sabato 19 dicembre 2009

Quali interlocutori per l’inchiesta sociale?

di Piano b
ne Lo squaderno, N. 12 - giugno 2009

La chiusura delle fabbriche, la scomparsa della classe operaia, la riconversione dei capannoni industriali dismessi. La città post-industriale, dei servizi, dei centri commerciali. L’immigrazione, la città multietnica, la questione della sicurezza, l’insicurezza percepita dai cittadini italiani nei propri quartieri. Il lavoro precario, il consumismo, la speculazione edilizia, l’inquinamento, la fine delle “comunità”, la parcellizzazione dei rapporti sociali.
Parole che da anni leggiamo e ascoltiamo e che ci sembra descrivano in modo appropriato i fenomeni e le trasformazioni in atto nelle città italiane. Ma anche parole di “senso comune”, che diamo per scontate. Descrizioni dei mondi in cui viviamo che è difficile mettere in discussione, che solitamente vengono evocate piuttosto che argomentate. Parole che basta nominare, perché tutti bene o male capiscano di cosa si sta parlando. Che ci mostrano in maniera inequivocabile la direzione nella quale sta andando la società in cui viviamo. E, aspetto non secondario, inibiscono l’azione politica collettiva e la nascita di progetti di segno diverso. Tanto, “si sa che va così”.
In questi processi si è imbattuta l’esperienza di Piano b, un gruppo nato a Bologna nel 2006 al fine di “fare inchiesta” in città. In questo articolo proviamo a tracciare un bilancio di questa (breve) esperienza, descrivendo le potenzialità e i limiti dell’“inchiesta sociale”, per come l’abbiamo praticata.
Anzitutto, le motivazioni per cui abbiamo iniziato un lavoro di inchiesta su questi temi. Le persone che si sono incontrate in Piano b venivano da esperienze molto diverse tra loro. Tutti in qualche modo notavamo (e notiamo) con una certa insoddisfazione che né l’esperienza lavorativa né quella politica consentono una conoscenza approfondita della città in cui viviamo. Chi lavora all’università si rende conto che la ricerca accademica non è interessata tanto a studiare la “realtà” quanto a seguire dibattiti e linguaggi chiusi all’interno di “discipline” (sociologia, antropologia…) e per questo “disciplinati” e autoreferenziali. Chi fa il giornalista nota i limiti di un lavoro che deve rispettare agende e cadenze precise, linguaggi codificati e non concede l’ampiezza di respiro necessaria ad una comprensione approfondita della città. Chi lavora come maestro o educatore sente la mancanza di una conoscenza dei mondi sociali dai quali provengono le persone che ogni giorno deve “istruire” o “educare” (bambini, giovani immigrati di seconda generazione, adulti stranieri, detenuti).
Dalle esperienze di diretto impegno politico e sociale (in quell’area non meglio identificata che viene chiamata “movimento”, che sta a sinistra, solitamente fuori dai partiti), d’altra parte, ciascuno di noi ha ricavato un’insoddisfazione dovuta, anche qui, alla mancanza di conoscenza dei mondi e delle persone che di quella attività politica sono troppo spesso l’oggetto e non il soggetto (gli operai, i precari, gli immigrati, i senza fissa dimora, i consumatori e così via).
A Bologna, come altrove, spesso notiamo – nelle realtà di movimento non meno che nei partiti – un approccio superficiale e frettoloso alle questioni politiche, affrontate soltanto quando sono sotto l’occhio dell’attenzione pubblica e mediatica e dimenticate subito dopo, per passare ad altro. È una città in cui si discute molto, ma nella quale raramente vengono individuati e messi in discussione i poteri, le persone, le istituzioni che effettivamente prendono le decisioni importanti, che definiscono il volto della città.
Insoddisfatti rispetto a tutto ciò e forse semplicemente sentendo la necessità e l’urgenza di conoscere la città (dopo averci vissuto per dieci, venti o trent’anni!), avevamo bisogno di un “Piano b”. Un’inchiesta ci sembrava l’unica cosa che in quel momento fosse possibile fare.
Il gruppo si è formato un po’ casualmente, lontano da Bologna, attorno a un seminario sull’inchiesta organizzato in Calabria dalla Comunità Progetto Sud e dalla rivista Lo Straniero. Tornati a Bologna, abbiamo concentrato la nostra curiosità su un luogo che ci sembrava condensasse molte storie e molte delle “parole” che abbiamo elencato sopra: le Officine di Casaralta, una fabbrica di vagoni ferroviari nata a inizio Novecento, tristemente famosa per le drammatiche vicende legate all’amianto e dimsessa definitivamente nel 2003, dopo una lunga lotta degli operai contro la chiusura dell’azienda.
Da questa fabbrica, l’inchiesta si è allargata al territorio circostante, la Bolognina, un’area della città cresciuta attorno alle fabbriche metalmeccaniche nel corso del Novecento. Abbiamo cercato di raccontare realtà e traiettorie di vita apparentemente lontane tra loro, accomunate dal fatto di svolgersi dentro il medesimo reticolo di strade. Abbiamo conosciuto e intervistato decine di testimoni diretti della vita e della storia di quelle strade e di quei luoghi. Abbiamo discusso con anziani abitanti del quartiere, operai e delegati sindacali delle fabbriche e abbiamo raccolto le loro storie di vita. Abbiamo incontrato alcuni immigrati cinesi residenti sul territorio. E poi funzionari sindacali, avvocati, medici, amministratori pubblici, urbanisti, architetti, maestri di boxe. Abbiamo frequentato centri anziani e circoli di quartiere e partecipato a iniziative pubbliche di presentazione e discussione dei piani urbanistici.
In seguito, abbiamo spostato lo sguardo su un’altra area di Bologna, Santa Viola, nella quale erano accaduti e sono tuttora in atto processi di trasformazione urbana molto simili a quelli della Bolognina: dismissioni industriali, trasformazione dei capannoni in centri commerciali, casi anche eclatanti di speculazione edilizia, fine della “centralità operaia” sul territorio.
L’inchiesta, dunque, è consistita, nel modo più semplice, e nello stesso tempo difficilissimo, nel parlare con le persone, ascoltarne i racconti, le opinioni, le sensazioni, reperire informazioni, tessere i fili, tenersi aggiornati su quello che succede, connettere fatti apparentemente lontani tra loro. Leggere giornali e libri. Ascoltare attentamente quello che gli interlocutori che di volta in volta sceglievamo avevano da raccontarci.
Il tentativo è stato quello di non dare per scontati i processi in atto in città e sotto gli occhi di tutti (dismissione industriale, riconversione edilizia, trasformazioni urbanistiche, ecc.), ma di ricostruire minuziosamente gli eventi, di capire come sono avvenuti e a partire da quali decisioni politiche, di mappare i confronti, gli scontri e i compromessi tra i poteri rispetto a queste decisioni, di non prendere per buone le “giustificazioni” che vengono proposte ai cittadini ma andarle a verificare. E, cosa non secondaria e forse più complessa, di comprendere quali sono gli effetti di questi processi sulle storie delle persone che in quei quartieri abitano, che in quelle fabbriche lavoravano, che in quelle aree sono immigrati da altri paesi.
Un lavoro appassionante e che ci ha consentito di capire molto della città in cui viviamo. Un lavoro, tuttavia, con i cui limiti abbiamo, a un certo punto, dovuto fare i conti. Non vogliamo qui parlare delle difficoltà relative al lavoro di questo gruppo di inchiesta, che pure vi sono e che riconosciamo (tanto per fare alcuni esempi: la difficoltà di dare continuità a un’attività che viene fatta soltanto nel nostro “tempo libero”; la “diffidenza” che proviamo verso altre forme di “sapere” – accademico, politico, giornalistico – e che troppo spesso ci impedisce di farne un uso laico; la difficoltà ad allargare il collettivo). Si tratta di questioni che crediamo attualmente significative per qualsiasi esperienza di inchiesta.
Una domanda è, ovviamente, come (e a chi) “comunicare” quanto emerso dal lavoro di inchiesta. A tale questione classica, Piano b ha dato risposte classiche e per nulla innovative: articoli e saggi su quotidiani e riviste nazionali e locali, un breve documentario, incontri pubblici, un blog (e vari altri progetti in cantiere, come un documentario radiofonico e un “foglione” periodico autoprodotto). Ma quella della “comunicazione” nasconde e ci porta ad altre due questioni ancora più importanti. La prima è: come generare processi di cambiamento? In altre parole, dopo aver fatto inchiesta e dopo averci “capito qualcosa” di quello che succede, e dato che questa realtà non ci piace, come far sì che l’inchiesta contribuisca al mutamento sociale? Come evitare che essa rimanga soltanto un approfondimento o una “denuncia” come tanti che, pur approfonditi e documentati, appaiono sui mass media e lì restano confinati?
Legata a questa, vi è una seconda questione, con la quale Piano b si è confrontato per la prima volta quando ha provato a trarre le conclusioni del primo lavoro di inchiesta: qual è il progetto politico – anche minimo – a partire dal quale – eventualmente – proporre processi di cambiamento sociale? Abbiamo un progetto di questo tipo? Quali sono le “proposte”? Quali sono i “soggetti” e quali i percorsi di questo mutamento politico? Mentre scrivevamo della dismissione delle fabbriche della Bolognina desideravamo denunciare – almeno implicitamente – la chiusura delle fabbriche soltanto per motivi di speculazione edilizia, la trasformazione della città in un grande centro commerciale, il coinvolgimento insufficiente o mascherato dei cittadini nelle decisioni urbanistiche, l’esclusione degli stranieri dalle sedi delle discussioni, un razzismo più o meno strisciante e così via. Ma mentre ne scrivevamo, ci rendevamo conto di non avere ben chiara un’idea alternativa di città (e non volevamo certamente proporre un ritorno impossibile alla città industriale, con il suo carico di sfruttamento e nocività ambientali!).
Riteniamo che queste due questioni – come generare cambiamento sociale e a partire da quali soggetti e progetti politici – siano oggi centrali per chi faccia inchiesta. In altri periodi, l’inchiesta sociale aveva degli interlocutori. Dagli anni cinquanta di Danilo Dolci ai sessanta di Montaldi e dei Quaderni rossi le grandi esperienze italiane di inchiesta sociale avevano, grosso modo, degli interlocutori nel “movimento operaio” (o contadino, o studentesco), nei partiti comunista e socialista, nelle organizzazioni sindacali. Per molti vi era un orizzonte politico di mutamento sociale (per lo più il socialismo, nelle sue diverse varianti).
L’inchiesta oggi non ha né un interlocutore (quale movimento?), né un progetto politico di riferimento. A chi parla Roberto Saviano – per citare l’inchiesta che più ha fatto discutere negli ultimi anni? A un milione di lettori in tutto il mondo, certo. Ma per lo più a individui (a consumatori di cultura) e non a movimenti, organizzazioni, istituzioni.
A questo proposito, la pratica di Piano b in questo momento è “minimalista”: ciascuno di noi ha arricchito la propria esperienza quotidiana (professionale e politica) delle conoscenze e della consapevolezza acquisite conducendo delle inchieste sulla città. Questo non è poco, soprattutto perché molti di noi fanno lavoro educativo o “di base” (con gli studenti delle scuole superiori, i giovani immigrati, i senza fissa dimora, i detenuti). E, forse, in attesa di un progetto politico più ampio, le due uniche strade che ci rimangono sono appunto quella di conoscere a fondo la realtà nella quale viviamo e fare lavoro di base. L’inchiesta può essere strumento fondamentale di entrambe.
Ma è chiaro che si tratta di una risposta insufficiente.

mercoledì 1 aprile 2009

L'altra sponda dell'immigrazione

Piano b

In collaborazione con:

Sokos, Aven Amenza Savale, Scuola popolare di musica Ivan Illich…

Presenta:


L’altra sponda dell’immigrazione


Nei media e nei discorsi di molti politici l'immigrazione è associata alla criminalità ed è affrontata come un problema di ordine pubblico. Le immagini di barconi stracolmi, di uomini ammassati nei centri di prima accoglienza e di detenzione, le foto segnaletiche dei responsabili di crimini, prevalgono sulle storie di vite. Delle migliaia di donne e uomini che arrivano in Italia da Paesi più poveri non conosciamo le case in cui vivono, le famiglie con cui condividono la migrazione, le condizioni in cui svolgono il loro lavoro.

A partire da due inchieste, vogliamo discutere di lavoro nero, caporalato, di lavoratori immigrati che vivono in condizioni di schiavitù e muoiono nelle campagne; delle vicende drammatiche che i migranti affrontano per arrivare in Italia; delle politiche migratorie italiane ed europee, che mettono i migranti nelle mani di trafficanti di vite umane e di poliziotti corrotti, nel totale disprezzo dei diritti umani. Ma discutere anche di esempi positivi di lavoro sociale e di accoglienza con e agli immigrati nelle città italiane.


Venerdì 3 aprile 2009

h. 17.30  al Modo Infoshop (Via Mascarella 24, Bologna)

Presentazione del libro

Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud

di Alessandro Leogrande (Mondadori, 2009).


Ne discutono con l’autore, (Sokos), Constantin Constantin (Aven Amenza Savale), Piano b


Ogni estate migliaia di stranieri, provenienti dall'Africa e dall'Europa dell'Est, si riversano nel Tavoliere delle Puglie per impegnarsi nella raccolta dei pomodori. Sono i nuovi braccianti: vivono in casolari diroccati o in baraccopoli, in condizioni igieniche, lavorative e salariali atroci. Diventano vittime dei caporali i quali, d'accordo con i proprietari terrieri della zona, li smistano in tutta la regione. Tra i "nuovi schiavi" che hanno provato a ribellarsi, molti sono scomparsi nel nulla, altri sono morti in circostanze misteriose. Grazie alla denuncia di tre ragazzi polacchi nell’estate del 2005, un'inchiesta della Direzione distrettuale antimafia ha portato all'arresto di decine di caporali. L'autore ha incontrato i migranti, ha studiato le tecniche e le "biografie" dei nuovi kapò, ha interrogato magistrati, avvocati, medici, sindacalisti. Racconta un Sud in bilico tra arretratezza e modernità, all'avanguardia nella gestione del nuovo mercato delle braccia. Un Sud dinamico e al contempo immutabile, in cui la terra si lavora come cento anni fa quando a essere sterminati nelle campagne erano i braccianti pugliesi.


Sabato 4 aprile 2009

h. 16.30 Scuola popolare di musica Ivan Illich (via Giuriolo 7, Bologna)

Seminario con l'Associazione Asinitas Onlus


L’associazione Asinitas Onlus, centri interculturali con i migranti, propone a insegnanti, operatori, educatori, una giornata di incontro e riflessione su metodi e pratiche finalizzate alla creazione di contesti educativi per l’apprendimento dell’italiano con migranti. L’approccio è centrato sul desiderio espressivo e sulle possibilità di sviluppo degli individui e dei gruppi, favorendo l’incontro della persona “nel suo corpo e nella sua storia”, cercando di ridare valenza nella teoria e nelle pratiche ai concetti di educazione attiva, ospitalità, convivialità, scambio e confronto interculturale.

Convinti che la sfida sia quella di costruire contesti di condivisione e di incontro con “l’altro” si propone un pomeriggio di attività autoformative tra narrazione, laboratori manuali espressivi e apprendimento dell’italiano.. 

http://www.asinitas.org/


h. 21 Proiezione del film documentario 

Come un uomo sulla terra di Riccardo Biadene, Andrea Segre, Dagmawi Yimer


Dag studiava Giurisprudenza ad Addis Abeba, in Etiopia. A causa della forte repressione politica nel suo paese ha deciso di emigrare. Nell’inverno 2005 ha attraversato via terra il deserto tra Sudan e Libia. In Libia si è imbattuto in una serie di disavventure legate non solo alle violenze dei contrabbandieri che gestiscono il viaggio verso il Mediterraneo, alle sopraffazioni e alle violenze subite dalla polizia libica, responsabile di indiscriminati arresti e disumane deportazioni. Sopravvissuto alla trappola libica, Dag è riuscito ad arrivare via mare in Italia, a Roma, dove ha iniziato a frequentare la scuola di italiano Asinitas Onlus, punto di incontro di molti immigrati africani. Qui ha imparato non solo l’italiano ma anche il linguaggio del video-documentario. Così ha deciso di raccogliere le memorie di suoi coetanei sul terribile viaggio attraverso la Libia, e di provare a rompere l’incomprensibile silenzio su quanto sta succedendo nel paese del Colonnello Gheddafi. Il documentario dà voce alla memoria quasi impossibile di sofferenze umane, rispetto alle quali l’Italia e l’Europa hanno responsabilità che non possono rimanere ancora a lungo nascoste. 





PER INFO:

pianob.inchiesta@gmail.com;

collettivopianob.blogspot.com


venerdì 13 febbraio 2009

ECCO BOLOGNA

pubblichiamo gli articoli contenuti nell'inserto dedicato a Bologna, apparso sul numero 102-103 de "Lo Straniero"e  curato da Piano B.

Sul muro della facoltà di lettere e filosofia di Bologna un ignoto con spray rosso ha scritto “Edoardo uno di noi”. E noi gli vogliamo credere.

Edoardo è il figlio, nato un anno fa dall’unione di Sergio Cofferati e Raffaella Rocca. 


L’autore della scritta, presumibilmente uno studente insoddisfatto dell’approccio cofferatiano al governo della città, si riferisce al motivo della mancata candidatura dell’ex sindacalista al secondo mandato da sindaco. Cofferati ha infatti annunciato pubblicamente di rinunciare alla corsa a Palazzo D'Accursio per espletare al meglio il compito di padre. 


Vogliamo credere a questa motivazione, ma non ne siamo rassicurati. Rinunciare a candidarsi a otto mesi dal voto (si voterà nell'Aprile 2009), dopo avere propagandato intenzioni opposte e adducendo motivazioni di questo tipo è il coronamento di una storia politica tutta fondata sulla persona piuttosto che sulle scelte politiche. Dov’è il senso di responsabilità nei confronti dei cittadini? Ci verrebbe da chiedere al (oramai ex) sindaco di Bologna, continuando a fare il gioco di che crede alle sue parole. 

Una concezione privatistica della politica non poteva che condurre a questo epilogo, verrebbe anche da dire.


La rinuncia di Cofferati lascia il suo partito in un grave imbarazzo, in uno scenario politico cittadino in cui neanche la destra offre candidati presentabili. Il cinese più che mollare si è fatto esplodere, lasciando macerie politiche e soprattutto molte scorie tossiche nel tessuto sociale bolognese.


L'ex leader della CGIL è stato prima di tutto un sindaco mediatico, ha fatto parlare di sé più per il suo atteggiamento che per i suoi atti. Fan di Tex Willer, è stato il sindaco sceriffo, paladino della legalità a costo di sgomberi e ordinanze anti-bivacco.    


Per mesi l’informazione nazionale si è occupata di lui. Anche se nei fatti, nella vicina Firenze, il sindaco Dominici si rendeva protagonista di imprese ben più estreme sul piano securitario.

Ma di legalità non si è parlato solo nei salotti televisivi, ma anche nei bar di quartiere, nelle decine di centri sociali per anziani, sugli autobus, nei famosi capannelli di astanti in piazza Maggiore.


E mentre Bologna, e forse tutta l'Italia, si divideva tra cofferatiani e anti cofferatiani e questo dibattito diveniva sempre più “virtuale”, il destino della città si giocava su altri scacchieri, con altri e ben più numerosi giocatori.


Negli articoli che seguono Cofferati è una figura di sfondo. Sempre presente, senz'altro, ma attore comprimario in uno scenario molto più complesso. Uno scenario in cui la città è oggetto di profonde trasformazioni che ne stanno lentamente, ma inesorabilmente, cambiando il volto. In cui le scelte dell'amministrazione comunale sono solo alcune delle variabili che incidono sul cambiamento. In cui la partecipazione a questi cambiamenti da parte dei cittadini continua a vivere più negli ideologici slogan degli amministratori che nella realtà.   


 Crediamo che questo guardare dietro al fenomeno mediatico sia un sforzo necessario per provare a  raccontare e capire cosa sia oggi Bologna e cosa si avvia a diventare dopo e nonostante Cofferati.       


Intanto il sindaco lascia una città peggiore che probabilmente continuerà a votare per il centro (sinistra), ma che coltiva sempre più diffidenza e intolleranza. Pochi lo rimpiangeranno, non ha fatto molto per farsi amare (un esempio su tutti: mentre Berselli, Alleanza Nazionale,  a torso nudo sventolava la bandiera rosso-blu dopo la promozione del Bologna in serie A, il sindaco era fuori città). “Non sa cos’è la bolognesità” – la critica maggiore che gli viene mossa dal basso. Probabilmente nessuno sa cosa sia questa bolognesità, ma a Bologna si preferisce inforcare occhiali che virano tutto al provincialismo padano e non distinguono altro colore che non sia il rosso mattone.

Fine del "buongoverno"

Mauro Boarelli
da "Lo Straniero" n. 102-103

Che fine ha fatto il “buongoverno” delle amministrazioni locali guidate dalla sinistra? Cosa ne è stato a Bologna, la città che ne ha incarnato il mito per più di cinquant’anni? 

Se ne parla poco, o per nulla. I gruppi dirigenti che hanno traghettato il Pci verso nuovi approdi dopo il crollo del muro di Berlino e dei regimi dell’Est europeo hanno scelto la strada apparentemente più semplice, ma in realtà più pericolosa, per fare i conti con la propria storia. E’ un atteggiamento che oscilla tra la rimozione e l’abiura, e tende a modificare il passato anziché interpretarlo. Non c’è da stupirsi, quindi, se la sinistra post-comunista evita di riflettere sulle trasformazioni del governo locale. Crede - a torto - di legittimarsi officiando periodicamente il sacrificio del passato, rappresentato come insieme indistinto di errori legati a un’epoca tramontata e da consegnare all’oblio collettivo. 

Su un versante opposto, ciò che resta dell’opinione pubblica di sinistra - priva di luoghi di aggregazione e dibattito - tende a coagularsi intorno alla ricostruzione nostalgica di un passato operoso e costruttivo contrapposto a un presente sterile. Ma quella del “passato tradito” è un’altra gabbia ideologica da cui bisogna evadere. Per analizzare i mutamenti profondi che hanno segnato la cultura  amministrativa della città nel corso dell’ultimo ventennio è necessario adottare un punto di vista “esterno” e cogliere la dimensione di lunga durata dei processi di trasformazione. E’ un tema complesso, che necessita di sguardi incrociati e di ricerche specifiche. Iniziamo a dissodare il terreno, e proviamo a individuare alcuni temi su cui converrà tornare per uno scavo in profondità. Ne propongo tre - tutti radicati negli anni Sessanta - che a mio parere rappresentano l’ossatura dell’esperienza amministrativa bolognese, il segno distintivo del “buongoverno”, della sua pratica e del suo mito, inevitabilmente intrecciati.


Le prime sperimentazioni di scuola a tempo pieno vennero promosse dall’amministrazione comunale alla fine degli anni Sessanta. Il progetto di Bruno Ciari - chiamato a dirigere le attività scolastiche del Comune - e degli insegnanti che collaboravano con lui, muoveva dal bisogno di costruire un sistema educativo in grado di favorire l’emancipazione sociale. La scuola immaginata da Ciari era una collettività in cui l’apprendimento doveva essere il risultato di un lavoro cooperativo. Era necessario avere a disposizione un tempo più lungo, un tempo che offrisse opportunità educative più ampie, modelli didattici flessibili, una forte impronta comunitaria. Se molto è stato scritto sull’innovazione pedagogica del tempo pieno (e oggi sarebbe opportuno tornare a leggere quei testi), minore attenzione è stata prestata alla nuova articolazione del tempo sociale, che a mio parere rappresenta uno dei risultati più importanti e duraturi indotti da quel modello. La scuola a tempo pieno, infatti, ha inciso in maniera profonda sulla struttura del tempo dell’intera città, ha creato un diverso rapporto tra i tempi della famiglia, del lavoro e dell’apprendimento.

Qualche anno prima era stato avviato il dibattito sul decentramento che portò, nel 1964, alla nascita dei quartieri. La gestazione del progetto non fu appannaggio esclusivo della sinistra, ma vide il contributo di quella parte della cultura cattolica, impersonata principalmente da Giuseppe Dossetti e Achille Ardigò, più attenta alla dimensione comunitaria, al bisogno di salvaguardare reti di relazioni sociale e di promuovere centri decisionali periferici nel quadro dello sviluppo urbanistico e dell’espansione della città. Il decentramento attuato dall’amministrazione di sinistra non si limitava a spostare o duplicare uffici e funzioni amministrative, ma ambiva a disegnare una diversa articolazione del rapporto centro/periferia e a promuovere forme attive di partecipazione dei cittadini alla vita sociale.

Negli anni Sessanta maturarono anche le scelte urbanistiche che portarono al Piano regolatore del 1970. L’approccio di Giuseppe Campos Venuti, chiamato da Roma a ricoprire l’incarico di assessore all’urbanistica, prevedeva - tra l’altro - due rovesciamenti di prospettiva: la quantità delle costruzioni doveva cedere il passo alla qualità dei nuovi insediamenti e a un rapporto equilibrato tra abitazioni e aree verdi; le periferie - in coerenza con le politiche di decentramento – dovevano essere concepite non come appendici inerti del centro, ma come luoghi di socializzazione dotati di una propria identità. La realizzazione di aree di edilizia popolare a ridosso del centro storico con ampie zone di verde rappresentò la realizzazione pratica di questo orientamento e sancì un’inversione di tendenza rispetto alla dislocazione di quartieri popolari privi di verde e servizi ai margini estremi della città che aveva caratterizzato il decennio precedente. 

La nuova politica urbanistica non fu certo esente da errori e contraddizioni. La scelta di abbandonare il tram, adottata agli inizio degli anni Sessanta in nome di un malinteso concetto di progresso, ebbe conseguenze di cui ancora oggi la città soffre, priva com’è di un sistema di trasporto collettivo razionale e sostenibile dal punto di vista ambientale.

Scuola a tempo pieno, decentramento e politica urbanistica erano unite da un filo conduttore: la partecipazione. Il modello didattico fondato sulla cooperazione  promuoveva un’educazione alla cittadinanza attiva, e si raccordava in modo coerente con la gestione sociale degli asili nido e delle scuole materne comunali in cui le famiglie erano coinvolte direttamente. Nella politica urbanistica, significativo fu il coinvolgimento dei lavoratori nella salvaguardia del centro storico. Gli operai - che rappresentavano una fascia importante della popolazione e che stavano migrando verso i nuovi insediamenti periferici, percepiti come riscatto dal degrado delle vecchie case del centro, fatiscenti e senza servizi - vennero coinvolti in una battaglia culturale che diffuse il valore della storicità del patrimonio urbanistico in un periodo in cui questo riconoscimento non era ancora acquisito nella coscienza civile, consentì di risanare il centro storico e - almeno in una prima fase - di evitarne la terziarizzazione selvaggia. Il decentramento, infine, avrebbe dovuto portare alcuni centri decisionali in periferia.

La crisi di questo modello partecipativo è oggi evidente. Il progetto del decentramento ha subìto nel tempo modifiche e aggiustamenti, e oggi i quartieri sono titolari quasi esclusivamente di funzioni amministrative, privi di reali poteri decisionali e di strumenti per organizzare e promuovere la partecipazione dei cittadini. La politica urbanistica, di nuovo incentrata sulla quantità, sull’edificazione sovradimensionata rispetto alle dinamiche demografiche, sulla mancanza di equilibrio tra insediamenti abitativi e verde, risulta sacrificata agli interessi immobiliari, e quindi sottratta al controllo sociale. Il tempo pieno è stato in parte depotenziato da una applicazione burocratica da parte della scuola statale, nella disattenzione delle istituzioni locali che lo hanno tenuto a battesimo. Le importanti mobilitazioni di genitori e insegnanti che negli ultimi anni hanno visto protagoniste Bologna e altre città del centro-nord contro lo smantellamento di questo modello educativo perseguito dai governi di centro-destra (ma anche - con toni più melliflui ma ugualmente aggressivi - dall’ultimo governo di centro-sinistra) hanno mostrato il radicamento del tempo pieno nella società, e al tempo stesso la distanza sempre maggiore tra ampi settori della cittadinanza che si sentono vulnerati nei loro diritti acquisiti e le organizzazioni politiche e sindacali della sinistra che interpretano questi diritti come residui di un passato da sacrificare alla vuota retorica della “modernità” e del “riformismo”.

Fissare l’inizio di questa crisi non è facile, perché i mutamenti delle culture politiche non si misurano attraverso i documenti ufficiali. Possiamo datare provvisoriamente l’eclissi del modello partecipativo agli inizi degli anni Ottanta. Esaurita l’onda lunga dei successi elettorali della sinistra a livello nazionale e consumata la drammatica rottura del ’77 a livello locale (su cui, a distanza di trent’anni, non è mai stata avviata una riflessione critica degna di questo nome), ebbe inizio un lungo processo di progressivo distacco degli amministratori locali dalle dinamiche sociali, un percorso inarrestabile verso l’autoreferenzialità, che diverrà un tratto distintivo delle formazioni politiche nate dalle ceneri del Pci.

Ma le radici della crisi sono ancora più profonde, e vanno rintracciate nella cultura politica del Pci del dopoguerra. I processi di formazione delle strategie politiche nel partito erano fondati - come è noto - sul “centralismo democratico”. Intorno a questa regola ferrea, che attribuiva ogni decisione alle strutture centrali, vennero costruite una serie di pratiche che avevano l’obiettivo di disciplinare la militanza e riprodurre gerarchie di potere all’interno del partito. La critica e l’autocritica e le narrazioni autobiografiche imposte, scritte e orali, pubbliche e private, erano finalizzate - tra l’altro - a interiorizzare meccanismi di subordinazione degli individui rispetto al partito inteso come organo collettivo depositario della coscienza politica. Questo complesso apparato costituì l’ossatura della vita interna del partito per tutto il periodo dello stalinismo. E’ ancora da indagare cosa accadde dopo il 1956, quali furono i tempi e gli esiti reali della “destalinizzazione”. Alcuni di questi istituti (in particolare la pratica della critica e dell’autocritica) sopravvissero nello statuto del Pci fino al 1979, e questo basta a dimostrarne il radicamento. E’ facile affermare, in ogni caso, che la cultura che aveva prodotto quelle pratiche non scomparve per decreto, ma condizionò ancora a lungo la militanza, ben oltre l’estinzione delle pratiche stesse. D’altra parte, il centralismo democratico non venne mai messo in discussione e continuò a rappresentare il principale meccanismo regolatore dei processi decisionali. La contraddizione tra l’ingresso sulla scena politica di ceti popolari prima esclusi dalla vita pubblica e il carattere subordinato della loro militanza, modellata da una pedagogia politica dai tratti autoritari, caratterizzò l’azione del Pci - seppure in forme diverse rispetto al primo decennio del dopoguerra - anche dopo il ’56. La pratica della partecipazione declinata in varie forme dall’amministrazione di sinistra a Bologna negli anni Sessanta poggiava dunque su basi fragili, perché quella contraddizione storica impediva al Pci di incorporarla senza riserve nel proprio patrimonio culturale. E’ questo, credo, un terreno di indagine fertile per capire cosa è successo alla sinistra, cosa è successo a Bologna, percorrendo strade diverse da quelle già battute e che hanno lasciato molte domande senza risposta.

Dismissione Sociale

Piano B
da "Lo Straniero" n.102-103

“Quella officina lì è diventata il degrado del quartiere. Adesso là dentro c’è di tutto, ci saranno delle tope, delle bisce, a parte che è diventata un covo di spacciatori. La polizia non può andare dentro perché è proprietà privata e loro quando va via la polizia se ne vengono fuori. La gente reclama però non c’è niente da fare. Non è che io ce l’abbia con gli extracomunitari, perché quando lavoravo lì dentro, colleghi extracomunitari ne ho avuti ed erano bravissima gente, però quelli che ci dormono adesso sono solo delinquenti”. A parlare è un ex-operaio bolognese ora in pensione. La fabbrica in cui lavorava e di cui ci sta raccontando, le Officine di Casaralta, produceva e riparava carrozze ferroviarie. Lo stabilimento, situato nella Bolognina, area di Bologna ancora molto “popolare”, è dismesso definitivamente dal 2003. Questo operaio, che abita a pochi passi dalla fabbrica, ci ha raccontato le lotte operaie degli anni Settanta e Ottanta, l’occupazione della fabbrica contro la chiusura. Poi, con la stessa passione, ha espresso la rabbia contro gli extracomunitari (non tutti…), a suo parere responsabili del degrado del quartiere. È iscritto a Rifondazione Comunista. 

Non diversamente da tutte le città italiane, anche Bologna è ossessionata dalla questione della sicurezza. Anche a Bologna, politici, media locali, comitati di cittadini insistono sul tema dell’insicurezza delle strade e del “degrado” e lo legano in modo automatico all’immigrazione, facendo di questo nesso una delle questioni politiche centrali in città. Colpevoli dell’insicurezza sono di volta in volta gli immigrati, i clandestini, i rom, i rumeni.

Ad agitare tali questioni non sono qui (solo) la Lega Nord (che pure alle ultime politiche ha superato il 4% dei voti in città) o comitati di destra, ma spesso il Partito democratico e cittadini “di sinistra”. A Borgo Panigale, altro quartiere periferico e popolare della città, è nata un anno fa quella che probabilmente è la prima ronda del Pd: un gruppo di anziani, per lo più ex-Pci ed ex-Dc, con l’avallo dall’Assessore ai Quartieri (e alla sicurezza) Libero Mancuso, pattugliano le vie del quartiere tra le 18 e le 21.

Come spiegare la deriva securitaria e spesso xenofoba in una città “di sinistra” (il Pd si attesta qui attorno al 50% degli elettori)? Al di là di riflessioni e analisi relative al generale clima velatamente o apertamente razzista in tutta Italia, è interessante indagare nelle singole città in che modo agisca e si articoli la questione della sicurezza. Nel capoluogo emiliano, alcune chiavi di lettura possono emergere quando si ragiona attorno alla dismissione di buona parte delle industrie cittadine e ai processi di riconversione edilizia attuati nelle aree dismesse. Sono chiavi di lettura parziali, non esaustive, valide se si parla di quartieri periferici e (ex-)operai, meno efficaci per spiegare, ad esempio, il degrado e l’insicurezza denunciati dai comitati del centro storico. E poi Bologna non è Torino, e l’industria bolognese non è la Fiat. Ciononostante, costituiscono, a nostro modo di vedere, un interessante codice interpretativo.

Negli ultimi quindici anni è terminata la storia produttiva spesso centenaria di tante storiche fabbriche bolognesi, situate per lo più in due zone della città: la Bolognina, nei pressi della stazione ferroviaria, e Santa Viola, situata lungo la via Emilia Ponente. Entrambe le aree sono cresciute negli anni del dopoguerra attorno a stabilimenti industriali e sono oggi ormai troppo vicine al centro della città per “sopportare” ancora stabilimenti produttivi. La lista delle “morti” è lunga. La Minganti, che produceva macchine industriali vendute in tutto il mondo, ha abbandonato lo stabilimento della Bolognina, da tre anni diventato un centro commerciale, e opera in un piccolo stabilimento in provincia. Poco più in là, su via Corticella, la Sasib, in cui un migliaio di operai sfornavano materiali per il segnalamento ferroviario e macchine per l’impacchettamento, è stata smembrata e venduta a multinazionali straniere. A pochissima distanza, gli stabilimenti vuoti e abbandonati delle Officine di Casaralta e delle Cevolani. A Santa Viola, al posto della Riva Calzoni, che produceva addirittura per la marina militare, ci sono oggi un’Esselunga e otto palazzoni. La confinante fonderia Caster aveva pure chiuso. Ultimo fallimento in ordine di tempo ha riguardato lo scorso inverno la storica fonderia Sabiem, sull’altro lato della via Emilia, per la quale si sperava in uno spostamento in provincia e che invece è stata semplicemente chiusa. E sono solo i casi più conosciuti. 

Bologna sta dunque espellendo dalla città tutte le attività industriali e il copione è ovunque simile: officine situate in aree appetibili dal punto di vista edilizio, crisi industriali (vere, simulate o provocate ad arte), lotte operaie contro la chiusura, promesse di riconversioni “utili” e a misura di cittadino (ora un polo tecnologico, ora una struttura universitaria, ora una città dei giovani…), accordi sindacali per salvare i posti di lavoro (prepensionamenti, mobilità, cassa integrazione), chiusura degli stabilimenti (venduti a stranieri, spostati in provincia o semplicemente falliti), presenza per lunghi anni di capannoni fatiscenti, fino alla riconversione edilizia, talvolta favorita in modo poco trasparente da amministratori (di destra o di sinistra) e talvolta operata da costruttori (di destra o di sinistra) che, si scoprirà, avevano acquistato l’area ben prima che si parlasse di fine della produzione. 

Ma cosa c’entra questo con la sicurezza? A nostro parere molto.

Anzitutto, vi sono enormi stabilimenti industriali che per anni restano vuoti e inutilizzati e si fanno sempre più tetri e cadenti. Talvolta diventano dimora provvisoria per senza tetto, spesso stranieri senza casa. Per gli abitanti di questi quartieri, i capannoni diventano il simbolo del degrado e dell’insicurezza. Per capire quanto importanti possano essere questi luoghi, bisogna fare un passo indietro: per molti decenni e fino a non più di quindici anni fa, essi erano simbolo di altro, erano simbolo di un’identità operaia, legata soprattutto al Pci e alla Cgil, che, quantomeno dal secondo dopoguerra, era fondante per la città. 

Gli operai di diverse generazioni raccontano con orgoglio storie di lavoro e di lotta in fabbrica. Raccontano di come lavorare alla Minganti equivalesse ad andare all’Università. Raccontano che i metalmeccanici bolognesi erano talmente bravi da “fare i piedi dei moscerini”. Raccontano delle lotte contro i licenziamenti politici e contro Scelba negli anni Cinquanta, quelle per lo Statuto dei Lavoratori negli anni Sessanta e Settanta. Descrivono condizioni di lavoro dure, scarsa sicurezza. Piangono i morti per l’amianto. Ma raccontano anche di un mondo in cui vi era la continua sensazione di un progresso sociale e democratico, in cui le lotte e gli scioperi uscivano dai cancelli delle fabbriche e si riversavano nei quartieri: “Non è che fosse un lavoro granché esaltante – ci ha raccontato Lia Amato, immigrata dalla Sicilia e per anni operaia alla Manifattura Tabacchi – però era uno strumento per il mio miglioramento. Tante volte le vincevamo, le lotte. Lottavi per il miglioramento del contratto, lottavi per il salario accessorio per avere servizi sociali, mandare i figli a scuola e non pagare il nido. Nella tua vita tu vedevi un miglioramento, una crescita. Vedevi anche la vita interna alla fabbrica migliorare: la mensa, il nido…”. E Guido Canova, per oltre trent’anni operaio e delegato sindacale alla Casaralta: “Dal 1969 fino alla metà degli anni Settanta ci furono grandi conquiste di cui avemmo dei riscontri reali e ci accorgemmo concretamente. Una fu la questione della riduzione dell’orario di lavoro, da 48 ore settimanali più tre il sabato mattina raggiungemmo nell’arco di pochi anni le 40 ore. E poi conquiste sull’organizzazione, conquistammo i famosi consigli di fabbrica, e poi lo Statuto dei Lavoratori”.

Un mondo in cui la fabbrica era simbolo di progresso, di modernità e di identità di una classe. In quegli stessi quartieri, quell’identità si è frantumata lentamente insieme ai suoi monumenti. Oggi fare un lavoro manuale è spesso considerato una vergogna. Alle grandi fabbriche si sono sostituite piccole officine artigianali nelle quali l’attività sindacale è quasi nulla. L’operaio è sempre più precario. E anche nelle grandi fabbriche, la Ducati su tutte, il sindacato vive sconfitte prima di tutto culturali.

Ma non è solo una questione di “identità”. La presenza operaia era anche una garanzia di controllo del territorio. Cesare Poggioni, operaio alla Casaralta negli anni Novanta: “Quella vecchia e dura e ruvida classe operaia di una volta, una certa forma di – usiamo un termine orribile – controllo del territorio evidentemente lo esercitava, perché i primi turnisti alla Casaralta entravano alle quattro e mezza del mattino, così come la sera fino a verso le otto, le nove, le dieci c’era gente, insomma c’era quasi sempre gente lì attorno, e non solo a Casaralta: alla Manifattura, al deposito degli autobus. Insomma, una sorta di polizia in tuta blu”. Racconti forse un po’ troppo nostalgici ricordano che nei palazzoni popolari della Bolognina non venivano mai chiamati i carabinieri e i conflitti venivano risolti dai capicellula del Pci o dai parroci. Questa presenza operaia e l’autorevolezza che veniva dal lavoro politico o sindacale è oggi chiaramente venuta meno. Questi quartieri sono sempre più soltanto quartieri dormitorio. La popolazione invecchia. I capannoni sono vuoti oppure, come nel caso delle Officine Minganti (Coop) e dell’Esselunga di Santa Viola, vengono trasformati in centri commerciali, che rappresentano i nuovi luoghi di socialità (una socialità, dunque, legata al consumo) e di lavoro. 

A frequentare quotidianamente i luoghi pubblici sono, da qualche anno, soprattutto gli stranieri: attorno alla Casaralta è concentrata la presenza cinese di Bologna, con laboratori, magazzini di import-export, ristoranti, agenzie viaggi. Al posto dei vecchi negozi di quartiere ci sono pizzerie pakistane, kebab maghrebini, parrucchiere africane. Nei parchi vi sono famiglie bengalesi, gruppi di ragazzini rumeni si aggirano nelle strade. I vecchi abitanti faticano a riconoscere il proprio quartiere, vedono i nuovi arrivati come estranei e spesso come nemici. Mondi diversi procedono vicini, ma incomunicanti, paralleli. I vecchi operai esprimono rabbia perché i cinesi scrivono in un alfabeto incomprensibile il menù fuori dal ristorante o perché sputano dalla finestra. Strani abitanti si aggirano per le officine cadenti e poco importa se ad ingrossare le fila di chi cerca un tetto nelle fabbriche dismesse ci siano anche persone che durante il giorno lavorano (al nero) nei cantieri edili della città. Gli stranieri vengono considerati i colpevoli di tutto, i nemici.

Sul “nemico” c’è da fare ancora una considerazione. Nel ricordo di diverse generazioni di operai bolognesi viene descritta una “comunità” (operaia e di quartiere) che si sentiva compatta e aveva dei “nemici” ben precisi e individuabili: il padrone, anzitutto, e i governi democristiani in secondo luogo. Ancora Lia Amato ci dice: “Ci sono stati momenti duri di discussione, di confronto tra di noi. Momenti duri nei quali però sapevamo sempre che c’era come una barricata, che noi eravamo di qua e il padrone era di là. Anche le discussioni più dure non mettevano in discussione questa barricata”. Il padrone era il nemico del progresso sociale e democratico, le lotte contro il padrone erano lotte per migliorare le proprie condizioni di vita.

La fine della fabbrica si è portata con sé i nemici. I padroni non ci sono più. La sinistra è pure (ogni tanto) al governo. Ma le condizioni di vita sembrano non migliorare più. Il nuovo nemico diventa lo straniero. Perché non lo si capisce, perché ha occupato gli spazi. Perché ci ruba il lavoro. Perché vive in una baracca. Perché sputa dalla finestra. Perché lava i vetri al semaforo. L’immigrato diventa la causa dell’insicurezza, il principale problema sociale. Ex-comunisti ed ex-democristiani si uniscono nella ronda. La “comunità operaia” unita contro il padrone è diventata una “comunità italiana” da difendere contro gli extracomunitari.

Non sempre e non dappertutto, per fortuna. Mentre il sindaco Cofferati nell’autunno 2005 sgomberava i rumeni nelle baracche di Borgo Panigale, i cittadini del quartiere gli ricordavano con una lettera aperta (cui i media locali diedero poco risalto) che nella lista dei disagi i rumeni erano solo al nono posto (!), mentre ai primi c’erano i cantieri dell’alta velocità che rendevano impraticabili le strade del quartiere e devastavano il territorio. Ma tornando allo stabilimento della Casaralta, è davvero singolare che per gli abitanti dei palazzi circostanti l’insidia principale siano gli immigrati che vi abitano e non l’amianto che ancora è presente nelle coperture delle officine, cadenti e lasciate a se stesse, e che giorno dopo giorno minaccia concretamente la loro salute.

Ma vi è ancora una chiave per leggere questi processi. Le aree dismesse muovono forti interessi economici. La Casaralta e la Cevolani sono situate alle spalle della Fiera, a due passi dalla stazione e dal centro; la Sabiem è a fianco dell’Ospedale Maggiore. I proprietari delle aree faranno grossi profitti costruendovi alberghi, appartamenti, negozi, centri commerciali. Spesso queste fabbriche sono state chiuse proprio per operare lucrose riconversioni edilizie, come nel caso della Riva Calzoni, peraltro viziato dall’enorme conflitto di interessi di un vicesindaco, Giovanni Salizzoni, che nel medesimo tempo è il responsabile dello studio di progettazione che ha operato la riconversione.

Ma gli interessi economici vanno negoziati con quelli della collettività, quantomeno in una città che ha la fama di possedere una forte coscienza civile. Il nuovo Piano strutturale comunale, varato con un grosso sforzo anche mediatico nel 2007, cerca di orientare lo sviluppo urbanistico di molte zone della città. Le negoziazioni tra poteri privati e poteri pubblici sul destino delle aree spesso si protraggono per anni, durante i quali la presenza di casermoni industriali dismessi si fa sentire in maniera pesante. Il continuo parlare di degrado e insicurezza, magari provocati dagli abitanti “clandestini” di quei casermoni (per lo più in assenza di fatti di cronaca), sembra allora fare il gioco di chi vuole costruire. 

L’esempio delle aree di Cevolani, Sasib e Casaralta ci sembra emblematico: i proprietari vengono invitati dal Comune a presentare un progetto comune per un ridisegno organico del quartiere. Si chiede loro di partecipare a un laboratorio di urbanistica partecipata, nel quale i cittadini possano discutere del destino delle aree. Il laboratorio è annunciato per ottobre 2007, ma il progetto comune non arriva. A maggio 2008, l’Assessore all’Urbanistica Virginio Merola scrive a l’Unità-Bologna per rispondere alle “preoccupazioni” dei cittadini: “L’effetto degrado è dato dal fatto che queste aree enormi subiscono intrusioni abusive e sono meta di frequentazioni illegali. […] Diventano così aree minacciose, che inquietano, in particolare nelle ore notturne”. L’Assessore ri-annuncia l’avvio del laboratorio per settembre 2008, ma stavolta solo su due terzi dell’area della Casaralta, senza citare le altre due. Nell’attesa, però, già cantieri (non partecipati) si sono aperti a Casaralta e Sasib.

Le fabbriche in attività erano un segno distintivo dell’identità dei quartieri. Le lotte operaie contro la chiusura degli stabilimenti sono state appoggiate dagli abitanti, pur con tutte le contraddizioni relative alle emissioni nocive. Ma quando uno stabilimento viene chiuso e viene agitata la questione del degrado, i cittadini chiedono che esso venga smantellato prima possibile e non importa più se al suo posto vengono costruiti scuole o supermercati, parchi o alberghi.

I primi ad accorgersi di questi processi sono alcuni operai che nelle fabbriche ci lavorano, che denunciano come le dismissioni siano il risultato non di scelte produttive o legate all’impatto ambientale, ma degli appetiti di immobiliaristi e costruttori su aree edificabili dentro la città. Qualche operaio svela l’inganno e dice: “Voglio essere malizioso, questo fa gioco ai nostri ‘amici’ costruttori, perché così possono dire ‘ah! Il degrado! Ah, una situazione intollerabile!’, perché… a loro fa gioco, perché serve ad accelerare tutta la faccenda, no?”. Stessa consapevolezza alla Sabiem, durante l’occupazione dello scorso inverno contro la chiusura della fonderia: “Qui faranno andare tutto in disuso, ci dormiranno i poveracci e saranno i cittadini a chiedere che l’officina venga abbattuta”.

Alla crisi della fabbrica è seguito per molti versi un vuoto sociale. Ma se i vuoti lasciati dagli stabilimenti industriali nel tessuto cittadino venissero utilizzati per ridisegnare i quartieri e la città in modo da renderli più vivibili per i cittadini, per creare spazi di socialità, strutture utili alla collettività, magari attività produttive sostenibili dal punto di vista ambientale? E se il ridisegno della città avvenisse in modo trasparente e i cittadini vi contribuissero in modo effettivo? E se non si scaricasse la responsabilità di tutti i problemi sugli ultimi arrivati? Nella maggior parte dei casi finora a Bologna non è accaduto questo. 

Ogni capro espiatorio nasconde un peccato collettivo: per alcuni è la colpa di una sconfitta storica, per altri dell’avidità. Meno male che ci sono gli stranieri, altrimenti sarebbe colpa nostra.

Svuotamenti e Recinzioni

Fulvia Antonelli
Da "Lo Straniero", n.102-103

Per capire quali sono state le trasformazioni urbanistiche e sociali della Bologna degli ultimi anni e l’aspetto che sta prendendo oggi la città bisogna ricostruire una vicenda politica che risale al 1985, anno in cui fu elaborato e proposto l’ultimo PRG (Piano Regolatore Generale) della città.

La contesa politica intorno all’approvazione del PRG divenne infatti uno dei principali motivi alla base della caduta della giunta comunale di Bologna, costruita sul sodalizio fra Pci e Psi, che si spaccò di fronte all’opposizione della Dc al nuovo piano regolatore.

Il Pci accusò il Psi, solerte e sensibile agli umori della Dc e dei suoi alleati del “grande centro”, di aver sacrificato gli interessi della città a quelli del pentapartito e solo dopo lunghe trattative nel 1989 la nuova giunta comunale, guidata dal Pci con l’appoggio esterno del Psi, approvò il piano con molte riserve e molte modifiche rispetto al progetto iniziale.

In quegli stessi anni, fra i motivi di scontro politico e di accuse reciproche fra Pci e rappresentanti cittadini del pentapartito ci furono due eventi apparentemente non collegati alla discussione sul PRG, ma che la condizionarono non poco. 

Il primo, nell’85, fu uno scandalo che investì gli uffici e i tecnici per l’edilizia privata del Comune, coinvolti in un traffico di mazzette per la concessione di licenze edificatorie ed in cui finirono implicati, oltre ai tecnici del comune, anche potenti imprenditori della città e cooperative edilizie. L’altro fu l’inchiesta giudiziaria sulla loggia massonica Zamboni de’ Rolandis nell’89, una organizzazione che riuniva nomi eccellenti della politica e della cultura bolognese ed in cui finì implicato quello che l’allora Pri definiva “il nostro uomo”, il rettore dell’Università Fabio Roversi Monaco.

L’inchiesta sulla massoneria e sui collegamenti fra l’organizzazione segreta di Bologna e la P2 si chiuse con il proscioglimento degli imputati, così come dopo l’89 si chiuse anche il tempo degli scontri fra compagini politiche sul futuro della città: oggi quando si parla di affari sono le logiche consortili a prevalere. 

Il simbolo di questo equilibrismo perfetto nella mediazione fra poteri forti è di nuovo Roversi Monaco, inscalfibile protagonista del piu’ lungo rettorato dell’Università di Bologna, dal 1985 al 2000, fortino della Dc nella città “rossa”, in 15 anni di attività ha fatto dell’Alma Mater la piu’ grande immobiliare della città - 472 mila metri quadrati di nuovi spazi per oltre 500 miliardi di investimento; è stato nominato nel 2000 presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Bologna; quindi amministratore delegato dell’Enciclopedia Treccani; consigliere di amministrazione di Hera, una delle piu’ grandi multiutility italiane in tema di servizi ambientali, idrici ed energetici, di cui controlla la distribuzione in tutta l’Emilia Romagna; nel 2008 è diventato infine anche presidente del consiglio di amministrazione della Fiera di Bologna. 

Un uomo che raccoglie consensi, attestazioni di stima e collaborazioni a destra e sinistra: da Tremonti a Casini, a Prodi, amico dell’ex sindaco DS Vitali, in ottimi rapporti con l’ex sindaco Guazzaloca e che si è guadagnato anche la fiducia di Cofferati e del suo assessore all’urbanistica Virginio Merola: un uomo, insomma, buono per tutte le stagioni, un uomo di potere.

Queste ultime considerazioni sembrano divagazioni nel nostro discorso, ma non lo sono. 

Per leggere i cambiamenti di Bologna infatti, oltre che analizzare la mappa della città proposta dai recenti piani urbanistici del Comune e ascoltare le dichiarazioni di intenti dei rappresentanti delle istituzioni cittadine, è necessario anche tenere d’occhio quali sono gli interessi e gli orientamenti dei proprietari delle aree edificabili, dei costruttori, delle banche che finanzieranno le spettacolari grandi opere che dovrebbero catapultare Bologna nella dimensione di una moderna metropoli europea, e che a volte viene il dubbio che la catapulteranno e basta.


Il PRG dell’89 è stato l’ultimo grande piano regolatore della città, il canto del cigno di una stagione di urbanistica riformista che in Bologna aveva avuto soprattutto negli anni ’60 e ’70 il suo laboratorio, i suoi maître à penser - Campos Venuti e Cervellati - e le sue realizzazioni piu’ convincenti – il restauro del centro storico, miracolosamente sfuggito all’effetto bomboniera un po’ kitsch allora e oggi molto in voga fra gli architetti; l’edilizia popolare realizzata non solo attraverso moderne  e populiste colate di cemento in periferia, ma anche attraverso l’esproprio e la ristrutturazione delle case nel cuore della città; periferie concepite non come dormitori, ma come spazi da abitare, dense di servizi e collegamenti con il centro e, cosa non superflua, esteticamente piu’ accoglienti e vivibili delle periferie segnate dalle mostruose stecche abitative seriali che caratterizzano Quarto Oggiaro a Milano, il Laurentino 38 a Roma,  Mirafiori a Torino, Scampia a Napoli, tanto per fare degli esempi illustri.

Il PRG finalmente approvato nell’89 nasceva però in qualche modo già vecchio, perché nel frattempo l’ondata neoliberista e la deregulation edificatoria già si erano imposte come ideologie politiche dominanti nelle amministrazioni pubbliche e l’urbanistica riformista, davanti a questi cambiamenti, si ritrovava con le armi spuntate. In quegli anni, infatti, venne dichiarata l’incostituzionalità dell’esproprio dei terreni per pubblica utilità dietro un indennizzo che non rappresentava il pagamento dei terreni ai prezzi del mercato; inoltre, l’imposizione alle amministrazioni locali del pareggio in bilancio rendeva di fatto impossibili le politiche keynesiane di edilizia popolare sino ad allora utilizzate per sostenere economicamente le politiche per la casa.

A Bologna tutto ciò si tradusse con la fine, per le amministrazioni cittadine, della possibilità di utilizzare il deficit del bilancio per garantire un sistema di trasporti e servizi efficiente e a prezzi contenuti, e con l’avanzata degli interessi privati – banche, costruttori, grandi proprietari immobiliari- nel governo della città.

Da allora in poi, per ogni realizzazione urbana, le amministrazioni comunali sarebbero dovute  ricorrere ai finanziamenti privati e questi andavano contrattati di volta in volta con soggetti interessati, per la loro natura, principalmente alla sostenibilità finanziaria dei progetti dentro una logica economica di mercato.

Ma cosa stabiliva il PRG dell’89? E a 19 anni di distanza, quante delle sue linee guida sono state seguite e realizzate?

A livello locale si tentò attraverso quel piano regolatore di conservare la collina- ultima area naturale alle spalle di una città in espansione- da una cementificazione selvaggia sostenuta sia da chi voleva costruire abitazioni e ville per classi sociali privilegiate in fuga dalla “folla” cittadina, sia da chi rivendicava il diritto del proletariato ad un appartamento nel verde. 

Questo obiettivo sostanzialmente fu raggiunto, al punto che ancora oggi i cantati “colli bolognesi” rimangono un’area naturale fruibile da tutti e poco edificata; anche l’ultimo Piano Strutturale Comunale (PSC), a firma Cofferati e varato nel 2007, ne ribadisce la tutela.

Nel PRG inoltre, insieme al decentramento delle funzioni produttive ed economiche dal centro di Bologna, si ambiva a collocare la città dentro un ragionamento piu’ vasto sulle aree ad essa connesse, che comprendesse quindi le appendici metropolitane come Casalecchio di Reno, Borgo Panigale, San Lazzaro di Savena.

Per evitare l’espulsione dei ceti piu’ popolari dal centro della città, con un effetto “svuotamento” a fine giornata verso cittadine dormitorio che si sviluppavano intorno ai suoi limiti, si pensò di fare di Bologna il nodo di un sistema metropolitano di infrastrutture e trasporti fortemente interconnesso con il territorio circostante.

Si iniziò per questo già da allora a parlare di metropolitana, ma per mancanza di fondi pubblici il progetto fu messo in stand by e si puntò tutto sul trasporto su gomma, secondo una ideologia sviluppista di sinistra che reclamava “pane e automobili” e che ha prodotto traffico, inquinamento e autostrade per tutti.

Poi negli ultimi anni di nuovo un cambio di tendenza: oggi pare che il metrò faccia tanto trendy ed europea la città e allora sia la passata giunta comunale guidata da Guazzaloca- con la sua versione in salsa bolognese del centrodestra- che Cofferati- il sindaco monarca che ha sostituito alle logiche del centralismo democratico del partito quello verso il proprio insindacabile giudizio - hanno iniziato una lunga battaglia con Provincia e Regione per battere cassa dal Ministero delle infrastrutture di Roma e dalla Unione Europea, reclamando finanziamenti per la costruzione di una serie di infrastrutture per la mobilità. 

La Giunta Guazzaloca mise in cantiere due progetti che dovevano essere il fiore all’occhiello delle grandi opere inaugurate dal nuovo sindaco: la metropolitana e il “Civis”.

La metropolitana, che doveva collegare la parte ovest della periferia con stazione, centro, fiera e aeroporto, si mostrò subito un progetto difficile perchè avrebbe avuto dei costi di realizzazione ingenti e problemi notevoli per i lavori di interramento in un centro storico da sventrare per l’occasione.

Il “Civis”, un tram su gomma, come lo chiamano a Bologna - mentre in tutto il resto del mondo lo chiamano filobus, ma detto così probabilmente suona piu’ avveniristico- avrebbe dovuto invece connettere le periferie  della parte est con il centro.

La giunta Cofferati cancellò il progetto della metropolitana e a questo sostituì quello della “Metrotranvia”, ovvero un tram interrato- che in tutto il resto del mondo chiamano metropolitana, ma qui chiamano così, poiché andrebbe piu’ lento, in alcuni tratti salirebbe in superficie e consterebbe di una sola linea, - che collegherebbe solo la periferia ovest con la stazione, senza passare per il centro. Il “Civis”invece, benché sia da tutti considerato un’opera inutile, non è stato cancellato perché, essendo stato già finanziato- 182,2 milioni di euro il costo del progetto ripartiti fra Ministero dei Trasporti, Azienda dei trasporti locale ATC, Regione e Comune - le penali per il suo mancato varo sarebbero costate al comune di Bologna piu’ della sua quota per la realizzazione, quindi a questo punto si “deve” fare.

Ma se il “Civis” è il regalo di Guazzaloca alla città, Cofferati, per non essere da meno, ed essendo nota la sua passione per il cinema di fantascienza- Blade Runner in particolare- ha rilanciato con il progetto del “people mover”: una monorotaia su gomma- somiglierà forse ad una funivia?- sospesa su piloni di cemento che dovrebbe tatuare una parte della città e collegare la stazione con l’aeroporto in pochi minuti. Il costo dell’intera opera è di circa 100 milioni di euro di cui una piccola parte pubblici: il resto verrebbe finanziato attraverso il project financing: i privati mettono i soldi, gestiscono il servizio per i prossimi 30 anni e con i biglietti si rifanno dei costi e realizzano i loro guadagni.

Il primo bando elaborato dal Comune per la realizzazione del progetto è andato deserto, scatenando aspre polemiche fra associazioni di costruttori, imprenditori e Palazzo d’Accursio: da una parte il rifiuto per l’eccessivo rischio imprenditoriale previsto dall’opera, dall’altra l’accusa di non avere il coraggio di rischiare come si confà ad ogni buon capitalista.

Il bando deserto è stato un segnale politico molto duro degli imprenditori a Cofferati e al suo assessore all’urbanistica Merola: l’oggetto del contendere non è solo il people mover ma anche la costruzione della nuova sede degli uffici del Comune, un mega affare a cui partecipa un cartello che riunisce tutte le maggiori imprese e cooperative edilizie della città.

Su entrambi i progetti gli imprenditori stanno provando a forzare per ottenere le condizioni di realizzazione per loro piu’ favorevoli: clausole che impongono al Comune il rimborso dell’opera nel caso le previsioni sul bacino di utenza del people mover si dimostrassero inferiori e non venissero così garantiti gli utili previsti, rialzo del costo del biglietto previsto inizialmente (ad oggi per un percorso di 5km il biglietto del people mover costerebbe 7euro); indici di edificabilità piu’ alti e maggiore quota di appartamenti destinati al mercato, con conseguente riduzione dell’edilizia a canone concordato, nelle abitazioni da realizzare nel comparto della nuova sede del comune; liberazione dai vincoli di destinazione d’uso delle numerose aree industriali dismesse su cui si stanno concentrando gli appetiti della speculazione edilizia.


Il problema attuale della mobilità a Bologna è quindi connesso alle successive e frequenti deroghe al piano regolatore, che hanno permesso la realizzazione di aree molto piu’ densamente edificate di quanto era previsto, con la conseguente inadeguatezza delle infrastrutture e dei servizi immaginati per accompagnarne lo sviluppo.

Molte delle previsioni del PRG dell’89 sono state completamente disattese, negli anni esso è stato sempre piu’ svuotato delle sue velleità di pianificazione dello sviluppo urbanistico della città e di freno ai meccanismi di speculazione edilizia di grandi e piccoli proprietari e costruttori.

Uno dei meccanismi insinuosi e nascosti con cui la deregulation edificatoria si fece strada dentro quel piano regolatore fu, ad un certo punto, l’inspiegabile modifica delle modalità di misura del metro quadro edificabile, che da lordo passò magicamente a netto, con un incremento quindi  dei già alti indici di edificabilità concessi dal PRG rispetto alle opere di pubblica utilità che i privati dovevano realizzare in contropartita alle concessioni edilizie.

Allo stesso modo il timing delle realizzazioni del piano non fu rispettato e l’effetto fu l’intervento in aree dove era vivo l’interesse dei privati a costruire o “riqualificare” ma che non erano prioritarie rispetto alle esigenze della città; il congelamento degli interventi in aree interstiziali che furono lasciate a maggese dai proprietari dei suoli –ad esempio alcune aree industriali dimesse nella Bolognina- in attesa di una loro valorizzazione finanziaria; il sorgere punteggiato e sconnesso all’interno della città di opere di difficile comprensione se isolate dal complesso di interventi all’interno dei quali erano state pensate e acquisivano senso.

L’esperienza di Bologna in sostanza illustra che, anche in presenza di un piano regolatore particolareggiato e di ampio respiro, che tenti cioè di immaginare per la città uno sviluppo ordinato e di bloccare i meccanismi speculativi -  ed il PRG dell’89 da questo punto di vista non era né perfetto né abbastanza lungimirante, avendo previsto in generale indici edificatori ingiustificatamente alti e fuori norma sin dall’inizio- questo può essere svuotato dei suoi contenuti attraverso una lunga serie di contrattazioni e varianti e che, ben piu’ delle velleità di pianificazione espresse dalle amministrazioni pubbliche, è nelle cronache cittadine e nel dibattito sui singoli progetti che si può intendere chi governa l’espansione di una città.

Il trionfo dell’ “urbanistica contrattata” a Bologna, quella  voluta dalla nuova giunta di sinistra e dove a far scuola è stato il modello milanese, rischia di risolversi in una ideologia che parla di flessibilità e liberazione dai vincoli dei grandi piani regolatori per promuovere lo sviluppo della città, ma che nei fatti consegna le scelte sulle trasformazioni urbanistiche all’esito di rapporti di forza ed interessi di tipo esclusivamente economico.

Ma una città non è un bene comune? Non è diritto soprattutto di chi la abita, e non di chi ne possiede i suoli e gli immobili, determinarne gli usi, l’organizzazione e la forma? Con chi va contrattata l’urbanistica?

Al pari della liberalizzazione del mercato del lavoro che, promettendo occupazione e modernità, ha prodotto precarietà e insicurezza, la contrattazione urbanistica rischia di mostrare, solo in modo piu’ trasparente che nel passato, che chi rappresenta i cittadini nelle amministrazioni locali, accettando la logica della concertazione con gli interessi privati sulle destinazioni d’uso e sulle funzioni delle aree, non fa che negoziare sul diritto collettivo alla città.

Anche in questo campo Bologna sta diventando un laboratorio d’avanguardia della sinistra?


Se tuttavia da una parte ci sono i poteri e gli interessi forti, con i suoi uomini simbolo – Roversi Monaco- e la politica che si assume un ruolo di mediazione da una posizione di progressiva debolezza, dall’altra gli abitanti della città non sono certo impegnati in un’opera di critica e rivendicazione di diritti davvero collettivi.

Anche per questo basta leggere la cronaca cittadina: nascono comitati per la difesa organizzata di interessi particolari e ristretti - il proprio orto, il proprio condomino, la propria piccola parte di quartiere – sempre contro il degrado, l’insicurezza e l’invasione rappresentata dagli immigrati, dai nuovi arrivati, dagli altri.

I cittadini chiedono recinzioni, polizia, limitazione dei diritti di cittadinanza sociale: la casa, l’asilo nido, la scuola, la sanità per chi “merita” la città, cioè per chi non trasgredisce mai la legge della privatizzazione dello spazio urbano.

Ecco Bologna.