uscire un reparto alla volta a bloccare i cancelli. Una volta mi ricordo c’erano già i cellulari…non l’avevano ancora in tanti però qualcuno l’aveva…una volta ci presero alla sprovvista e degli abitanti del quartiere ci avvertirono per telefono dicendo “guardate sta arrivando il mezzo a prelevare le carrozze e non vedo nessuno di voi fuori dal cancello”. Tutto perché c’era stato un problema ed i delegati erano a discutere con un capopersonale… forse questa cosa l’avevano fatta apposta, mentre tentavano così di fare il blitz. Allora c’è stata questa telefonata e siamo corsi verso il cancello e siamo riusciti a bloccare tutto, perché loro dalle abitazioni di fronte a Casaralta vedevano tutto. Questa è stata una cosa molto bella, tanto che poi in una assemblea pubblica questo abitante ci tirò le orecchie dicendo “se non c’ero io che vi avvertivo…” e noi abbiamo stappato una bottiglia e fatto una bevuta insieme per essere riusciti a bloccare tutto. Così come c’erano persone che parcheggiavano la macchina di fronte al cancello apposta, perché nel tempo che lo andavano a chiamare per spostarla noi eravamo già pronti a bloccare i cancelli.&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;[Stefano Scaramazza&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;, intervista cit.&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;]&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;b style=""&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; font-family: &amp;quot;Times New Roman&amp;quot;;"&gt;&lt;br /&gt; &lt;/span&gt;&lt;/b&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;b style=""&gt;&lt;span style=""&gt;2. Le spaventose e buie officine&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;b style=""&gt;&lt;span style="line-height: 150%;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%;"&gt;&lt;b style=""&gt;&lt;span style="line-height: 150%;"&gt;2.1. Sulla soglia&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;b style=""&gt;&lt;span style="line-height: 150%;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;Per avere una immagine efficace di cosa sono le condizioni di lavoro in fabbrica bisogna ricorrere alle immagini stampate nella mente degli operai al momento della loro entrata negli stabilimenti: le impressioni del primo giorno, l’impatto con la materialità dello spazio di lavoro, gli odori, i rumori, la visione degli altri operai.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;Il primo giorno fu traumatico, entrare nella vecchia portineria buia, messo in disparte perché mi dovevano prima consegnare i documenti, il cartellino ecc…ho visto entrare i futuri colleghi ed è stato un impatto devastante: persone già alle 7 del mattino tutte nere, unte, qualcuno con le scarpe senza stringhe, un gran baccano, tutti che urlavano… fu forte. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;Anche se la cosa che colpiva era che queste persone, anche se non ti conoscevano tutti ti salutavano: “Ah sei uno nuovo, poi ci vediamo fuori…!”. Io da una parte mi spaventai pensando che sarei diventato anch’io così però dall’altra vedere già dell’umanità, la voglia di conoscersi… &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;[Stefano Scaramazza&lt;span style=""&gt;, intervista cit.&lt;/span&gt;]&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;Io quando sono arrivata in Manifattura inizialmente ero un po’ spaventata da questo ambiente…il secondo giorno ero stata messa davanti a una macchina a 92 decibel, pensate al martellamento e poi noi&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;nuovi arrivati eravamo chiamate “le bimbe nuove”… c’erano le operaie che trasmettevano la conoscenza delle cose da fare… erano severissime… per cui i primi tempi sono stati tremendi. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;[Lia Amato&lt;span style=""&gt;, intervista cit.&lt;/span&gt;]&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;Ragazzi molto giovani, di 16-17 anni, che entrano come apprendisti, con scarse esperienze di lavoro strutturato alle spalle e che in qualche modo vivono la realtà dura di un lavoro pesante, come quello di tipo metalmeccanico, con la leggerezza e la curiosità di giovani ansiosi di entrare in un mondo “adulto” che dà riconoscibilità sociale ed apre le porte all’indipendenza economica dalla famiglia.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;Io sono entrato in fabbrica nel 1963. Dopo le medie avevo iniziato le superiori, cioè quelle che allora erano le professionali. Il secondo anno smisi perché c’era la possibilità di trovare lavoro. Ho piantato la scuola a febbraio e girovagando di qua e di là ho trovato questa fabbrica. […] Conoscevo attraverso la scuola &lt;st1:personname productid="la Minganti" st="on"&gt;la Minganti&lt;/st1:PersonName&gt; qui di fianco, che era una fabbrica che faceva torni, lavorava anche per &lt;st1:personname productid="la Russia. Noi" st="on"&gt;la Russia. Noi&lt;/st1:PersonName&gt; facemmo un giro come studenti in questa fabbrica che era abbastanza pulita, una cosa un po’ più decente diciamo, non considerando che in fabbrica era tutto un altro lavoro. Lo stesso laboratorio in cui ero a scuola era una situazione abbastanza pulita. Tu ti toglievi il tuo grembiule e andavi a casa. Quando in questa fabbrica mi hanno assunto io dentro non l’avevo mai vista. Il primo giorno entro dentro come aiuto tracciatore. Sarebbe tipo un tecnico d’officina. Non avendo mai visto il posto appena arrivo mi cambio, mi metto la tuta…era il 20 febbraio…mi metto la tuta senza avere niente sotto, gli indumenti intimi ma solo con la tuta. E quando entro dentro c’era un freddo che credevo di morire…e poi era molto diverso da come mi immaginavo. Si faceva carpenteria pesante. Era chiamata leggera, ma per noi era pesante. C’erano ammassi di ferro, fucine, c’erano dei reparti di forni in cui forgiavano materiale. Un impatto bestiale. Gli stessi lavoratori avevano le tute sporchissime. Quando uscivamo a mangiare sembravamo lavoratori nelle ferriere del ‘900, nei film non si dà mai nemmeno l’idea di quella che era la realtà. Fu un impatto molto forte ed io mi dissi: “qui io non resisto nemmeno un mese! non ci sto, non è possibile”: ed invece ci sono rimasto 35 anni. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;[Guido Canova&lt;span style=""&gt;, intervista cit.&lt;/span&gt;]&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;L’orrore e lo sgomento per le condizioni di lavoro, per la costrizione fisica che questo comporta è più duro da sopportare da adolescenti.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;Quando sono entrato avevo 16 anni. Non avevo nessuna esperienza lavorativa. […] Per me che uno si mangiasse un panino o fumasse o cose di questo genere apparteneva alle libertà che uno aveva fuori dalla fabbrica ma dentro scoprii che non era così. La gente si spegneva le cicche in tasca, mangiava il panino di nascosto in tutte le forme possibili ed immaginabili, magari senza lavarsi le mani, in condizioni igieniche che a quei tempi là era molto diverso dalla ripresa dell’iniziativa sindacale negli anni ’70-’80. Allora l’uomo, l’operaio era considerato più o meno un animale.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;[Giacomino Simoni, operaio Casaralta dal 1963 al 1998; delegato sindacale Fiom; ora sindaco di Minerbio (Bo). Intervista 13 settembre 2006]&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;La “catena di montaggio” inizia dalle scuole professionali, che hanno la missione di allenare le braccia al ritmo del lavoro e dove la divisione di classe si sperimenta attraverso la selezione di quale cultura e quale sapere toccano per nascita ad ognuno.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;Allora una delle caratteristiche di noi che purtroppo venivamo da famiglie di operai, ed era anche nella logica stessa della scuola di allora, dove ti insegnavano che tu figlio di operaio mica potevi essere ingegnere, guai al mondo! La cosa vera era che entrare a lavorare in una fabbrica, specialmente in una grossa fabbrica, non come fare l’artigiano ad esempio, era uno degli obiettivi nelle nostre famiglie. Per dire, una volta, &lt;i style=""&gt;soccia!&lt;/i&gt; lavorare alla Sasib, alla Minganti, anche alla Casaralta… lavorare alle Minganti! era come uno che andava all’università. Sasib e Minganti, ma le Minganti soprattutto, se uno andava a lavorare lì era un mago, un dio, chissà cosa aveva. C’era questa logica del lavoro nella grande industria che era importante. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;[Guido Canova&lt;span style=""&gt;, intervista cit.&lt;/span&gt;]&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style="color: rgb(51, 102, 255);"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;Lo stupore di molti giovanissimi operai entrati nelle fabbriche negli anni ’60, a contatto con una disciplina di fabbrica dove la gerarchia del potere, dal marcatempo al caporeparto al padrone, è continuamente evidenziata, nasce da un mondo “fuori” dalle officine dove il boom economico, la diffusione della televisione, la cultura di massa, la mobilità migratoria interna, i movimenti politici ed i primi segnali di ciò che sarebbe avvenuto a partire dal 1968, suggeriscono una democratizzazione ed una messa in questione del conservatorismo sociale dominante, la cui traduzione sui luoghi del lavoro non è fluida né scontata.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;Sul piano dei rapporti di produzione, nell’ossatura economica e politica della società italiana di quegli anni, il cambiamento sarebbe stato più conflittuale e portare dentro la fabbrica i discorsi sulla democrazia, i diritti e l’egualitarismo avrebbe comportato dover rompere qualche osso di quello scheletro.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;Già a partire dagli anni Settanta la fabbrica non è più una aspirazione per tutti. Il lavoro operaio inizia a spogliarsi delle sue rappresentazioni mitiche. Da valore a fatica.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;Io la prima immagine che ho è quando sono andata via da quel posto nel senso che per me è stata una liberazione andare via, ed è capitato che fu quando me ne andai via da Bologna perché mi stavano cercando. Mi licenziarono di fatto. Era l’aprile del 1978. Era una grande sensazione di libertà, mi ricordo andai al mare, mi feci un bagno e mi dissi: “Finalmente ho chiuso!”. Pensa a che livello ero arrivata, invece che essere terrorizzata dalla situazione in cui ero, ero felice di non dover andare più alla Minganti. La mia situazione era che nel 1970, quando morì mio padre non dico che fui costretta, ma c’era la necessità familiare che io dovessi andare a lavorare. Decisi di andare, non è che fosse una tragedia perché il lavoro era molto dignitoso, anche come orari, solo che le mie aspirazioni e la mia mente erano da un’altra parte. Non ho potuto fare una serie di cose che avevo in mente, tipo andare all’università, fare teatro. Per me rappresentò una chiusura. […] Alla Minganti ero una impiegata, lavoravo in ufficio. Ero la segretaria del capoproduzione. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;[Liviana Tosi, impiegata Minganti 1970-1978. Intervista &lt;st1:date ls="trans" month="11" day="24" year="2006" st="on"&gt;24 novembre 2006&lt;/st1:date&gt;]&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style="line-height: 150%;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;b style=""&gt;&lt;span style="line-height: 150%;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%;"&gt;&lt;b style=""&gt;&lt;span style="line-height: 150%;"&gt;2.2. Fare bene il lavoro&lt;/span&gt;&lt;i style=""&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;Dopo l’impatto traumatico, il legame con la fabbrica si fa strettissimo perché questa diventa il luogo di sviluppo della personalità, della formazione politica, ma anche il luogo dove, di fatto, si esperisce e si perfeziona un sapere tecnico. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;Nonostante l’esistenza di scuole professionali (prima tra tutte le Aldini Valeriani) pensate e strutturate per offrire operai specializzati alle fabbriche bolognesi, è dentro la fabbrica che avviene la trasmissione delle competenze tecniche. I capi operai non solo “iniziano” i giovani alla comunità-fabbrica, alle attività sindacali, alle lotte ma insegnano loro anche il “lavorar bene”. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;Tecnologicamente eravamo tutti dei gran artigiani. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;[Stefano Scaramazza&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;, intervista cit.&lt;span style=""&gt;]&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;[Il padrone della Sasib era] nato dalla gavetta, rubando senza peli, fascista fino al collo e è arrivato a avere un’azienda di quel genere lì, che era fatta di una manodopera di un altissimo livello, di specializzazione altissima, la grande massa dei dipendenti, non erano operai qualunque, era gente, a Bologna si dice, “che sapevano fare i piedi ai moscerini”. Capisci il concetto? Erano talmente bravi che sapevano fare i piedi ai moscerini. Che poi in dialetto è più bella, “&lt;i&gt;fa i pe’ ai muscèin&lt;/i&gt;”. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;[Franco Barbani, operaio Sasib 1945-53, licenziato politico. Intervista 30 gennaio 2007]&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;Che la fabbrica sia “degli operai”, che cioè questo sia un sentire diffuso, lo si evince più che dai proclami di tipo ideologico-sindacale, dalla miriade di racconti in cui si mettono alla berlina gli ingegneri, i direttori, quelli cioè che in fabbrica non ci sono. Ogni operaio conserva tra i ricordi il giorno in cui ha dimostrato che a far funzionare la macchina con la quale passava più tempo che con la moglie era molto più bravo dell’ingegnere e, ovviamente, del padrone.&lt;span style="color: blue;"&gt; &lt;i style=""&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoFootnoteText" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;I figli di Regazzoni, ne aveva due, due maschi, Giorgio e il più piccolo… l’ho rivisto dopo, ho avuto occasione di rivederlo dopo quando io ero all’interno dell’ospedale Sant’Orsola, che facevo le pulizie, inserviente all’ospedale Sant’Orsola, nel reparto di dermatologia, all’angolo, del Sant’Orsola. Vedo l’ingegnere Piero, il più giovane. “Come mai, Tosi…” Eh, dico, “Meno male che ho trovato lavoro qui”. E dico: “E lei, che cosa…?”&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;“Ah, sta buono sta buono, ho fatto la fesseria…”. Era via in macchina, ad un certo momento il radiatore della macchina bolle, capito? si è fermato, è andato a svitare il tappo del radiatore, è rimasto ustionato, poca cosa, ma uno sbuffo vicino a un occhio. Ecco. Cose che malignamente, mi hanno fatto pensare, malignamente mi hanno fatto pensare: “Sei una brava persona, però come ingegnere…”. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;[Sergio Tosi&lt;span style=""&gt;, intervista cit.&lt;/span&gt;]&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;Il rapporto con le macchine ha un’importanza quasi pari al rapporto con i compagni di lavoro. Fare bene il lavoro è una cosa che ha poco a che vedere con i ritmi di produzione, con i profitti, con la produttività. Riguarda l'orgoglio di un ruolo e di una capacità.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;Io lavoravo nel reparto confezionamento. […]Le macchine erano ancora di una generazione un po’ vecchia per cui era richiesto anche un lavoro più diretto, manuale. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;Il meccanico che interveniva alla partenza alla chiusura e tutte le volte che c’era un inceppamento, un problema… ma il meccanico era anche quello che ti insegnava a prendersi cura della macchina perché se tu ti prendevi cura della macchina da una lato il prodotto era migliore e dall’altro si stava meglio nel senso che se la macchina funzionava bene tutto il giorno si lavorava meglio, c’era meno fatica. Però insieme a quello c’era anche l’orgoglio di un lavoro fatto bene nel senso che, sì, quella non era roba nostra ma era anche roba nostra nel senso che ci passavamo la nostra vita, la nostra giornata… &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;[Lia Amato&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;, intervista cit.&lt;span style=""&gt;]&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;Un “innamoramento” del luogo di lavoro che, in qualche maniera, prescinde dalla comunità operaia e si lega alla fabbrica come struttura e insieme di macchine che funzionano solo grazie alla mano operaia.&lt;/p&gt;  &lt;b style=""&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; line-height: 150%; font-family: &amp;quot;Times New Roman&amp;quot;;"&gt;&lt;br /&gt; &lt;/span&gt;&lt;/b&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%;"&gt;&lt;b style=""&gt;2.3. &lt;/b&gt;&lt;b&gt;&lt;span style="line-height: 150%;"&gt;Sopravvivere al lavoro&lt;/span&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;La fabbrica è anche luogo di morte e di malattia. E anche di questo, gradualmente, gli operai assumono coscienza.&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;Se chiedevi i guanti ti dicevano: “ma perché hai paura di sporcarti le mani?” […] Insomma c’era questa mentalità: il lavoratore doveva essere uno che non guardava a niente altrimenti era un fighetto. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;[Stefano Scaramazza&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;, intervista cit.&lt;span style=""&gt;]&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;I racconti degli operai parlano di un luogo dove il minimo rispetto del corpo è un obiettivo sindacale da raggiungere piuttosto che un diritto riconosciuto. &lt;st1:personname productid="La Casaralta" st="on"&gt;La Casaralta&lt;/st1:PersonName&gt; negli anni Cinquanta e Sessanta non ha un impianto di riscaldamento.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;Non c’era il riscaldamento. Per riscaldare i reparti c’erano i furgoni, erano dei bidoni in cui si prendeva il carbone, si incendiava [….] andavi vicino a riscaldarti le mani. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;[Guido Canova&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;, intervista cit.&lt;span style=""&gt;]&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;Bisogna fare ore di sciopero perché i saldatori possano avere il latte o camici di cuoio. Nonostante le lotte degli anni Settanta le condizioni di sicurezza non migliorano.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;Le scarpe antinfortunistica, ad esempio… .negli anni Ottanta era a discrezione dei capireparto averle o meno. Ad alcuni venivano date, ad altri, che facevano lo stesso lavoro, no. […] C’è chi si faceva male e chi no a secondo se aveva le scarpe antinfortunistica. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;[Stefano Scaramazza&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;, intervista cit.&lt;span style=""&gt;]&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;La fabbrica rappresenta un punto d’arrivo, il sogno tangibile dello sviluppo, ma di uno sviluppo che si nutre tragicamente dei corpi degli operai.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;Per molti l’ingresso in fabbrica è un progresso nelle condizioni di vita. Su questo pesa la provenienza contadina. Molti sono i pendolari che vengono dal Ferrarese, un’area tipicamente agricola dove non si sviluppa alcuna industria. Si tratta di operai che non si trasferiscono a vivere in città ma per i quali il passaggio dall’agricoltura all’industria è comunque un miglioramento.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;Gli operai venivano da tutte le parti: da Ferrara da Portomaggiore da Castel Bolognese, era una fabbrica che pendolari ce n’erano un bel po’. C’era almeno il 40% di pendolari. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;[Pino Barillari&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;, intervista cit.&lt;span style=""&gt;]&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;Io venivo da Minerbio in macchina e c’erano le file lungo la ferrarese, c’erano le colonne di motorini, perché a quella epoca c’erano solo quelli, di gente che dalla campagna andava a lavorare in fabbrica. […] La maggior parte era gente che veniva dalla campagna, ex-braccianti,&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;quindi abituati a lavorare quando c’era il lavoro, molto precari. In campagna c’era quello che oggi si chiama il lavoro a chiamata. Si lavorava 120, 130 giornate in un anno e quindi anche con problemi familiari enormi. &lt;st1:personname productid="La Casaralta" st="on"&gt;La Casaralta&lt;/st1:PersonName&gt; offriva comunque un lavoro con orario fisso, pur essendo nove ore al giorno compreso il sabato mattina, il salario era garantito tutti i mesi, la mensa… Tutta una serie di cose che mettevano in secondo piano il luogo, la questione della fatica. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;[Giacomino Simoni&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;, intervista cit.&lt;span style=""&gt;]&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;Il passaggio dalla campagna alla città, ma anche il passaggio da un tempo duro, quello della guerra e del dopoguerra, ad un tempo tutto da costruire. Il ruolo della fabbrica si alimenta dell’immaginario tecnologico e del mito del progresso su cui il boom economico è costruito.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;Noi sapevamo che si veniva, ce lo dicevano i nostri vecchi ma anche la nostra vita, da tempi duri e difficili. Però la nostra esperienza ci diceva che si poteva cambiare in meglio. Anche con l’impegno. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;[Lia Amato, intervista cit.]&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;La fabbrica è l'unico luogo in cui è possibile costruire un miglioramento della propria vita, attraverso la lotta e la cooperazione con i compagni di lavoro. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;Dal 1969 fino alla metà degli anni ’70 ci furono grandi conquiste di cui avemmo dei riscontri reali e ci accorgemmo concretamente. Una fu la questione della riduzione dell’orario di lavoro, da 48 ore settimanali più tre il sabato mattina… raggiungemmo nell’arco di 3-4 anni le 40 ore, l’inquadramento unico. […] E poi conquiste sull’organizzazione… conquistammo i famosi consigli di fabbrica. Nella nostra fabbrica c’erano 17 reparti ognuno con il suo delegato e questo permise una maggiore democrazia sindacale e aderenza del sindacato alle istanze della base. […] Poi ottenemmo lo Statuto dei Lavoratori, e questo permise di avere un discorso di garanzia sui licenziamenti senza giusta causa… anche se con la forza che avevamo già non era possibile un ricatto di questo genere da parte dei padroni… anche l’unità sindacale fu un fattore chiave nell’accrescere il nostro potere nei luoghi di lavoro. […] Noi uscivamo in quel periodo da un boom economico, che anche se eri operaio e non avevi da sprecare, però ci&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;fu un maggiore accesso al consumo e questo miglioramento economico permetteva di reggere anche a forme di lotta più forti… insomma tenevi botta durante gli scioperi anche per il minor peso che il ricatto economico aveva sulle famiglie operaie.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;[Guido Canova&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;, intervista cit.&lt;span style=""&gt;]&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;In questa cornice – rapporto con le macchine, attacco al corpo, prospettiva di miglioramento – si sviluppa l’idea della sicurezza in fabbrica.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;Le lotte per migliorare le condizioni di sicurezza si affiancano e si mescolano con quelle relative al salario, al miglioramento degli strumenti di produzione, alle richieste di attrezzi migliori. Non sono, però, il frutto di una sensibilità di tipo ambientale.&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;Per molte rivendicazioni, infatti, si dovranno attendere leggi nazionali &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;Uscì la legge 626, c’era un po’ più di responsabilità agli inizi. I primi tempi le aziende provavano a stare più in regola. Gli esami erano molto di più le visite più accurate. C’era più attenzione e cominciammo a prendere conoscenza di certi problemi e anche a rispondere. Quando siamo riusciti a fare avere le scarpe antinfortunistica a tutti è stata una battaglia sindacale. Poi c’è stata la battaglia sulle scorte perché con l’uso si rompevano, le scarpe e i guanti, e tu andavi in magazzino e non ce n’erano più. Per far rispettare una legge che nel frattempo era uscita. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;[Stefano Scaramazza&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;, intervista cit.&lt;span style=""&gt;]&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;La stessa vicenda dell’amianto in qualche modo “cade dall’alto” quando questo materiale viene posto fuori legge.&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%;"&gt;&lt;b&gt;&lt;span style="line-height: 150%;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%;"&gt;&lt;b&gt;&lt;span style="line-height: 150%;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%;"&gt;&lt;b&gt;&lt;span style="line-height: 150%;"&gt;2.4. Morire di lavoro&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoBodyTextIndent"&gt;&lt;span style=""&gt;Sulla parete grigia della Casaralta, all’ingresso principale, c’è una scritta fatta con una vernice blu: “Fabbrica chiusa per strage”. La strage alla quale si riferisce è quella che ha portato alla morte di tanti operai a causa dell’amianto che, per molti anni, è stato usato in maniera massiccia nelle lavorazioni. È un falso storico, ovviamente. &lt;st1:personname productid="La Casaralta" st="on"&gt;La Casaralta&lt;/st1:PersonName&gt; non è stata chiusa per amianto, ma in seguito ad una crisi industriale molto più ampia in cui hanno giocato ben altri e diversi fattori. L’autore della scritta è senz’altro un “esterno”. È in ogni modo innegabile che, agli occhi della città, &lt;st1:personname productid="La Casaralta" st="on"&gt;la Casaralta&lt;/st1:PersonName&gt; è la “fabbrica dell’amianto”: tanto clamore fanno i processi, alcuni dei quali ancora in atto.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;La questione amianto scoppia alle Officine di Casaralta alla fine degli anni Ottanta.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;La cosa che mi ha impressionato quando è venuto fuori l’amianto e ho rivisto Canova è che lui ha una foto nella quale sono ritratti molti operai e alcuni di noi. Questi operai sono morti tutti; è rimasto Canova che si sente un sopravvissuto. E in questi casi, visti i micidiali tempi di latenza di questo tipo di malattia, ovviamente ti senti un sopravvissuto e non sai per quanto. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;[Alessandro Gamberini, avvocato, difensore degli operai della Casaralta nella causa sull’amianto. Intervista luglio 2006]&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;L’amianto lo vedevamo dappertutto, o era in pannelli o lo spruzzavi o era in corde o era dentro a dei sacchi. Lo vedevi di uso talmente comune che nessuno ti diceva che faceva male. C'era anche chi se lo portava a casa per metterlo sotto il ferro da stiro. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;[Stefano Scaramazza&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;, intervista cit.&lt;span style=""&gt;]&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;Il giudice al processo mi ha detto: “ma lì dentro come era la protezione?” Glielo dico subito: “non c’era niente…” “E quando c’era da spazzare?” mi chiede. “Si spazzava con una scopa e allora respiravamo polvere su polvere”. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;[Pino Barillari&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;, intervista cit.&lt;span style=""&gt;]&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;L’amianto in Casaralta veniva usato in molte fasi di produzione, così come in altre fabbriche produttrici di materiale rotabile come le Officine Grandi Riparazioni e &lt;st1:personname productid="la Menarini. Buona" st="on"&gt;la  Menarini. Buona&lt;/st1:PersonName&gt; parte dei capannoni delle Officine di Casaralta, inoltre, sono costruiti in cemento-amianto.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;La presenza di amianto nei capannoni e nella lavorazione stessa, ha causato la morte di decine e decine di operai che hanno contratto malattie dovute all’inspirazione di fibre d’amianto presenti nell’aria (mesotelioma della pleura, asbestosi).&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;Quando io sono entrato nel reparto verniciatura c’era la lana di vetro […] con l’amianto si lavorava eccome. Prima che entrassi io l’amianto veniva spruzzato in un capannone dove contemporaneamente lavoravano anche altri operai non addetti alla verniciatura. Durante la causa i responsabili della produzione interrogati rispondevano che in Casaralta non si lavorava con l’amianto e che se questo avveniva, lo si faceva in un capannone sigillato, ma questo non era vero.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;Questa maledetta cosa, dal 1978 ad oggi ha prodotto già 35 morti, di quelli che so io. Ma ne saranno morti anche prima, ché quelli che lo spruzzavano chissà dove saranno poveretti. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;[Pino Barillari&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;, intervista cit.&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;]&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;Il fatto che le polveri di amianto causino malattie professionali gravi è qualcosa più che un sospetto già dagli anni Cinquanta-Sessanta, e diventa un dato scientifico (sui mesoteliomi) negli anni Settanta. Rispetto agli operai della Casaralta morti per malattie legate all’amianto, tuttavia, il processo parte dopo il 1998, quando la fabbrica ha già chiuso. Il via è dato da segnalazioni della USL e da indagini della procura.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;È avvenuto che le aziende Usl abbiano segnalato, per gruppi, per individui, decessi la cui diagnosi rimandava alla patogenesi da amianto. E, rimandando alla patogenesi da amianto, ovviamente imponeva che lo si segnalasse alla procura della Repubblica, cosa che è avvenuta e da lì sono partite delle inchieste […] È iniziata così: la procura ha fatto fare le indagini e sulla base delle indagini sono emersi i nomi di alcuni responsabili. Il processo è partito con un imputato, l’ing. Farina, che era uno dei responsabili del consiglio di amministrazione che era uno dei responsabili del settore salute e anche lo stesso amministratore delegato perché non c’era una vera e propria divisione del lavoro che generasse una forma di esonero dalla responsabilità come nelle fabbriche moderne grosse. […] &lt;span style=""&gt;Il processo nasce così e ha avuto un sviluppo di questo genere: una volta che si è andati all’udienza preliminare e il giudice ha deciso il rinvio a giudizio è scattato un meccanismo di proposta risarcitoria &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;[Alessandro Gamberini&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;, intervista cit.&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;]&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%;"&gt;Dall’interrogatorio informativo di Guido Canova:&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;“Ho lavorato alla Casaralta dal 1963 al 1998. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;[…]) Il 7 ottobre del 1974 fu data attuazione nelle Officine allo Statuto dei Lavoratori. A partire da quel momento iniziò ad essere posto con forza il tema della salute insieme ad un piano di ristrutturazione dei capannoni dell’officina.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;L’accordo, sollecitato anche dal Comune di Bologna, prevedeva il coinvolgimento degli operai negli interventi di messa in sicurezza dello stabile, anche se la priorità era data alla ristrutturazione degli spazi e solo in secondo tempo, e compatibilmente con le risorse disponibili, anche agli interventi sull’ambiente di lavoro.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;Nel testo dell’accordo che si stipulò nel 1976 l’azienda insistette per specificare per iscritto che ogni intervento per risolvere i problemi che portavano pregiudizio alla salute ed alla sicurezza dei lavoratori era condizionato ai costi ed alle possibilità finanziarie dell’impresa.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;L’azienda si era impegnata a fare interventi sul tema nell’arco di 5 anni, ma non rispettò questi accordi e comunque ogni volta subordinava queste misure all’assunzione di nuove commesse.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;Solo nel 1979 l’ingegnere Farina strinse accordi con il consiglio di fabbrica affinché ci fossero date le tute per lavorare.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;[…] Regazzoni aveva un buon potere contrattuale con le ferrovie, era infatti membro dell’ associazione Costruttori e Riparatori delle FFSS, dove c’erano anche aziende molto più grandi come &lt;st1:personname productid="la Fiat." st="on"&gt;la Fiat.&lt;/st1:PersonName&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;[…] Solo nel 1989 si iniziarono a fare corsi ai capireparto sul rispetto delle norme di sicurezza. Nella Casaralta c’era un medico di fabbrica di fiducia dell’azienda.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;Il suo compito era in realtà quello di fare le visite fiscali, non ricordo nessuna effettiva visita di controllo. Solo nel 1974 riuscimmo ad ottenere che la medicina del lavoro intervenisse direttamente in fabbrica e durante il 1977 facemmo accordi con l’ENPI (oggi Inail) per avere visite specialistiche.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;[…] Nel 1974 ci fu anche una visita dell’Ispettorato del lavoro, che inviò all’azienda una relazione nella quale era indicata l’esistenza di molti fattori di nocività all’interno delle officine.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;[…] Le relazioni con il padronato erano difficili. Le trattative sindacali iniziavano quasi sempre con Farina, ma il suo compito sembrava quello di resistere sempre ad oltranza ad ogni nostra richiesta, salvo poi l’intervento dei Regazzoni dopo lunghi ed estenuanti conflitti sindacali e dopo molte ore di sciopero”.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;Su impulso di alcuni operai della Casaralta e della Fiom, nasce l’Associazione lavoratori bolognesi esposti all’amianto, che si costituisce parte civile al processo. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;L’ing. Farina, a lungo dirigente delle Officine, viene condannato ad un anno per omicidio colposo plurimo; Regazzoni muore prima che si concluda il processo. Ad oggi, tuttavia, il processo non è concluso e continuano ad essere segnalati casi di malattie e morti dovuti all’amianto, anche di ex-operai della Casaralta. I capannoni delle Officine, attualmente in stato d’abbandono, non sono ancora stati bonificati e rappresentano un rischio gravissimo per la salute degli abitanti del quartiere.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoBodyText2" style="margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify; line-height: normal;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;Come è tollerabile, sia dal punto di vista fisico-ambientale, sia dal punto di vista simbolico, che lo stabilimento Casaralta non sia stato ancora bonificato? È una cosa ignobile. È come se uno va ad Auschwitz e lì ci sono ancora brandelli di uomini ustionati e li lasciamo lì così. È una cosa assurda.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;Questo succede anche grazie a questi criteri di valutazione e censimento amianto che ha proposto l’Arpa e che sono assolutamente fuorvianti. […] Casaralta con il significato che ha avuto sarebbe importante dal punto di vista simbolico iniziarvi un intervento di bonifica. […] Questo intervento spetterebbe alla proprietà. Basterebbe una ordinanza del sindaco che dice alla proprietà che entro 60 giorni deve presentare un piano di bonifica degli stabili. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;[Vito Totire, medico, Presidente Associazione Esposti all’Amianto. Intervista &lt;st1:date ls="trans" month="7" day="21" year="2006" st="on"&gt;21 luglio 2006&lt;/st1:date&gt;]&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;Ci sono modi diversi di guardare alla fabbrica a seconda delle prospettive. Diverse modalità, che prescindono dalle informazioni di cui si è in possesso.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;Agli occhi di un osservatore esterno è facile isolare le diverse questioni attinenti alle relazioni industriali: la questione salariale, la sicurezza sui luoghi di lavoro, i ritmi.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;Per un lavoratore inserito in queste relazioni si tratta di elementi che si mescolano e che difficilmente sono visti isolatamente. Essi sono i tasselli di una condizione sulla quale si riflette globalmente. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;Ripercorrendo la storia della fabbrica, e delle vite operaie che l’hanno attraversata, sembra di poter intravedere, tra le altre, una traiettoria: fino a quando le condizioni, tutto sommato, sono migliori rispetto al passato e, in più, si lavora in una prospettiva di miglioramento, gli aspetti legati alla fatica e al rischio sono accettati più di buon grado. In questo impasto di fatica, stipendio fisso a fine mese, malattie professionali, figli all’università, che, unitariamente, è “condizione operaia”, pesa più la prospettiva che l’attacco ai corpi in termini di logoramento e&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;rischio. Anche se i rischi e la fatica ci sono e come. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;Da quando abbiamo iniziato a lavorare le nostre condizioni sono solo migliorate. Quando abbiamo iniziato lavoravamo 9 ore al giorno e tre al sabato, 48 ore settimanali… eravamo giovani, c’erano i bar aperti tutta la notte, il centro si chiamava “piazza notte”… lavoravi 9 ore tutti i giorni ed il sabato. Quando abbiamo raggiunto negli anni ’70 certi risultati, le 40 ore ci sono sembrate cose straordinarie. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;[Guido Canova&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;, intervista cit.&lt;span style=""&gt;]&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;Lavorare 40 ore a settimana è “cosa straordinaria” perché prima se ne lavoravano 48. E più si ottenevano vittorie più c’erano le condizioni per nuove rivendicazioni.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;Noi uscivamo in quel periodo da un boom economico, che anche se eri operaio e non avevi da sprecare, però ci&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;fu un maggiore accesso al consumo e questo miglioramento economico permetteva di reggere anche a forme di lotta più forti… insomma tenevi botta durante gli scioperi anche per il minor peso che il ricatto economico aveva sulle famiglie operaie. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;[Guido Canova&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;, intervista cit.&lt;span style=""&gt;]&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;Quando la tendenza si inverte, quando cioè l’andamento è quello di un peggioramento delle condizioni (anni Ottanta e anni Novanta), allora c’è anche un atteggiamento che cambia: si è meno disposti a “consumarsi" per un lavoro che dà in cambio solo sopravvivenza. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;È in questa parabola che muta l’idea stessa di sicurezza.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;Negli anni Cinquanta, Sessanta, Settanta: sicurezza del reddito, del posto di lavoro, di lavorare 300 giorni all’anno, la mensa, l’asilo nel quartiere, le cooperative di consumo, il diritto allo studio.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;Negli anni Ottanta e Novanta, poi, la fatica, i solventi chimici, la lana di vetro, l’amianto, le polveri, che esistevano anche prima, non sono “ripagati” da alcuna “contropartita sociale”, anzi si comincia a parlare di dismissione industriale che, tradotto in lingua operaia, significa cassa integrazione, licenziamenti, lotte di difesa e arroccamento. Il brutale scambio tra la fabbrica e i corpi degli operai, scambio su cui è fondato il miracolo economico, non funziona più. Non è solo un caso che le grandi questioni della sicurezza sui luoghi di lavoro, un po’ in tutta Italia, fanno il paio con grandi crisi industriali.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;Rispetto al caso Casaralta sembra che la presenza dell’amianto in fabbrica finisca per essere usata dai proprietari per agevolare in qualche modo il processo di chiusura. L’amianto è stato un pretesto che, sia a livello simbolico sia a livello economico, ha permesso di “gestire la crisi”&lt;i&gt;: &lt;/i&gt;il risarcimento alle famiglie permetteva di chiudere la partita della fabbrica e lasciava mani libere per la vendita di un’area, poco meno di &lt;st1:metricconverter productid="70.000 metri" st="on"&gt;70.000 metri&lt;/st1:metricconverter&gt; quadri, estremamente appetibile da un punto di vista immobiliare. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;Noi abbiamo sollevato il problema con la magistratura di questioni grosse e abbiamo chiesto se è lecito ai sensi della legge 257 fare una compravendita di un immobile con copertura in cemento-amianto visto che la legge dice che è vietato estrarre, produrre e commercializzare amianto e materiali che lo contengono? Non abbiamo avuto risposta. […]&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;Secondo noi come associazione (AEA) un immobile è venduto in maniera giuridicamente accettabile se bonificato dall’amianto. Poi siccome questa è una idea fondata giuridicamente ma è terrificante per il mercato immobiliare… abbiamo chiesto un consulto a un notaio che ci ha confermato che il problema che solleviamo è tale da poter inficiare qualunque atto di compravendita. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;[Vito Totire, &lt;span style=""&gt;, intervista cit.&lt;/span&gt;]&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;st1:personname productid="La Regione Emilia" st="on"&gt;La Regione Emilia&lt;/st1:PersonName&gt; Romagna ha distribuito 8 milioni di euro dal Fondo Europeo per la bonifica delle grandi aree industriali, ma la discrezione con cui un proprietario poteva partecipare o meno all’assegnazione dei soldi ha significato lasciar decidere ai privati se rientrasse o no nel proprio interesse assumersi almeno una parte dei costi di bonifica.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;Formalmente, quindi, le amministrazioni locali hanno vantato interventi a favore della tutela ambientale che, nella sostanza, spesso non sono stati realizzati: tutte le volte in cui bonificare&lt;span style=""&gt;   &lt;/span&gt;poteva significare andare contro gli interessi delle industrie che garantivano lavoro alla città o bloccare la vendita di aree industriali dismesse ad imprese private che promettevano la “riqualificazione” solo da un punto di vista commerciale&lt;i&gt;.&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoBodyTextIndent"&gt;&lt;span style=""&gt;Per il sindacato, d’altro canto, i parziali risarcimenti ottenuti durante il processo possono forse essere considerati come una vittoria simbolica che ha nascosto parzialmente altre “sconfitte”, quali il non aver impedito la chiusura della fabbrica e, cosa più grave, la mancata attenzione alla questione amianto negli anni precedenti.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;Il tema dell’amianto, così come tutta una serie di temi legati alle questioni ambientali, alla salute, alla qualità della vita, all’ecologia, fino a tempi piuttosto recenti non sono stati centrali nelle rivendicazioni del movimento operaio, il che risulta forse stridente con la grande attenzione data, e nella storia della Casaralta ve ne sono diversi esempi importanti, alla questione della sicurezza sul lavoro. D’altra parte, come detto, almeno fino agli anni Sessanta il lavoro in fabbrica era considerato da molti come un avanzamento economico e simbolico e un miglioramento delle condizioni di vita, tale da mettere in secondo piano fattori di rischio di questo tipo.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;E l’amianto era probabilmente solo un rischio tra i tanti. L’attenzione all’amianto si è rafforzata grazie soprattutto alla legge del 1992, è stata in qualche modo calata dall’alto.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;Nelle interviste agli operai e ai delegati sindacali della Casaralta, spesso, quando si parla di questo tema, vi sono reticenze e silenzi, dovuti forse a imbarazzo e alla stessa paura, da parte soprattutto di operai più anziani, di poter ancora contrarre la malattia.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;Tra la visione di molti operai, della fabbrica come luogo di formazione, socialità, lotta e, in sostanza, di “vita”, e la constatazione che quella stessa fabbrica è stata un luogo di morte per tanti compagni di lavoro, emerge la grande contraddizione inespressa della vicenda, da parte di chi l’ha vissuta.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;La questione dell’amianto ha avuto un ruolo contraddittorio… per due aspetti. Uno diciamo tutto interno, nel senso che… quelli un po’ più giovani come me, che sono entrati in fabbrica quando l’amianto non si usava più, non dico che non ci dessero peso, ma la vivevano forse come una cosa un po’, così, sbagliando, come una cosa che forse riguardava altri. E… forse è stata vissuta anche come… non vorrei esprimermi male perché c’è sempre il fatto che c’è della gente che c’è morta per queste cavolate qui e allora sai… sempre meglio pesare un po’ le parole … che fosse usata un po’ come un grimaldello per […] gestire la crisi… c’è questo argomento qui che è un argomento grosso, un argomento importante e possiamo usarlo per agevolare l’andata in pensione di questo, per far avere qualche anno di prepensionamento a quest’altro, eccetera eccetera. E sono quasi certo che c’è qualcuno che c’ha marciato, su ‘sta cosa. E questo un po’&lt;span style=""&gt;      &lt;/span&gt;mi fa rodere perché penso sempre a quelli che, ahimè, hanno fatto la fine che hanno fatto. E c’è l’altro aspetto, esterno, devastante, della completa disinformazione. All’epoca, come sempre succede in Italia quando si starnazza, non si parla, si starnazza intorno a un argomento, e… la disinformazione fu completa, fu disastrosa. E il messaggio che è passato, che fu fatto passare, era che l’amianto veniva usato in ferrovia e eccetera eccetera eccetera, veniva usato in favore di quel discorso di prima, della dismissione del settore ferroviario. Si partiva da notizie assolutamente vere: l’amianto fa male, l’amianto è cancerogeno, di amianto si muore. Ma poi vai a vedere e sì, è stato usato in aziende come Casaralta, alla grande. Nelle aziende che facevano lo stesso lavoro della Casaralta, è stato usato, alla grande. Ma mica solo lì. È sintomatico il fatto, e tutto torna a questo punto, che il solo settore edilizio utilizzava più amianto lui da solo di tutti gli altri settori industriali messi insieme. […] E a me questa vicenda ha dato molto da pensare, mi fa pensare tutt’oggi. Innanzitutto, questo non mi stancherò mai di ripeterlo, per C., per tutte le altre persone che di amianto son morte. E, bada bene, senza responsabili, perché i processi sembra che vadano più o meno tutti quanti assolti, gli imputati di ‘sti processi. Ma poi il fatto stesso che tu porti a processo gente di ottanta, di novant’anni… non lo so, mi sembra una brutta situazione, gestita ancora peggio, ma… oh, se siamo il paese che siamo un motivo c’è. [Cesare Poggioni&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;, intervista cit.&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;]&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;span style="font-size: 12pt; line-height: 150%; font-family: &amp;quot;Times New Roman&amp;quot;;"&gt;&lt;br /&gt; &lt;/span&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%;"&gt;&lt;b style=""&gt;&lt;span style="line-height: 150%;"&gt;3. La fabbrica è il dragone&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;Il quartiere operaio è diventato un quartiere di vecchi ex operai disorientati in un territorio che cambia rapidamente in una direzione ancora ignota. I nuovi abitanti sono, per la maggior parte, migranti extracomunitari. Le relazioni sociali, un tempo plasmate fortemente dai rapporti con le fabbriche, sono implose. Si sono creati tanti mondi chiusi in sé: gli ex operai, la comunità cinese, gli altri migranti, gli studenti fuorisede, gli italiani che usano il quartiere unicamente come dormitorio. Mondi che nella migliore delle ipotesi, sono indifferenti gli uni agli altri, non comunicano. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;Di operaio è rimasta la desolazione della fabbrica abbandonata. Questa un tempo cuore pulsante e metallico del territorio, oggi dà da mangiare alle fobie sociali degli abitanti.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;Un ex-operaio della Casaralta, abitante del quartiere:&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;Quella officina lì è diventato il degrado del quartiere. Adesso la dentro c’è di tutto ci saranno delle tope, delle bisce, a parte che è diventata un covo di spacciatori che vanno dentro da via Casoni che hanno tirato via la grata. La polizia non può andare dentro perché è proprietà privata e loro quando va via la polizia se ne vengono fuori… la gente reclama, mi chiama spesso e volentieri però non c’è niente da fare… non è che io ce l’abbia con gli extracomunitari perché lì dentro [nella Casaralta in attività] degli extracomunitari ne ho avuti ed erano bravissima gente però quelli che ci dormono adesso sono solo delinquenti… la persona che ha voglia di lavorare lavora… […] Io di quelli che lavoravano con me ne incontro ancora, mi fermo a parlare, mi salutano perché è gente che ha rispettato me e tutti gli altri e noi rispettavamo loro. Dicevano: “noi vogliamo essere come voi, pagare le tasse e essere in regola”. Quelli che ci sono adesso no. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;Si chiude, tristemente, una parabola. L’epilogo è quello profetizzato dagli stessi operai durante le ultime lotte poco prima della chiusura.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;Ce lo dicevamo sei anni fa quando eravamo in occupazione: questi arriveranno a far si che siano i cittadini a chiedere di buttarla giù. E infatti gli stessi abitanti del quartiere che, quando c’eravamo noi, guai a toccare &lt;st1:personname productid="La Casaralta" st="on"&gt;la Casaralta&lt;/st1:PersonName&gt;! Adesso visto che non c’è più niente, ci sono solo dei traffici, chiedano loro di demolirla. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;[Stefano Scaramazza&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;, intervista cit.&lt;span style=""&gt;]&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;Il quartiere è descritto in termini desolanti da chi ha vissuto il “periodo operaio”:&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;Nel 1978 abitavo già nel quartiere. Il quartiere in quegli anni era molto vivibile. Era pieno di negozi. Quando uscivi dalla porta trovavi quello che volevi, adesso non c’è più niente. È rimasto un negozietto o due, uno di frutta e verdura e uno di pane e salumi per il resto questa è la zona più depressa di Bologna, ha avuto un degrado indescrivibile e i prezzi degli appartamenti salgono alle stelle. Un appartamento con una stanza e la cucina 195.000 euro. Io sono in affitto e ci rimango perché la banca non mi ha dato i soldi perché non si fidava a darmi i soldi. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;[Pino Barillari&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;, intervista cit.&lt;span style=""&gt;]&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style="color: blue;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;st1:personname productid="La Casaralta" st="on"&gt;La Casaralta&lt;/st1:PersonName&gt; diventa il mostro da abbattere. I “pericolosi” ai quali la fabbrica dà rifugio sono &lt;span style=""&gt;il problema, come dice un operaio ora in pensione:&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;A me piacerebbe andare quando c’è il Consiglio Comunale e denunciare questo schifo qui. Non si può tollerare una cosa di quel genere lì. È&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;una indecenza. Io mi meraviglio che molti cittadini non si siano ancora ribellati. Io l’ho detto tante volte facciamo una petizione andiamo quando c’è il Consiglio Comunale… se non vogliono intervenire facciamo del casino, solo così possiamo ottenere qualche cosa. […] Devono demolire la fabbrica per sloggiare tutta quella ciurmaglia che sta lì dentro, perché chi ha figli piccoli ha paura anche a mandarli fuori. Finché il Comune non dà il via a demolire quei capannoni, che sono pieni di animali e topi che portano pure le malattie. Ci sono italiani e stranieri che spacciano. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;L’identità del quartiere si sfalda con le mura della fabbrica. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;Vedi che è totalmente cambiato il tessuto sociale. Queste fabbriche non ci sono più, i negozi non ci sono più. Sono tutti cinesi, supermercati di cinesi, pizzeria pakistana e di industria non c’è più niente… Fa venire i brividi. […] Un quartiere che storicamente aveva avuto, dai tempi della resistenza, il suo nocciolo nelle cellule dentro le fabbriche….non ci sono più fabbriche. […] Sono stato alla Minganti e mi è venuto il magone. Vedere le macchine che faceva &lt;st1:personname productid="la Minganti" st="on"&gt;la Minganti&lt;/st1:PersonName&gt; in un centro commerciale dentro a delle vetrine un po’ disturba. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;[Stefano Scaramazza&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;, intervista cit.&lt;span style=""&gt;]&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;Un operaio:&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;Mi viene in mente anche un po’, non voglio parlare di controllo sociale, ma comunque… questa vecchia e dura e ruvida classe operaia di una volta, una certa forma di… usiamo un termine orribile, di controllo del territorio, evidentemente lo esercitava, il fatto di… di avere della gente… perché i primi turnisti alla Casaralta entravano alle cinque del mattino, alle quattro e mezza del mattino, perché dovevano accendere un po’ tutti gli impianti eccetera, così come la sera fino a verso le otto, le nove, le dieci c’era gente, insomma c’era quasi sempre gente lì d’attorno, e non solo a Casaralta, alla Manifattura, al deposito dell’Atc, insomma… c’era sempre un po’ di traffico, magari in maniera involontaria, questo sarebbe forse un tema da approfondire con chi abita lì o con chi ha un po’ più di anni di me, ma evidentemente una sorta di polizia in tuta blu, sai… o anche solo come effetto deterrente, quando sai che c’è della gente… in giro, no?, i traffici loschi è già più difficile che si creino. Ma in questo caso, qui voglio essere io malizioso, questo fa gioco ai nostri “amici” costruttori, perché così possono dire “ah! Il degrado! Ah, una situazione intollerabile!”, perché… a loro gli fa gioco, no?, perché serve ad accelerare tutta la faccenda, no?&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;[Cesare Poggioni&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;, intervista cit.&lt;span style=""&gt;]&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;span style="font-size: 12pt; line-height: 150%; font-family: &amp;quot;Times New Roman&amp;quot;;"&gt;&lt;br /&gt; &lt;/span&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%;"&gt;&lt;b style=""&gt;&lt;span style=""&gt;Parte seconda – Il dragone&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%;"&gt;&lt;b style=""&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%;"&gt;&lt;b style=""&gt;&lt;span style=""&gt;1. Al passo con i tempi&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;Ogni metropoli occidentale che si rispetti ha la sua &lt;i style=""&gt;china town&lt;/i&gt;. La comunità cinese, pur non essendo la più consistente in termini numerici, è certamente una delle più antiche di Bologna; dagli anni Cinquanta ad oggi si possono distinguere tre principali “ondate migratorie”.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;I primi cinesi immigrati a Bologna si stabilirono nelle vie del centro città (via Polese, via San Carlo, via Marconi) occupandosi prevalentemente di piccole attività produttive di tessitura, pelletteria e ristorazione. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;Il sogno dei migranti di quell’epoca, un po’ come lo era per gli italiani che emigravano in America trent’anni prima, era di trovare nel paese d’accoglienza una stabilità a lungo termine, di arricchirsi, di fare di quel viaggio un investimento per la vita, di costruire una strada di successo economico e riscatto sociale.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;La storia dell’immigrazione bolognese annovera il caso divenuto leggendario di Umberto Sun, Cavaliere e commendatore, padre di dieci figli oggi sparsi per il mondo. Nel lontano 1958 Sun, dal nulla, fondò &lt;st1:personname productid="la Sungas" st="on"&gt;la Sungas&lt;/st1:PersonName&gt;, un’azienda per l’approvvigionamento del gas nelle abitazioni, divenuta famosa in tutta la città. Secondo il responsabile della Cna (Confederazione Nazionale Artigianato) del quartiere Navile, Valeriano Valdisserra, la rispettabilità guadagnata da imprenditori cinesi di questo calibro è servita ad una migliore integrazione dei cinesi in città: &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;È comunque una comunità ben inserita perché storicamente le prime famiglie hanno fatto cose importanti tipo &lt;st1:personname productid="la Sungas" st="on"&gt;la Sungas&lt;/st1:PersonName&gt;, del famoso Sun che oramai ci ha lasciato.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;I cinesi hanno fatto cose utili per i cittadini e quindi i bolognesi non hanno percepito ‘l’invasione’ come magari è successo a Modena o Carpi, dove da un giorno all’altro erano tutti cinesi. Forse perché qui a Bologna c’era un’economia meno adatta alla conquista cinese, non so… &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;[Valeriano Valdisserra, responsabile Cna quartiere Navile. Intervista &lt;st1:date ls="trans" month="11" day="30" year="2006" st="on"&gt;30 novembre 2006&lt;/st1:date&gt;]&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;Tra i cittadini cinesi immigrati a Bologna nel secondo dopoguerra si contano oggi diverse famiglie di ‘terza generazione: dopo i nonni, negli anni ‘80 si sono trasferiti i figli e le mogli ed oggi i nipoti sono giovani ragazzi e ragazze nati in Italia,&lt;span style="color: red;"&gt; &lt;/span&gt;cresciuti tra storia e tradizione del paese dei genitori e cultura italiana. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;Io sono nato a Brescia e a cinque anni, con la mia famiglia, mi sono trasferito dai nonni a Bologna.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;Le scuole le ho fatte qui, dalle elementari, alle famose Casaralta, al liceo Scientifico Copernico. In classe da noi quand’ero piccolo c’erano altri tre cinesi. Eravamo una minoranza. Alle elementari eravamo quasi una simpatica presenza. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;[V., 17 anni, cinese di terza generazione. Intervista &lt;st1:date ls="trans" month="12" day="20" year="2006" st="on"&gt;20 dicembre 2006&lt;/st1:date&gt;]&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;La seconda migrazione massiccia avvenne a partire dal 1985, immediatamente dopo la caduta del regime di Mao. Storicamente i cinesi immigrati in Italia e, più in generale in Europa, provengono dalla regione del Zhejiang (dal vecchio nome del fiume Qiantang che passa per il capoluogo di Hengzhou una delle città più prosperose di tutta &lt;st1:personname productid="La Cina" st="on"&gt;la Cina&lt;/st1:PersonName&gt;). Grande un terzo d’Italia, lo Zhejiang è situato a sud di Shanghai e con i suoi &lt;st1:metricconverter productid="10.000 km" st="on"&gt;10.000 km&lt;/st1:metricconverter&gt; affacciati sul Mare di Cina dell’Est è, da secoli, un porto molto attivo verso l’Occidente così come verso l’Estremo Oriente.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;Gli abitanti di questa regione, all’epoca di Mao additati dai connazionali come potenziali e “pericolosi capitalisti”, emigrarono per primi grazie alle piccole fortune salvate al Regime, spinti dal sogno del successo fulmineo che in poco tempo li avrebbe fatti tornare in patria ricchi sfondati.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;“La nostra è una zona particolare, zona di ‘capitalisti irriducibili’, come siamo stati definiti ai tempi di Mao. Erano i tempi del collettivismo forzato, qualsiasi forma di proprietà o di commercio privati erano vietati, e un giorno, all’improvviso, spunta un movimento di critica rivolto contro gli abitanti di Wenzhou, colpevoli di essere troppo individualisti, di avere una pericolosa propensione al capitalismo. È così, tutti in quella zona sono sempre stati commercianti, da sempre, non dimenticare che i primi germi di capitalismo in epoca Ming e Quing si sono sviluppati proprio nel Zhejiang. Ci sono dunque ragioni storiche alla base della nostra propensione al successo”. &lt;a style="" href="#_ftn7" name="_ftnref7" title=""&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;!--[if !supportFootnotes]--&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt; font-family: &amp;quot;Times New Roman&amp;quot;;"&gt;[7]&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;!--[endif]--&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;La terza e più recente fase migratoria, è stata favorita dal susseguirsi delle sanatorie a partire dal 1995, ma è dal 2000 che inizia la grande espansione. Infatti, oltre la metà dei residenti (53%) è arrivata in città tra il 2001 e il 2005. Secondo i dati pubblicati sul sito del Comune circa la metà di loro ha meno di 30 anni (cfr. “Cittadini stranieri a Bologna”, &lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;&lt;a href="http://www.comune.bologna.it/"&gt;&lt;span style="color: windowtext;"&gt;www.comune.bologna.it&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;).&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;Quando nel 2000 ho iniziato le medie incominciava ad arrivare il vero flusso che c’è adesso. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;Vedevi questi ragazzi di 12, 13, 14 anni arrivare a scuola sapendo poco o niente di italiano, con una grande difficoltà ad integrarsi. Molti di loro che ancora conosco hanno smesso di studiare perché ritengono, non dico inutile ma non indispensabile studiare. E questo avviene perché i cinesi culturalmente sono incentrati sul lavoro... prima si incomincia a lavorare, prima e di più si potrà guadagnare. Meno tempo si spreca meglio è. Questo per dire la differenza di mentalità.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;Notavo la differenza tra me e loro perché io, abitando qui, ho la cultura cinese ereditata dai miei genitori e la cultura italiana. Quindi mi sentivo leggermente a disagio, un ibrido, sentivo questa differenza sia con gli italiani che con i cinesi e interpretavo la diversità come emarginazione, perché non ero conforme agli altri: né ai modelli italiani né a quelli cinesi. Solo in questi anni sto capendo come la mia personalità sia più ‘unica’ che ‘diversa’… e per fortuna apprezzo la mia individualità. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;[V., intervista cit.]&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;Per definire i desideri ed il progetto di questi nuovi migranti si deve tener conto di una serie di fattori molto importanti, primo tra tutti il fatto che la regione del Zhejiang è la più ricca della Cina dopo Pechino, Shangai e Tianjin e che la maggior parte dei suoi abitanti, pur provenendo da un passato difficile di povertà, ha conosciuto un grande sviluppo economico; negli anni molti si sono costruiti una piccola ricchezza. Il loro sogno migratorio parte dall’intenzione di incrementare questa ricchezza più facilmente nel mondo occidentale: &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;“Noi del Zhejiang proveniamo da una delle zone più ricche della Cina, se ci fossimo accontentati di vivere decentemente avremmo potuto rimanere a casa nostra […] abbiamo la mentalità del &lt;i style=""&gt;huaquiao&lt;/i&gt; ricco [i cinesi che risiedono all’estero], non demordiamo, dobbiamo sempre andare fino in fondo, dimostrare al mondo la nostra intraprendenza”.&lt;a style="" href="#_ftn8" name="_ftnref8" title=""&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;!--[if !supportFootnotes]--&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt; font-family: &amp;quot;Times New Roman&amp;quot;;"&gt;[8]&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;!--[endif]--&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt; &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;In generale si può dire che in questa prospettiva l’attaccamento al paese d’accoglienza è minimo e l’interesse ad un’integrazione socio-culturale ancora minore. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;In questa situazione l’inserimento totale non è previsto, perché “io non sono in un paese per farne parte ma per cogliere delle opportunità, ammazzandomi di lavoro se necessario”. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;[Antonella Ceccagno, sinologa. Intervista 9 gennaio 2007]&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%;"&gt;&lt;b style=""&gt;&lt;span style=""&gt;2. Il dragone che avanza&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;A Bologna i cinesi si sono insediati in quella che è detta la ‘Piccola Bologna’, o &lt;st1:personname productid="la Bolognina" st="on"&gt;la Bolognina&lt;/st1:PersonName&gt;: un quartiere storicamente cruciale per lo sviluppo economico e industriale della città. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;Le grandi arterie che delimitano &lt;st1:personname productid="la Bolognina" st="on"&gt;la Bolognina&lt;/st1:PersonName&gt; (via Matteotti, via di Corticella e via Ferrarese) sono dedicate alle attività commerciali, mentre il rigoroso reticolo di strade ortogonali che compone il quartiere è l’area di residenza degli ex-operai delle grandi e piccole fabbriche dismesse disseminate sul territorio.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;La crescita esponenziale di migranti cinesi avvenuta qui negli ultimi sette anni ha creato le condizioni perché anche a Bologna si potesse cominciare a parlare di una popolosa &lt;i style=""&gt;china town.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;Nel quartiere Bolognina infatti i cinesi rappresentano più del 50% del totale della popolazione straniera residente. In via Ferrarese, molte delle attività commerciali sono tenute da cinesi: negozi di abbigliamento, bar, erboristerie, alimentari, videonoleggi, ristoranti, fotografi ecc. &lt;span style="color: red;"&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style="color: red;"&gt;&lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style=""&gt;Ma cerchiamo di risalire la china degli eventi che collegano il piccolo territorio di un quartiere di Bologna alle macroscopiche trasformazioni globali. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;L’allargamento della comunità cinese, a partire dagli anni Novanta, ha coinciso con la dismissione e chiusura di diverse fabbriche storiche della città: centri produttivi riconosciuti a livello nazionale come, ad esempio, le Officine Minganti e le Officine di Casaralta. Questa coincidenza temporale ha fatto gioco ai progetti della comunità cinese che, in quegli anni, era alla ricerca di spazi per i laboratori tessili che si ingrandivano o per l’apertura di nuove attività commerciali, favorendo al contempo i vecchi proprietari che vendevano,&lt;span style="color: red;"&gt; &lt;/span&gt;a prezzi fuori dal mercato, con un saldo immediato di denaro contante. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;Il cinese trova dove ci sono negozi vuoti, poi cerca intorno là… sai perché [per aprire] negozi e supermercati cinesi è sempre meglio [che siano] vicini perché c’è gente che viene da fuori così i negozi tutti vicini sono più comodi.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;In questa situazione i gestori italiani hanno cominciato a cedere [in via Ferrarese]… poi forse iniziano ad esserci tanti negozi cinesi così gli italiani preferiscono andare in un altro posto.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;E poi a cedere a cinesi c’è vantaggio, perché se un negozio italiano cede a un altro italiano forse disponibili 10.000 euro… e basta, invece ai cinesi puoi chiedere 20.000, 30.000, 40.000 euro. Il cinese paga lo stesso, per lui l’importante è un posto buono. Poi i cinesi pagano in contanti, forse in una settimana è tutto pagato, mentre con gli italiani fai le rate e magari ti pagano in due tre anni. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;[Andrea Liu, Presidente dell’Associazione cinese di Taiwan di Bologna. Intervista &lt;st1:date ls="trans" month="11" day="4" year="2006" st="on"&gt;4 novembre 2006&lt;/st1:date&gt;]&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;Per molti commercianti italiani la possibilità di cui parla Andrea Liu significò, in un momento di difficoltà, un’occasione davvero unica. Per i coraggiosi imprenditori cinesi invece era solo il primo passo verso la realizzazione del loro sogno. Il risultato è stato che, in poco meno di dieci anni, la comunità cinese si è insediata massicciamente in un quartiere che andava svuotandosi. Ciò è avvenuto sia per ragioni storiche proprie del territorio (la chiusura delle fabbriche appunto), sia perché la vendita delle prime attività ha creato una reazione a catena che in breve ha prodotto una vera e propria dismissione commerciale del quartiere e una trasformazione culturale profonda:&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm;"&gt;&lt;span style="background: red none repeat scroll 0% 50%; font-size: 10pt; -moz-background-clip: -moz-initial; -moz-background-origin: -moz-initial; -moz-background-inline-policy: -moz-initial;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;Culturalmente sono imprenditori, tendono a lavorare in proprio, basta guardare anche tutto il sistema del piccolo commercio. Su 1.200 clienti al Cna Navile abbiamo in tutto 120 imprenditori cinesi che occupano circa 250 dipendenti connazionali. Il 50% di loro si occupa di import-export. Questo perché hanno capito che a un cinese non conviene produrre più qui, è molto meglio far venire le merci dalla Cina. Gli imprenditori cinesi viaggiano molto in Cina e portano prodotti italiani che là sono di moda: il modello italiano “tira” molto. In genere esportano dall’Italia alcuni tipi di merce e ne importano altra. C’è anche chi mi chiedeva notizie sull’area della Casaralta per farne un ipermercato cinese dove vendere prodotti importati. Sono molto autonomi, hanno una loro finanziaria, hanno consulenti cinesi. […] Poi c’è una parte più povera che è quella che si vede vicino alla Casaralta, gente che ancora deve pagare il riscatto del viaggio. Negli ultimi anni hanno rilevato anche gelaterie, gioiellerie, ristoranti. Le bancarelle dei mercati per esempio: il 90% sono ambulanti cinesi, hanno acquistato licenze a prezzi molto alti […] infine c’è chi si dedica al grosso business in grande ma questa è un’altra storia. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;[Valeriano Valdisserra, intervista cit.] &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;I giovani migranti segnano un ulteriore passaggio culturale. Se è vero, infatti, che la realtà del piccolo laboratorio cinese esiste ancora, oggi il modello di riferimento è radicalmente cambiato. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;Qualche anno fa&lt;b style=""&gt;,&lt;/b&gt; se uscivi la sera nel quartiere&lt;b style=""&gt;,&lt;/b&gt; li vedevi lavorare nei garage, sino alle due, tre di notte. Lavoravano sempre, vedevi le luci accese e sentivi il rumore delle macchine. Adesso se ci fai caso non c’è più nessuno. Sono tutti fuori città, hanno capito che gli conviene portare le merci già pronte dalla Cina. Poi ci sono anche altre storie, per esempio conosco il proprietario di un negozio italiano che vende borse di pelle, cinture. Lui compra le materie prime e poi le fa lavorare ai cinesi. Hanno un laboratorio di confezione con cui lui lavora in maniera stabile e funziona perché i prezzi sono contenuti. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;[Leo, barista in un circolo Arci nei pressi di via Ferrarese. Intervista il 21 gennaio 2006]&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;Il futuro dell’imprenditore cinese di successo non è più la produzione, e soprattutto la produzione in Italia, dove i costi e i rischi sono maggiori, dove gli standard e le regole da rispettare rallentano il processo di arricchimento. L’import-export è la nuova frontiera, il nuovo traguardo dell’imprenditore brillante e vincente, uomo di mondo che viaggia mantenendo contatti nei due paesi, sfrutta il lavoro dei propri connazionali che ancora vivono nella terra d’origine e si arricchisce cavalcando le strategie di mercato iperliberista. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;Questa fase apre nuovi scenari e, ancora una volta, produce una reale e concreta trasformazione sociale, economica e di conseguenza urbanistica del territorio. Gli spazi del quartiere impegnati dai laboratori diventano capannoni di vendita all’ingrosso e spesso al dettaglio. &lt;st1:personname productid="la Bolognina" st="on"&gt;La  Bolognina&lt;/st1:PersonName&gt; assorbe il cambiamento e lascia il passo ai nuovi venuti, mentre i poteri forti cercano altre e più redditizie soluzioni, come ad esempio l’apertura di grandi capannoni per l’import-export nell’hinterland, dove l’accesso con i camion è certo più semplice e discreto. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%;"&gt;&lt;b style=""&gt;&lt;span style=""&gt;3. Il successo come paradigma esistenziale&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;La generazione di mio padre è incentrata solo sui soldi. Non c’è una necessità di affettività. Basta avere una famiglia e sei già contento. Non ci sono posti di incontro dove si riuniscono, solo per i matrimoni o il capodanno. Non hanno legami di amicizia profonda. Gli amici vengono con i soldi. Cioè la stima dei colleghi, dei conoscenti arriva grazie al potere economico. Loro si sono sacrificati per noi, da dove non c’era niente in Cina, si sono presi questa avventura e per fortuna hanno avuto il loro piccolo successo. Hanno una casa, la macchina, un’attività, si sentono realizzati…&lt;b style=""&gt; &lt;/b&gt;è uno &lt;i style=""&gt;status symbol&lt;/i&gt;… per me ci sono tante cose nella vita più importanti, per fortuna. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;[V., intervista cit.]&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;Un elemento essenziale che caratterizza la comunità cinese è la competitività determinata da una visione del lavoro come percorso individuale, e favorita da un processo culturale molto radicato. La collettivizzazione delle proprietà e delle risorse imposta durante &lt;st1:personname productid="la Rivoluzione" st="on"&gt;la  Rivoluzione&lt;/st1:PersonName&gt; culturale ha portato, per chi come i cinesi dello Zheijiang, aveva una mentalità storicamente imprenditrice e commerciante, ad una naturale diffidenza verso qualsiasi processo cooperativo. Questo fa sì che ciascuno punti su di sé e giochi la propria partita fino in fondo ma sempre, rigorosamente, in forma autonoma. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;Il piccolo imprenditore,&lt;b style=""&gt;&lt;span style="color: red;"&gt; &lt;/span&gt;&lt;/b&gt;nel perseguire il proprio sogno, è pronto a tutto pur di salvare l’investimento fatto (almeno intorno ai 45.000 euro per un piccolo laboratorio famigliare di 6-8 persone) ed è capace di accettare commissioni a volte addirittura svantaggiose alimentando una pericolosa concorrenza al ribasso, una guerra che coinvolge l’intera categoria e quindi principalmente i colleghi cinesi.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;Questa realtà fa da contrappunto ad una pratica molto radicata in Cina, quella della ‘solidarietà imprenditoriale’:&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;La tradizione cinese è molto realistica: chi ha soldi gestisce affari, chi non ha soldi chiede prestiti ad amici; la comunità cinese aiuta. Se uno vuole iniziare una sua attività, un lavoro, i suoi vicini e parenti fanno raccolta, prestano soldi.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;I cinesi fanno debito: chiedi un prestito di 30.000 mila euro, fissi un giorno e quel giorno risarcisci.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;Questo fa pare della cultura di solidarietà cinese per questo si può dire che i cinesi sono abbastanza uniti. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;[Andrea Liu, &lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;intervista cit.&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;]&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;Quello che fa la forza dell’imprenditore cinese è l’approccio, la totale e piena dedizione alla realizzazione del “sogno”. La forbice che separa il cinese che ha una situazione di partenza agiata in grado di gestire capitali e persone e quelli che invece si trovano migranti in condizioni di povertà è molto grande:&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm;"&gt;&lt;b style=""&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;I nuovi cinesi che stanno arrivando sono per lo più di passaggio perché sono molto flessibili dal punto di vista del lavoro,&lt;b style=""&gt; &lt;/b&gt;come sono arrivati in Italia possono andare all’estero&lt;b style=""&gt;. &lt;/b&gt;Lo scopo è appunto quello di lavorare. Non sentono questo bisogno di incontrarsi. È molto difficile per loro;&lt;b style=""&gt; &lt;/b&gt;devi pensare che molti cinesi hanno un permesso di soggiorno per 6 o 12 mesi, quindi è meglio stare buoni e continuare a lavorare… anche nell’illegalità. Purtroppo la legge vigente non facilita le cose. Il contesto non è favorevole e la gente adotta questi comportamenti isolandosi. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;[V, intervista cit.]&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;Il rischio nell’intraprendere un viaggio migratorio alla ricerca al successo è altissimo; gli sforzi per arrivare al più presto ad un’attività propria sono estremi e spesso la strada è lunga:&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoBodyText"&gt;“Chi parte da Wenzhou (Zhejiang) ha pagato venti milioni per andarsene dalla Cina, venti milioni senza permesso di soggiorno, venti milioni con il rischio di restare per anni nella clandestinità. Ti pare che l’avremmo fatto se avessimo saputo che la prospettiva era quella di lavorare duro solo per mantenere la famiglia?”&lt;a style="" href="#_ftn9" name="_ftnref9" title=""&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;!--[if !supportFootnotes]--&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt; font-family: &amp;quot;Times New Roman&amp;quot;;"&gt;[9]&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;!--[endif]--&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt; &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoBodyText"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoBodyText"&gt;&lt;span style=""&gt;Il mestiere si impara, dipende dal mercato cosa chiede. In Italia l’artigiano è importante, per un cinese che arriva è impossibile aprire industria. Si comincia come operaio, lavora nella ditta di un altro cinese, va a imparare a lavorare.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;Sono passaggi graduali. Si può fare il lavapiatti, il lava verdura, l’aiuto cuoco, dopo un anno che vedi come cucinano i cuochi sai lavorare. Anche un lavoro piccolo è importante. Non c’è disoccupazione, c’è tanti cinesi. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;[Andrea Liu, &lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;intervista cit.]&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;A questo proposito, significativa è la testimonianza del padre di V., immigrato negli anni ’80 per seguire le orme del padre che da trent’anni lavorava a Bologna, prima in un laboratorio di confezioni e poi in un ristorante di via Ferrarese, ancora oggi di proprietà della famiglia: &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;Sto qui, lavoro nella mia attività e basta. Qui in città ci sono pochi cinesi, adesso abitano fuori Bologna. Io vado a casa a &lt;st1:time hour="0" minute="0" st="on"&gt;mezzanotte&lt;/st1:time&gt; poi la mattina vengo qua. Per me lì è come un albergo.&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;Dormi, la mattina ti svegli, vieni qui a lavorare e basta. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;[W., cinese, proprietario ristorante cinese in Via Ferrarese. Intervista &lt;st1:date ls="trans" month="12" day="20" year="2006" st="on"&gt;20 dicembre 2006&lt;/st1:date&gt;]&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;Da questo isolamento nasce un problema tutt’altro che secondario: l’ansia di realizzare un sogno di successo in breve tempo, accompagnata dalla necessità di estinguere il debito con il proprio ‘padrone’, impone dedizione e perseveranza estreme portando, di fatto, al sacrificio della dimensione del ‘privato e personale’ nonché in molti casi alla rinuncia della famiglia: &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;Molte madri sono costrette dalle circostanze ad abbandonare i loro bambini. Infatti, se sei un’operaia ed hai appena figliato devi mandare il bambino in Cina e affidarlo alla famiglia perché non puoi permetterti di fermare la produzione. [Antonella Ceccagno, intervista cit.]&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;La pratica corrente prevede, infatti, che i bambini nati in Italia vengano inviati in Cina per gli anni dello svezzamento, e poi ritornino qui per essere inseriti nel sistema scolastico. Sulle conseguenze di questa pratica cresce l’urgenza di una riflessione sia da parte del Paese d’accoglienza, che dovrebbe favorire un migliore inserimento, sia da parte delle stesse comunità cinesi che forse dovrebbero pensare alle difficoltà che può avere un bambino a vivere così lontano dai genitori nei primi anni di vita. Il rischio, infatti, che tra qualche anno nascano grandi fratture e conflittualità all’interno della comunità cinese e che queste si riflettano sulla qualità del rapporto dei giovani migranti con la società italiana è alto.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;L’esperienza di chi è cresciuto qui è estremamente interessante per cogliere il desiderio di integrazione incarnato dalle nuove generazioni:&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;Quello che pochi sanno, per ignoranza o disinformazione, è che esiste una netta distinzione tra i cinesi di prima generazione, cioè quelli in età adulta emigrati in Italia di loro iniziativa in tempi addietro e quelli di &lt;strong&gt;&lt;span style="font-weight: normal;"&gt;seconda generazione&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;, cioè quella varietà di cinesi residente da una vita in Italia o perché nati qui, o perché emigrati qui sin dall'infanzia.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;I primi sono entrati nell'immaginario collettivo come il prototipo del cinese che non parla bene l’italiano, dedito solo al lavoro, e che cerca di cavarsela il meglio possibile rifugiandosi nella propria comunità. I secondi sono ragazzi perfettamente integrati che vogliono vivere qui, Paese in cui sono cresciuti.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-size: 10pt; font-weight: normal;"&gt;Questi ultimi possono rappresentare un ponte tra &lt;st1:personname productid="La Cina" st="on"&gt;la Cina&lt;/st1:PersonName&gt; e l’Italia, &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;oltre&lt;b style=""&gt; &lt;/b&gt;che essere il collante per l'integrazione di tutti i cinesi in questo paese. La chiave di una serena convivenza è in possesso di questi giovani ragazzi stranieri così come è loro la volontà di smontare barriere razziste. &lt;strong&gt;&lt;span style="font-weight: normal;"&gt;Convivere è la rosa della società umana, bisogna tagliare le spine dell’egoismo e della paura del diverso”&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;. [Associna, &lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;Associazione della comunità cinese seconda generazione. Cfr. &lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;a href="http://www.associna.it/"&gt;www.associna.it&lt;/a&gt;]&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%;"&gt;&lt;b style=""&gt;&lt;span style=""&gt;4. &lt;st1:personname productid="La Cina" st="on"&gt;La Cina&lt;/st1:PersonName&gt; tra noi&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;b style=""&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;All’aspirazione di integrazione da parte dei nuovi migranti troppo spesso fa da specchio una chiusura del paese d’accoglienza:&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;Non c’è un vero proprio incontro tra i due mondi. La comunità cinese è un mondo a sé. Le amicizie i contatti di lavoro sono sempre gli stessi, per gli italiani come per i cinesi. Non è tanto un’integrazione quanto una convivenza forzata… credo. Incontro spesso cinesi che non parlano per niente l’italiano e questo è un segno di non necessità appunto. Non ritengono necessario conoscere la lingua perché vivere in Italia è una tappa temporanea, la vivono più come un passaggio: tutto qua. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;D’altra parte anche gli amici a volte lo dicono per scherzare: ‘i cinesi sono il male minore’ perché sono quelli che lavorano, che non fanno storie e che si fanno gli affari loro. Ti fa capire che neanche nella loro mentalità è necessaria questa integrazione. Gli immigrati sono visti come forza lavorativa, non tanto come individui. Gli italiani si sentono oppressi dai cinesi che vivono qua. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;[V., intervista cit.]&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;b style=""&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;La percezione generale, rispetto alla migrazione cinese e non solo&lt;span style=""&gt;,&lt;/span&gt;&lt;b style=""&gt;&lt;span style="color: red;"&gt; &lt;/span&gt;&lt;/b&gt;è certamente quella che i diciassette anni di V. raccontano con estrema freddezza e candore; la stampa, la televisione e i grandi sistemi mediatici parlano del ‘problema immigrazione’ in termini di pericolo e sicurezza. Chi frequenta il quartiere per motivi di lavoro ha una percezione di abbandono:&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;Non è una zona meravigliosa questa, tra virgolette, ci sono molti phone center, molti extra comunitari, molti cinesi, non è la zona che dici andiamo a farci una bella passeggiata in via ferrarese a vederci due negozi.&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt; [&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;Di stranieri qui alle Minganti non se ne vedono&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;]&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt; tantissimi a dir la verità, ma da quel che posso aver capito io, i cinesi non è gente che frequenta molto i locali, cioè quando hanno finito di lavorare, anche perché da quel che posso capire questi lavorano serio, si alzano presto la mattina e finiscono tardi la sera, quindi non hanno una gran voglia di... &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;[&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;Barista bar Mescla, Centro commerciale Minganti. Intervista &lt;st1:date ls="trans" month="1" day="18" year="2007" st="on"&gt;18  gennaio 2007&lt;/st1:date&gt;]&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;Chi invece ci ha vissuto per anni ed ha conosciuto altri momenti storici della Bolognina rimpiange il passato e si accanisce contro il presente: &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;Deprimente. Ti intristrisce proprio, perché, mi ricordo, la vita proprio era bella, perché lì dove c’è, davanti c’era il forno, l’alimentari, altri alimentari di qua, dove c’era il barbiere di fianco c’era un negozio dove ci sono i cinesi, c’era Renato si chiamava, e poi era tutta un’amicizia, tutto un buongiorno, tutto, adesso viene la sera è squallido, è brutto, tutte le cose, i topi che camminano per la strada, tu vieni la sera, delle tope così, gente che lascia la roba fuori, qualcuno ormai passa da lì, vede talmente sporco che dalla macchina prende il sacchetto del rusco, lo appoggia lì dove c’è la campana del vetro, mentre il rusco è dall’altra parte della strada. E siamo a dei livelli che adesso io volevo fare un comitato di cittadini per dire oh, ma qui bisogna che ci muoviamo anche perché, quelli che sono qui, che sono extracomunitari, o sono cosa, le regole vanno rispettate per tutti, loro il rusco lo devono buttare nel bidone, non per terra, oppure i cinesi, a parte che si soffiano ancora il naso così fuori dalla finestra, che quando passi delle volte ho paura che mi centrino, ché una volta, una sera io prendo una coltellata va a finire, perché era lì con le figlie, ho detto, beh, ha sputato fuori così, ho detto beh, non ti vergogni porca miseria. Lui ha fatto un po’ così, capito, poi ha fatto finta di niente e è andato via. […] E poi un’altra cosa che odio, perché vedi io non sono razzista ma lo sto diventando, cioè io dico: è vero che io devo scrivere in tutte le lingue questa via qua, ma tu mi devi scrivere in italiano, che c’è un ristorante cinese, mi scrivi tutto in cinese? Se io voglio venire a prendere qualcosina me lo devi scrivere, sei in casa mia. Sei in casa mia, insomma, sei in uno stato che devi rispettare delle leggi, cioè non ho capito, questo lo voglio chiedere una di queste volte a quelli che… perché pagare non mi vendi niente, non mi vuoi neanche dentro, non c’entro neanche dentro, però tu mi devi scrivere“gelato fritto cinese, no c’è il gelato fritto, il riso là di Shanghai, tutte, scrivimelo e se ho voglia una volta di venirlo a prendere perché non ho diritto di prenderlo? Non ho capito. Tu guarda lì se ti prendi la curiosità, vai lì dove c’è… N., che è un gran bravo ragazzo, invece, vedi. La pizzeria. Qui nella piazzetta, dove c’è via Casoni, c’è N. che è un pakistano, che ha tre quattro fratelli, ma tutti bravi, rispettosi, puliti, capito? C’è anche la mia pizza, la pizza Sandri che ho inventato io.&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;[Rolando Sandri, operaio Casaralta anni 1960-70, poi ferroviere; abitante del quartiere. Intervista 15 gennaio 2007)&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;span style="font-size: 10pt; font-family: &amp;quot;Times New Roman&amp;quot;;"&gt;&lt;br /&gt; &lt;/span&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;b&gt;&lt;span style="color: black;"&gt;Parte terza – La fabbrica e il centro commerciale&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%;"&gt;&lt;b&gt;&lt;span style="color: black;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%;"&gt;&lt;b&gt;&lt;span style="color: black;"&gt;1. Le Minganti si presentano&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style="color: black;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoBodyText"&gt;&lt;span style=""&gt;Gli acrobati volanti (quelli delle Olimpiadi di Torino) scendono dal soffitto con indosso le tute blu, mentre la musica rievoca i rumori delle macchine di un tempo [...]. Gli acrobati hanno replicato lo spettacolo quattro volte perché la gente col naso all'insù è stata una folla per l'intero arco della giornata.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;Così un quotidiano locale descriveva la giornata del &lt;st1:date ls="trans" month="3" day="26" year="2006" st="on"&gt;26 marzo 2006&lt;/st1:date&gt;, giornata della “Riapertura delle Officine Minganti”, il primo, e finora unico, grande insediamento industriale dismesso della Bolognina ad aver subìto un processo di riconversione: da fabbrica a centro commerciale. Queste poche righe restituiscono la portata del cambiamento che ha interessato l'edificio, la sua destinazione, l'immaginario a cui è legato e, inevitabilmente, le ricadute che questo processo ha sul territorio circostante.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;Oggi le Officine Minganti sono un centro commerciale distribuito sui tre piani che si affacciano su una piazza coperta, creando l'ambiente di una galleria commerciale. I pannelli informativi dicono che al piano terra, “la piazza dello shopping”, si trovano un supermercato Coop, un negozio Unieuro, boutique, gioiellerie e, nel corridoio esterno alla piazza, alcuni negozi di dimensioni ridotte, quasi al dettaglio: calzolaio/duplicazione chiavi, lavasecco, edicola, accessori per animali, la banca. Al primo piano, “cibo per la mente”, si trovano invece la libreria Coop, un Apple Center e la vasta area ristorazione. Il secondo e ultimo piano, “Cura del Corpo”, è invece interamente occupato da una palestra, un Fitness Center della Virgin.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%;"&gt;&lt;b&gt;&lt;span style=""&gt;2. Minganti: da Officine... &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;Le Officine Minganti si trovano nel quartiere Bolognina dal 1919, data in cui trasferirono qui i loro impianti produttivi da via Riva Reno, nel centro di Bologna. La fabbrica, fondata da Giuseppe Minganti, produceva macchine utensili di precisione (come torni, frese o trapani) e divenne nel secondo dopoguerra una delle realtà produttive di punta del panorama cittadino. Quel luogo, assieme ad altri stabilimenti industriali del quartiere, era negli anni del boom, un simbolo del progresso economico e sociale di quell'area e dell'intera città.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoBodyText"&gt;&lt;span style=""&gt;Uno che andava alle Minganti era come se andasse all'università [...] uno che lavorava alle Minganti era, chissà, un dio, un mago, era stato baciato dalla sorte... &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoBodyText"&gt;&lt;span style=""&gt;[Giacomino Simoni, intervista cit.]&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;È facile intuire come le Minganti siano state una realtà importante, radicata per più di settant'anni nel tessuto economico bolognese e nel contesto sociale del quartiere, sia per il prestigio di cui godevano nel panorama industriale italiano, sia per il gran numero di abitanti che vi avevano trascorso la propria vita lavorativa.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoBodyText"&gt;&lt;span style=""&gt;Per Bologna è sempre stata una realtà piuttosto presente, nel senso che trovandosi lì dagli anni Venti ha potuto seguire diverse generazioni di operai che hanno lavorato lì. Tutti quelli che noi abbiamo incrociato lì attorno o avevano un cugino che ci lavorava, o un marito. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoBodyText"&gt;&lt;span style=""&gt;[Architetto. Intervista 17 gennaio 2007]&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;L’edificio, così come lo vediamo ancora oggi, venne ricostruito nel dopoguerra su progetto di Francesco Santini e fu realizzato con particolare attenzione, investendo ingenti risorse economiche, tanto da farne uno dei migliori esempi nazionali di architettura industriale. Come spiegano un architetto di Open Project&lt;a style="" href="#_ftn10" name="_ftnref10" title=""&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;!--[if !supportFootnotes]--&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; font-family: &amp;quot;Times New Roman&amp;quot;;"&gt;[10]&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;!--[endif]--&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt; e un suo giovane collega che ha dedicato il proprio lavoro di tesi a un progetto di recupero delle Officine Minganti:&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoBodyText"&gt;&lt;span style=""&gt;[Durante la guerra] &lt;st1:personname productid="la Minganti" st="on"&gt;la Minganti&lt;/st1:PersonName&gt;, oltre a fare pezzi di meccanica, fabbricava anche armi. Quindi è stata bersaglio di bombardamenti, è stata rasa al suolo dalle bombe. Dopo la guerra è stata ricostruita con grande cura e investendo anche molti soldi, e questo l'abbiamo visto anche noi seguendo i lavori. Abbiamo recuperato dei mosaici di ceramica che rivestivano tutte le strutture in esterno. Si vede che è una fabbrica costruita con grandi investimenti. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoBodyText"&gt;&lt;span style=""&gt;[Architetto studio Open Project. Intervista &lt;st1:date ls="trans" month="12" day="11" year="2006" st="on"&gt;11 dicembre 2006&lt;/st1:date&gt;]&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;[Le officine Minganti hanno] una forma e un decoro che sono ben al di sopra di qualsiasi altro edificio che si trova a Bologna e probabilmente in Italia [...] è uno degli edifici più di spicco nel panorama industriale italiano e forse anche europeo. [...] c'è una cura nel dettaglio, nei volumi e nelle proporzioni che non se ne trovano...alcuni edifici dei primi del Novecento che portano avanti gli stilemi del liberty hanno dei decori, però alla fine sono capannoni decorati, questo invece ha un gioco nei volumi, nelle proporzioni, [...] come il mattone faccia a vista e quelle tesserine di ceramica che sono del tutto inusuali per un edificio industriale. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;[&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;Architetto. Intervista &lt;st1:date ls="trans" month="1" day="17" year="2007" st="on"&gt;17  gennaio 2007&lt;/st1:date&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;]&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;L’inusuale qualità dell’edificio, per essere una fabbrica, probabilmente trova le sue ragioni nella volontà di Gilberta Gabrielli Minganti, moglie del fondatore Giuseppe Minganti, di erigere una sorta di monumento al marito defunto qualche anno prima. Pare infatti che quest’ultimo fosse un personaggio particolarmente stimato, anche dagli operai, per le sue conoscenze tecniche e per la sua disponibilità a “sporcarsi le mani” con il lavoro&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;[All'inizio degli anni Cinquanta] era morto il fondatore Giuseppe Minganti e la moglie ha continuato l’attività e, secondo le sue stesse parole, aveva voluto erigere questo monumento alla memoria del marito, sul quale si narrano storie un po'... un po' da favola sulle riparazioni di macchinari... [...] Aveva l'autista ma aggiustava lui stesso la macchina se si rompeva, pare che fosse un genio della meccanica e la moglie nel '&lt;st1:metricconverter productid="56 ha" st="on"&gt;56  ha&lt;/st1:metricconverter&gt; voluto riedificare l'intera fabbrica dando la forma che è quella che più o meno Open Project ha mantenuto almeno nei punti principali, [...] dove ha inserito le attività commerciali. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;[Architetto&lt;/span&gt;&lt;span style=""&gt;. &lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;Intervista &lt;st1:date ls="trans" month="1" day="17" year="2007" st="on"&gt;17 gennaio 2007&lt;/st1:date&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;]&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%;"&gt;&lt;b&gt;&lt;span style=""&gt;3. ...a “fabbrica d'incanti”&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;Nella trasformazione delle Officine Minganti in centro commerciale, si è puntato molto sulla vecchia identità della fabbrica fin dal progetto di ristrutturazione e riconversione dell'edificio.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;C'è molta insistenza sul passato, in generale, “si stava meglio in altre epoche”... Bologna poi è molto legata al passato anche nell'architettura, la conservazione com’era dov’era. Nel nostro progetto, dov’era possibile, abbiamo recuperato [...] si volevano richiamare gli aspetti industriali, quindi pavimento in cemento e uso del tecnologico, quindi vetro e acciaio nelle vetrine, i nuovi solai in lamiera grecata, in carpenteria metallica, sempre per ricordare il passato industriale. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;[&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;Architetto studio Open Project, intervista cit.&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;]&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;Al progetto e alla sua realizzazione – affidata a due importanti imprese edili bolognesi consorziate, Cogei e Coop Costruzioni – è poi seguita una strategia di lancio pubblicitario per buona parte giocata sulla storia dell'edificio, su quel che era stato e su quello che è diventato. Lasciando inalterato il nome, aggiungendo però una coda sulla nuova destinazione, “Officine Minganti, una fabbrica d’incanti”, la rievocazione di un simbolo della passata identità industriale della città e del quartiere viene ridotta a un semplice richiamo per la desiderabilità delle merci e dei servizi offerti. L’intero centro commerciale è poi disseminato di tracce del passato industriale trasformate in raffinati oggetti d'arredo: come i vecchi torni e le frese esposte in teche o i carri ponte ancora sospesi vicino al tetto e ben visibili dalle scale mobili.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;La riproposizione dell’immaginario della fabbrica, ovviamente ripulito da tutto quel che riguarda gli aspetti più socialmente indesiderabili del lavoro in officina e dalla conflittualità sociale e politica che ha attraversato quel luogo per decenni, non si basa sul ruolo profondo dell’industria nella vita sociale ed economica del quartiere, ma assume un aspetto estetico evocativo per esaltare il presente e le sue meraviglie. Nella sezione “chi siamo” del sito delle Officine Minganti si trovano solamente poche, significative righe di presentazione:&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoBodyText"&gt;&lt;span style=""&gt;Apritevi al futuro con un nuovo modo di intendere lo shopping in una struttura che unisce l'innovazione con il richiamo al passato.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;Un Centro Commerciale di nuova concezione dove la persona è al centro dell'interesse.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;Tutto questo a due passi dal Centro Storico.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;Questa rievocazione un po’ glamour del passato industriale dell'edificio non sembra però avere una particolare presa su chi oggi frequenta il centro commerciale come cliente oppure per lavoro; infatti non è particolarmente diffusa la consapevolezza di cosa è stato quel luogo prima di diventare una “fabbrica d'incanti”. Oggi nel centro commerciale lavorano soprattutto giovani, che, in molti casi, sono venuti a Bologna per studiare. &lt;span style="color: black;"&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoBodyText"&gt;&lt;span style=""&gt;Io lavoro al centro da quando ha aperto, quindi dal 26 di marzo ad oggi. I miei lavoravano lì vicino [alla Sasib], quindi Minganti era un nome che conoscevo...poi io sono di Bologna...poi passandoci davanti c'era questa insegna con scritto Minganti...Sì, sapevo che era un'azienda di officine meccaniche, però non sapevo bene cosa facesse, [...] era un nome storico di Bologna. Poi mi ci sono ritrovato dentro, fortunatamente non a fare le 8 ore in fabbrica ma a far qualcos'altro.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;[...]C'è n'è una bassissima quantità di bolognesi all'interno di Unieuro [...]. Magari ci sono ragazzi che prima studiavano qua per cui sono a Bologna magari da 10 anni. C'è una mia collega che ha abitato lì in zona, vicino alla Minganti, per un periodo [...] poi c'è un'altra mia collega che abita lì vicinissimo alla Minganti, penso in uno dei palazzi nuovi, però anche lei non è di Bologna, è di Milano [...] però non so quanto conoscano la zona, sinceramente non penso molto. A parte un video [a volte trasmesso dai televisori nella vetrina di Unieuro, &lt;i&gt;nda&lt;/i&gt;] che parla della storia della Minganti o qualche tornio che c'è nelle teche non parliamo mai [di quel che erano le Officine Minganti &lt;i&gt;nda&lt;/i&gt;] e non penso neanche che i miei colleghi sapessero cos’erano. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;[Impiegato Unieuro, Centro commerciale Minganti. Intervista &lt;st1:date ls="trans" month="1" day="18" year="2007" st="on"&gt;18 gennaio 2007&lt;/st1:date&gt;]&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt; color: black;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt; color: black;"&gt;Sono arrivata a Bologna per studiare all'Università e, da studente, la città la giri in bicicletta, non esci mai dal centro storico; [...] quindi non sapevo cosa fosse questo posto prima...l'ho imparato venendoci a lavorare. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt; color: black;"&gt;[Commessa libreria Coop, Centro commerciale Minganti. Intervista &lt;st1:date ls="trans" month="1" day="16" year="2007" st="on"&gt;16 gennaio 2007&lt;/st1:date&gt;]&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt; color: black;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;Prima di iniziare a lavorare qui non conoscevo le Minganti. Prima abitavo in centro, in via Castiglione, e questa era proprio una zona che non frequentavo, perché comunque non avevo motivi per frequentarla, anche perché non c'erano punti interessanti, o centri commerciali, o particolari cose che mi attiravano...arrivi fino alla stazione ma di qua in poi non ci sono mai venuto, non la conoscevo [...] ne ho sentito parlare da qualche cliente che racconta “perché io quando lavoravo, venivo a lavorare qua, ora tutto è cambiato”...appunto qualche personaggio anziano che era qua della zona e lavorava nella fabbrica, qualcuno dei vecchi anziani che stanno qua, c'è una combriccola di 20-30 che frequentano i baretti, e qualcuno lavorava appunto qui alla Minganti. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;[&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;Barista al bar Mescla, intervista cit.]&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%;"&gt;&lt;b&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%;"&gt;&lt;b&gt;&lt;span style=""&gt;4. Minganti, quale idea di riqualificazione?&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="Contenutotabella" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;Al Mapic 2005 di Cannes, importante fiera dedicata al mondo immobiliare, il progetto per la riconversione delle Officine Minganti ha ottenuto, battendo un analogo progetto per un centro che stava aprendo in Oxford Street a Londra, il premio riservato ai nuovi insediamenti commerciali, con la motivazione di offrire &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="Contenutotabella" style="text-align: justify; text-indent: 1cm;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="Contenutotabella" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;un importante contributo alla riqualificazione e rivitalizzazione dei centri urbani, dimostrando la sostenibilità dello sviluppo, il rispetto del tessuto circostante e la flessibilità sufficiente a rispondere nel tempo al cambiamento degli schemi della domanda.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;Quale sia però l'idea di “riqualificazione e rivitalizzazione” che il progetto delle Officine Minganti veicola in un'area urbana come il quartiere Bolognina&lt;span style="color: black;"&gt; – in particolare nella sua propaggine verso la zona fieristica, nell'area denominata appunto Casaralta –&lt;/span&gt; connotato da una forte presenza di immigrati di origine cinese e di italiani sempre più anziani, non è poi così chiaro. Certo è che, secondo gli addetti ai lavori, quella è una zona appetibile, in cui intervenire e “riqualificare”.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;Secondo noi è una delle zone che potenzialmente vanno maggiormente prese in considerazione per una riqualificazione futura, sia per motivi di centralità rispetto ad aree importanti di Bologna, come la stazione, come la fiera, come la vicinanza con il centro storico, sia perché è ricchissima di zone industriali dismesse [...] e quindi ci sono molte aree vuote su cui intervenire. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;[Architetto&lt;/span&gt;&lt;span style=""&gt;. &lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;Intervista &lt;st1:date ls="trans" month="1" day="17" year="2007" st="on"&gt;17 gennaio 2007&lt;/st1:date&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;]&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;Interrogandosi poi su quale sia il “tessuto circostante” che il centro commerciale Minganti rispetta, come si legge nella nota del Mapic, il pensiero non va subito alla composizione sociale del quartiere. Di certo non è compresa la comunità cinese, esclusa dalla società che ha curato la commercializzazione dall'assegnazione di attività commerciali all'interno dell'ipermercato&lt;a style="" href="#_ftn11" name="_ftnref11" title=""&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;!--[if !supportFootnotes]--&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; font-family: &amp;quot;Times New Roman&amp;quot;;"&gt;[11]&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;!--[endif]--&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;. Eccetto il supermercato, le attività commerciali ospitate dentro le Minganti non sembrano pensate poi nemmeno per la fascia anziana, non particolarmente benestante, che rappresenta una parte importante della popolazione dell'area.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;È una zona abbastanza nevralgica di Bologna, appunto tra la fiera e la stazione. E comunque, sebbene dovrebbe esserci un passaggio notevole, secondo me i risultati del centro nel primo anno non sono tanto soddisfacenti, perchè se dopo un anno la gente ti chiede ancora dove sei...[...] Io non lo so da cosa dipenda...sono stati sbagliati i negozi che sono stati fatti dentro...io non lo so, comunque noi ci stiamo riprendendo però altri, magari quando hanno aperto il negozio si aspettavano un giro di affari molto superiore. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;[Impiegato Unieuro, intervista cit.]&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;Lavori molto con gli uffici, con la gente del posto poco perché questo mi pare di aver visto che è un quartiere di anziani...è una zona un po' di vecchie abitazioni, è un quartiere tra virgolette popolare quindi si lavora col caffettino, ma non è un posto da aperitivo, qui al pomeriggio è poco frequentato.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;[...] Sono uffici dell'Unicredit fondamentalmente, della banca, quindi che rimangono dentro al centro commerciale, poi quando finisce l'orario di lavoro loro se ne vanno, di conseguenza da quell'orario lì - le quattro, le cinque - in poi finisce tutto...al pomeriggio è veramente angosciante 'sto posto... &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;[&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;Barista al bar Mescla, intervista cit.]&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;La fabbrica d'incanti stenta quindi a trovare un pubblico di riferimento, nonostante si ponga in uno snodo importante del quartiere, in una zona di cerniera tra l'area della fiera e tutta la parte della Bolognina che si trova più a ridosso del centro storico della città.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;Tornando alla valorizzazione, nell'ambito della realizzazione, l'accordo col Comune era che tutto il perimetro Minganti era comunque di proprietà privata, però veniva ceduto l'uso pubblico di questa strada interna, che dovrà collegare il nuovo quartiere residenziale che in parte stanno già realizzando. A differenza degli altri centri commerciali, questo si configura di più come galleria di vicinato, quindi non ha degli accessi entro cui c'è uno spazio climatizzato chiuso, ma è più una galleria urbana. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;[Architetto studio Open Project, intervista cit.]&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style="line-height: 150%;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoBodyTextIndent"&gt;&lt;span style=""&gt;Neanche il classico target di pubblico che trascorre interi week-end dentro i faraonici centri commerciali situati a ridosso del tessuto urbano della città è quello per cui le Minganti sono state pensate.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;Da quel che posso aver capito io oramai questo qui si sta impostando come centro commerciale di quartiere, non è l'Euromercato che la gente piglia su figli e macchina e ci passa tutta la giornata...qui quando ci hai fatto due-tre ore hai visto tutto, non ci sono grossi nomi di richiamo. Gli unici richiami grossi possono essere la palestra, il negozio di computer dell'Apple che comunque è abbastanza importante, comunque Fini e Benetton li trovi in centro. Per me dovevano fare qualcosa di più prestigioso, una galleria più prestigiosa. Qui comunque ci sono dei negozietti...fatti male, hai l'impressione che loro quando hanno dovuto vendere gli spazi hanno dovuto vendere al primo offerente senza ragionare... &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;[&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;Barista al bar Mescla, intervista cit.]&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style="line-height: 150%;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;Nonostante quest’ambizione a essere una galleria urbana, un luogo sì di consumo, ma anche di passaggio e di transito tra due importanti aree del quartiere, le Minganti sembrano per ora avere&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;un’unica significativa presenza fissa: gli impiegati dei vasti uffici bancari che hanno sede nel centro commerciale, cioè lavoratori di un terziario altrimenti poco presente in quell'area, e non i residenti del quartiere (fatta eccezione per il supermercato Coop). È lecito avanzare l'ipotesi che quest'operazione non sia rivolta tanto al tessuto sociale esistente, quanto a quello più agiato che arriverà, in seguito all'urbanizzazione in corso delle aree che si trovano tra la fiera e il centro commerciale, e all'insediamento nelle sue vicinanze di importanti strutture logistiche come la nuove sede del Comune.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;Probabilmente la destinazione della Minganti è dovuta anche a questo, perchè la fiera richiede residenze perchè ci sia vita, le residenze richiedono destinazioni commerciali, è un ciclo che si innesca automaticamente. Forse il target è dovuto anche a quello, cioè non considerando solamente &lt;st1:personname productid="la Bolognina" st="on"&gt;la Bolognina&lt;/st1:PersonName&gt; ma considerando l'area all'interno di una pianificazione più grande [...] I tempi della programmazione e della progettazione edilizia sono sempre diversi da quelli della vita reale, è intrinseco nei processi che stanno dietro a questo tipo di operazione. [...] Bisogna creare delle occasioni perchè poi si avviino dei processi di progettazione e intervento successivo. È un rischio ovviamente perchè può darsi che quella galleria non colleghi mai niente per il resto della sua vita, ma questo è intrinseco in ogni idea di progetto. Il progetto è una previsione, le previsioni si sbagliano anche. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;[Architetto&lt;/span&gt;&lt;span style=""&gt;. &lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;Intervista 17 gennaio 2007&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;]&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;Tornando alle motivazioni del premio assegnato al progetto Minganti, più che una “flessibilità sufficiente a rispondere nel tempo al cambiamento degli schemi della domanda”, sembra che l'operazione abbia cercato di anticipare, e di conseguenza accelerare, “il cambiamento degli schemi della domanda”: da un territorio abitato da fasce di popolazione con una scarsa disponibilità economica e attraversato da varie forme di marginalità sociale, si aspira a intercettare un futuro tessuto urbano più benestante, che si possa permettere l'assidua frequentazione di boutique, palestre, &lt;span style="color: black;"&gt;negozi chic d'informatica&lt;/span&gt;, gioiellerie e quant'altro. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style="color: black;"&gt;In quest'ottica appare, forse, più chiaro il battage pubblicitario legato al passato industriale e produttivo: il centro commerciale fornisce, oltre a merci e servizi per chi si trasferirà in quell'area, anche elementi di identità e appartenenza territoriale già “pronti per l'uso”, ripuliti da contraddizioni e aspetti problematici.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%;"&gt;&lt;b&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%;"&gt;&lt;b&gt;&lt;span style=""&gt;5. Il quartiere visto dalle Minganti&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm; line-height: 150%;"&gt;&lt;span style=""&gt;La conferma della relativa estraneità delle Minganti con il territorio circostante arriva anche dall'immagine che chi lavora e frequenta il centro commerciale ha del quartiere, del tessuto urbano in cui è collocato. Il rione Casaralta appare come un luogo di cui poco si sa, ma che mette paura, da cui è necessario difendersi creando isole “sicure e belle”, che restituiscano un'immagine di benessere in cui rifugiarsi per sfuggire al degrado circostante. Secondo alcuni cittadini, a questa visione contribuisce lo stato di abbandono in cui gli impianti industriali versano, diventando riparo notturno per una varia umanità che non trova alternative migliori e la presenza di extracomunitari (cinesi nelle immediate vicinanze, maghrebini e africani sub-sahariani in altre zone).&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;Questa prima [dell'apertura del centro commerciale] era una zona in disuso, dove era brutto passare, che se tornavi a casa la sera rischiavi che ti aprivano la macchina o che ti rubavano le biciclette, ancora è così, però quantomeno dà un po' più luce, più prestigio...più gente gira, più luce c'è, più caos c'è più i non amanti del caos tendono a imbucarsi. Quindi sicuramente [i residenti del quartiere] lo vedono benissimo sono molto contenti. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;[&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;"&gt;Barista al bar Mescla, intervista cit.]&
